The Congress

The Congress  (Israele/Germania/Polonia/Lussemburgo/Francia/Belgio, 2013)
di Ari Folman
con  Robin Wright, Harvey Keitel, Paul Giamatti, Danny Huston e la voce di John Hamm

Ai giuovani d’oggi abituati al blockbusterone americano medio potrà sembrare bizzarro (ecco, comincio subito facendo il vecchio scorreggione che ci scatarra su), ma la fantascienza non è un genere dedicato esclusivamente al dare motivazioni a caso per far esplodere cose e il cui unico contatto con la realtà si limita al far menare fra loro anonimi ricchi cattivi e anonimi poveri buoni. Tramite la fantascienza si immaginano mondi, universi, ma anche solo futuri probabili e possibili, e soprattutto si prova – incredibile ammisci! – a trasmettere del contenuto, a raccontare qualcosa di noi stessi, di quel che siamo, di dove stiamo andando e di dove forse un giorno finiremo. Un bel racconto di fantascienza, in genere, ci tiene tantissimo a fare il metaforone con la realtà attuale, sociale, politica delle cose. E magari anche a farlo in maniera stimolante e interessante.

Ari Folman lo sa bene e col suo nuovo progetto The Congress, cinque anni dopo il celebratissimo Valzer con Bashir, ha adattato il quasi omonimo romanzo di Stanisław Lem per provare a raccontare tematiche classiche della fantascienza alla sua maniera, trovando a conti fatti vie ed interpretazioni nuove e interessanti. Lo spunto di partenza, abbastanza ingannevole, sembra essere quello di una critica all’eccessiva rincorsa tecnologica da parte di chi fa cinema, ma in realtà si tratta solo di una minima parte del discorso portato avanti dal film. La prima parte, realizzata in “live action”, vede Robin Wright interpretare una versione leggermente deviata di se stessa, criticata dal suo agente (Harvey Keitel) e dalla dirigenza Miramount per le pessime scelte fatte in carriera, che l’hanno sostanzialmente affossata dopo i successi di La storia fantastica e Forrest Gump. Le viene però proposto un ultimo contratto: farsi digitalizzare interamente, corpo, volto, espressioni ed emozioni, per l’utilizzo in un nuovo sistema informatico tramite cui è possibile creare dal nulla cinema e televisione, decidendo l’età dei propri attori, facendo loro interpretare quei ruoli che mai avrebbero voluto accettare. E il contratto, ovviamente, prevede che l’attrice non reciti mai più, da nessuna parte, neanche in un piccolo teatro: la totale e definitiva cessione dei diritti, d’immagine e non solo, in un racconto che sembra partire subito per la tangente del meta-cinema. Ma in realtà siamo appena all’inizio, è subito dopo che Folman prende il volo.

Dopo una bellissima scena che racconta proprio il processo di digitalizzazione e che lascia spazio a una gran esibizione di talento da parte di Robin Wright e Harvey Keitel, si salta avanti di vent’anni e ci ritroviamo in un mondo in cui la tecnologia sviluppata dalla Miramount si è evoluta fino a prendere il controllo di ogni cosa. Basta una sniffata di essenze chiuse in provetta e ci si ritrova a vivere in un allucinato mondo dei sogni, nel quale tutti interpretano il ruolo che vorrebbero avere per se stessi. E che è quasi sempre, quasi inevitabilmente, quello di un attore, una stella del cinema, un’icona del passato, nella quale perdersi sognando di vestirne i panni immaginari raccontati dal grande schermo, dalla moda, dalla televisione. Qui il film passa al cinema d’animazione e torna in scena l’Ari Folman più surreale e immaginifico, quello già visto nella sua precedente opera e che riempie lo schermo con una potenza visiva ed evocativa, con una densità, ricercatezza e raffinatezza delle immagini che hanno poco in comune con l’animazione tipica occidentale e fanno al contrario venire in mente le storie più surreali e fantasiose uscite dallo Studio Ghibli.

Pur facendosi magari un po’ prendere la mano, se possibile esagerando con la potenza visiva e sostanzialmente cedendo nel ritmo della seconda parte, Folman riesce a raccontare una tremenda società distopica, parlando dell’eccessiva attenzione per l’immagine, dell’incapacità di accettare lo scorrere del tempo, di quanto facilmente siamo disposti a perdere ogni oncia d’umanità e a rinunciare a noi stessi e a quel che ci aspetta pur di ottenere soddisfazione, piacere e vantaggi immediati. Il futuro dipinto da Folman è bellissimo e angosciante, ricco di suggestioni potenti e citazioni raffinate, splendido da ammirare nonostante la disgustosa polvere che nasconde sotto la propria facciata, affascinante, seducente e inquietante. Insomma, è la fantascienza interessante, quella che comunica qualcosa, ti fa riflettere, dipinge mondi futuristici fuori di cozza con grande capacità evocativa e ti lascia addosso sensazioni forti ancorate alla realtà.

Ho visto il film qua a Monaco in apertura di Fantasy Filmfest, chiaramente in lingua originale. IMDB non mi offre notizie su eventuali uscite italiane, ma secondo me prima o poi arriva.

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