Pacific Rim

Pacific Rim (USA, 2013)
di Guillermo Del Toro
con Charlie Hunnam, Rinko Kikuchi, Idris Elba, Charlie Day, qualche mostro gigante, dei robottoni e un altro po’ di gente

Uno fra i film che ho guardato più volte in vita mia è 2001: Odissea nello spazio. Non è certamente il film che ho visto più volte in assoluto e non ci va nemmeno vicino (direi che quel primato se lo contendono un po’ di pellicole molto più stupidine), ma l’ho visto tante, tante volte. Diverse volte ne ho visto solo pezzetti durante passaggi televisivi assortivi, diverse volte l’ho visto per intero, ogni volta che lo passavano in TV restavo lì a guardarne ipnotizzato magari anche solo una mezz’oretta, bambino ignaro di che cacchio significassero quelle immagini bizzarre e poetiche che gli scorrevano davanti. Per qualche motivo, due visioni in particolare mi restano impresse nella testa, mentre tutto il resto si perde come lacrime nella pioggia. Una volta, da piccolino, ero nella casetta oggi diroccata ma allora in ottime condizioni in cui passavo spesso buona parte dell’estate in Abruzzo. C’era un piccolo, piccolo televisore, sarà stato un 15 pollici a esagerare, appoggiato su un mobiletto, e le astronavi ballavano nello spazio sulle note del Danubio Blu. Non ci capivo nulla, era bellissimo lo stesso. E poi l’ultima volta che l’ho visto, quando l’hanno ridato al cinema e mi sono piazzato in fila piuttosto avanzata, insieme a un gruppetto di amici, in sala Energia all’Arcadia di Melzo. E sono stato sommerso da Stanley Kubrick, che mi rotolava addosso con tutta la sua barba attraverso la potenza brutale di quello splendido cinema.

In quell’occasione mi sono reso conto che fino a quel giorno non avevo mai realmente guardato 2001: Odissea nello spazio. Scrutarne le immagini al cinema, su uno schermo così grande e avvolgente, sommerso dalla sua violenza sonora, mi ha fatto conoscere un film diverso. E non solo il film che, con il suo mostruoso avvio, assume sul grande schermo una potenza totalmente diversa. Anche il film pieno di piccoli dettagli che, semplicemente, su un piccolo schermino televisivo non c’era proprio modo di vedere. Tipo le istruzioni per l’utilizzo del bagno appese al muro: quella scena, in TV, mostra un tizio che guarda un cartello, ma al cinema ti piazza lì assieme al tizio in questione e ti ritrovi a leggere con lui. Insomma, 2001: Odissea nello spazio è un film che va visto al cinema, altrimenti stai guardando una cosa diversa. Poi, certo, non è che in televisione smetta di essere un capolavoro pazzesco, ma diventa, per l’appunto, una cosa diversa. E non c’è nulla di male, è giusto così: i film nascono in un determinato formato per un determinato motivo, vengono pensati per essere goduti in una maniera specifica. Poi nulla vieta di guardarseli sullo schermo dello smartphone, e i grandi film possono sopravvivere a un passaggio del genere. Ma è sopravvivere, appunto, è cambiare natura e metodo di consumo, è trasformarli.

Ora, perché tutto questo pippone su 2001: Odissea nello spazio? Certo non per paragonare Pacific Rim al capolavoro di Kubrick, ci mancherebbe. È semplicemente che m’è venuto spontaneo il raccontino in avvio, anche per riallacciarmi a una cosa molto giusta che dice Wim Diesel nel suo contributo alla spettacolare recensione multipla su I 400 Calci “Ma tocca anche considerare che un giorno Pacific Rim uscirà dalle sale cinematografiche e diventerà un film da guardarsi in 2D nello schermo di un computer o su una TV a qualche decina di pollici o insomma in condizioni di non-stordimento. E allora saremo ancora pronti a metterci in ginocchio? O per quel momento ci sarebbe servito un film?” La cosa è molto giusta anche perché io so già come sarà, guardare Pacific Rim in una condizione diversa da quella corretta. La prima volta che ho visto Pacific Rim, ero seduto in decima fila nel mio solito cinema qua a Monaco e non indossavo occhiali. E qualcosa non funzionava. Mi sono divertito, mi sono appassionato, ma qualcosa non funzionava. Decisamente.

Qualche giorno dopo ci sono tornato, ma ero seduto in quarta fila e indossavo gli occhialetti per il 3D. E allora ho capito. Ho capito che Pacific Rim non lo devi guardare, lo devi subire. Devi essere sdraiato lì sotto, a guardare quelle robe enormi dal basso. Anzi, devi essere sdraiato lì sotto con quelle robe enormi che ti guardano dall’alto. Devi essere lì con gli occhi spalancati e arretrare spaventato in quinta fila quando Idris Elba ti intima di non toccarlo mai più. Devi spostare la testolina a destra e a sinistra inseguendo i cazzottoni volanti e rimanendo di sasso quando – fap – si spalancano le ali e quando – swing – viene estratta la spada. Devi stare lì. Quando ero lì, improvvisamente tutto è tornato e il film ha preso a funzionare in ogni suo aspetto. Non era solo una questione di sentirmi calpestato dai piedoni gigati degli Jaeger, no no, improvvisamente, tutti quei begli accorgimenti di sceneggiatura che avevo notato a mente fredda ma mi sembravano funzionare solo sulla carta hanno ingranato, improvvisamente tutto il film funzionava. Ora, questa è l’esperienza mia, e non è ovviamente necessario che sia così per tutti, ma rimane indiscutibile, lo dice anche Wim Diesel che non è d’accordo con me sul resto: Pacific Rim, se lo guardi come si deve, è un altro film. Neanche riesco a immaginarmi cosa debba essere in IMAX e su questo un po’ rimpiango il fatto che il previsto trasferimento a Parigi non sia giunto in tempo utile.

Il senso profondo della quarta fila.

E quindi? E quindi sto dicendo che Pacific Rim funziona solo se lo guardi come si deve? No, a me era piaciuto molto anche in quella prima visione sbagliata. Però cambia, e tanto. Ed è normale, è giusto così. Questa cosa non rende Pacific Rim un film peggiore, al massimo lo rende un film per certi versi limitato. Guillermo Del Toro voleva fare un po’ di cose e le ha fatte tutte molto bene. Voleva omaggiare innanzitutto i film di mostri giapponesi e i robottoni, ma ci ha messo dentro qualsiasi altra cosa sia figlia degli anni Ottanta e Novanta, ha frullato assieme un po’ di wrestling e ha sparso in giro tutte le citazioni possibili e immaginabili. In questo senso non ha tutti i torti chi ne parla come di nuovo Star Wars, perché se da un lato la portata dell’operazione e l’impatto sul pubblico non sembrano essere paragonabili, dall’altro c’è quello stesso spirito lì, lo stesso in fondo di Indiana Jones, quella voglia di recuperare suggestioni, idee e passioni del proprio passato e mescolarle assieme giocando per creare un immaginario comunque proprio. E in questo, Pacific Rim, è riuscito eccome, tanto quanto. Ma soprattutto, Guillermo Del Toro voleva mettercì lì, sdraiati in quarta fila, sopraffatti dall’immensità di quel che abbiamo davanti. E cazzo, se ci è riuscito. Anche in questo, di fondo, il paragone con Star Wars ci sta, e penso che se avessi vent’anni di meno non mi sarei ancora ripreso dallo shock e lo infilerei nel circoletto di quei film infilati ogni santo giorno nel videoregistratore per guardarli e riguardarli.

Dopo averlo rivisto lì, sdraiato, in quarta fila, ho mandato una mail a chi mi ero portato dietro per quella prima visione. Gli ho chiesto scusa, perché avevo sbagliato tutto e non gli avevo permesso di guardare davvero Pacific Rim. Poi gli ho fatto presente che qualche giorno dopo sarei andato di nuovo a rivederlo, in quarta fila. Si è unito. Mi ha ringraziato. Una decina di giorni dopo, il mio cinemino qua a Monaco era pronto a togliere Pacific Rim dalla programmazione. Che fai, non ci torni? Ci sono tornato, un’ultima volta. E poi l’altro giorno, mentre scorrevo la programmazione del Fantasy Filmfest, ho notato che così, a sorpresa, il mio cinemino me l’aveva messo di nuovo fuori, un’altra volta, un’ultima (?) volta. Domenica mattina. E che fai, non vai? In fondo sono passate ben tre settimane dall’ultima volta che l’ho visto. E sono andato, per la quinta volta. E ogni volta mi sono divertito come un matto, anche nei passaggi in cui non stava esplodendo nulla. E ogni volta, negli stessi punti, mi è salita la pelle d’oca. Durante quell’avvio fantastico. Su quell’inquadratura dell’elicottero proiettato verso la base con quella bella musica sotto. Sul flashback. Su Hong Kong tutta. Ah…

Cinque volte. E guarda, ti dico, se fra un mese lo ritirano fuori a sorpresa, mica escludo. E guarda, senza dubbio, se per qualche motivo dovessi avere la possibilità di guardarmelo in IMAX, sicuramente. Quante volte mi è capitato di andare a guardarmi e riguardarmi più volte un film al cinema? Da bambino, andavo con mia madre a vedere Fantasia ogni volta che lo ributtavano fuori, credo ogni anno. Titanic, a suo tempo, me lo sono sparato quattro volte. Quest’anno ho visto due volte Argo, ma più che altro perché volevo farlo vedere a Giovanna, che la prima volta non aveva potuto. La trilogia originale di Guerre Stellari, quando l’hanno rimessa al cinema, sono andato a vederla una quantità di volte che per i primi due film va in doppia cifra e per il terzo la manca di poco. Ecco, sì, la trilogia, si torna lì. Cosa dica di me questo elenco non lo so, ma credo il punto sia quello espresso sopra, il fatto che a certi film, se ho occasione di vederli in una maniera che poi non si ripresenta più, mi dedico senza remore. E poi dice che Pacific Rim mi è piaciuto. Molto. E a beneficio di chi dovesse avere la pazienza di continuare a leggere questo interminabile papagno, adesso provo anche a spiegare il perché. Ma attenzione, mi concedo di chiacchierare anche di quel che accade nel film. A quasi due mesi dall’uscita, penso di potermelo concedere. Sigla.

Omaggiare, si diceva. Guillermo Del Toro ha preso qualsiasi cosa gli passasse per la testa che veniva fuori da un certo tipo di cultura pop anni Ottanta e Novanta, l’ha amalgamata con l’immaginario da mostrologia giapponese ancor più retrò, ci ha spinto dentro a calci mille altre cose e ne ha tirato fuori una creatura dotata d’identità propria, forte, che vive per i fatti suoi anche se urla in ogni fotogramma l’amore per ciò che omaggia. C’è tutto e il contrario di tutto, amalgamato in una maniera pazzesca e che ha fatto esplodere di gioia la gente che queste cose se le è inventate, fra dichiarazioni d’amore di Go Nagai assortiti e manifesti disegnati da questo o quel manico del manga, alla faccia di chi “Copioni! Americani che rubano! Gne gne gne!” C’è Evangelion (checché ne dica Del Toro, perlomeno come suggestione visiva è impossibile negarla, e magari bisognerebbe chiedere a Beacham), ma il riferimento principale va ben più indietro, a quella voglia e capacità di raccontare il melodramma con un taglio surreale e in fondo spensierato, così tipico delle serie TV di cui mi drogavo da bambino. C’è la testa rotante che si aggancia e c’è il pugno (gomito) a razzo, c’è il conto alla rovescia che scandisce l’arrivo dei mostri come appuntamento fisso, come se fosse l’episodio settimanale, e ci sono i mostri e i robot tutti uguali e tutti diversi, ognuno con la sua arma, ognuno col suo modo di fare. Non c’è il timore del nucleare da cui nasceva Godzilla, ma viene trasformato in un metaforone della natura che si ribella alla presenza umana. Ci sono i personaggi stereotipati (archetipici, se vogliamo) e gli scienziati buffoncelli (e che a me hanno divertito molto), le armi finali da usare solo dopo aver riempito di pizze il mostro, perché poi si scaricano e se sbagli il colpo sono guai, e i robottoni caratterizzati da movenze umane, a fare da personaggi più dei loro piloti.

C’è un calderone immaginifico pazzesco, filtrato attraverso la visione elegante di Del Toro e la sua capacità di creare e raccontare attraverso le immagini, caricando ogni ambiente di piccole trovate e dettagli che raccontano un mondo senza bisogno di mettersi a fare le didascalie. Sta lì, ti viene suggerito, buon per te se ci fai caso, ma non è importante insistere. Ed è un mondo che spazia in tutte le direzioni, fra uniformi che sembrano uscite da Warhammer 40.000 e citazioni da Guerre Stellari (“Don’t get cocky”), un mondo oltretutto ancorato al reale – per il surreale assoluto ci sarà l’eventuale seguito – con quel minimo indispensabile di spiegazioni, idee e intuizioni per ogni cosa che deve succedere, con quel design pesante, fisico, che prova a dare un tono credibile all’impossibile. Poi, certo ci sono quei due o tre snodi di sceneggiatura un po’ traballanti, gettati lì in nome del “oh, è un film in cui i robottoni si menano coi mostroni, non esageriamo”, ma nel complesso, piaccia o meno, Pacific Rim è un film scritto bene, che scorre alla grande, con un signor ritmo e una buona attenzione a far filare le cose. Quindi no, non sto dicendo che funziona perché stacchi il cervello e ti godi le pizze, sto dicendo che funziona e basta e che la maggior parte dei rilievi che leggo in giro a questa o quella trovata sono figli proprio dell’aver staccato il cervello e non aver fatto attenzione a quel che il film raccontava. Così, tanto per chiarire le cose.

Poi, certo, quel che conta sono le pizze giganti, e Pacific Rim le racconta ridendo in faccia a tutti gli altri. Si apre su un mostro enorme che mastica il Golden Gate e già è tutto finito. Sfrutta (e in larga parte ricicla, intendiamoci) idee semplici, ma azzeccate per dare un senso al suo omaggiare e all’azione. Racconta combattimenti inquadrando gente attorno a un monitor e tizi in armatura che si agitano in una cabina di comando, si appoggia alla scusa del controllo “diretto” per tratteggiare umanamente i suoi robot e mostrarli che faticano, soffrono, gemono, scuotono la testa per scrollarsi l’acqua di dosso. Mette in scena una guerra fisica e brutale, in cui il pilota deve trascinarsi e zoppicare col suo veicolo, impiega tutto lo sforzo del mondo per tirare un cazzotto che non finisce mai e combatte contro esseri viventi brutali, pericolosi, ma che in fondo sono creature schiavizzate e gettate in guerra, per le cui movenze e il cui destino viene quasi da dispiacersi. E tutto questo Del toro lo ancora ulteriormente al fango e alle macerie riprendendo ogni cosa dal basso, dando una dimensione umana allo sguardo dello spettatore, ancorando la macchina da presa, anche virtuale, sui limiti del possibile, del fisico, del naturale.

Apre il film raccontando un’umanità che nel momento più duro si unisce e trova la forza di combattere nella maniera più cocky possibile e poi la prende a calci in faccia, fuggendo dal disaster movie più strettamente americano e rifugiandosi nel disastro e nella sporcizia. Inventa un mondo immerso nel sangue blu degli alieni, fonde cemento, edifici e costruzioni con le ossa del nemico abbattuto, costruisce un immaginario distrutto e al limite, in cui gli esseri umani sono prossimi alla sconfitta definitiva, disperati, e ci ricama attorno tante piccole storie, senza però approfondirne nessuna fino in fondo. La quantità di piccole cose che appaiono e scompaiono in un amen è senza fine, fra robot, città, dettagli, progetti appesi a un muro, piccoli ricordi, e forse il limite più grande del film sta in una sceneggiatura che si limita ad approfondire l’indispensabile e semina in giro intuizioni e trovate senza raccontarne nessuna fino in fondo. Quanto avrebbero da raccontare, quei piloti rockstar caratterizzati – anche sul piano musicale – come se fossero usciti da uno Street Fighter, che appaiono sullo sfondo, noti in un angolo dell’inquadratura (quanta attenzione nella messa in scena dei momenti corali) e ti dicono tanto con due gesti? Magari nulla, magari tanto, chi lo sa. E il film è pieno di tante piccole cose che vengono suggerite, magari anche dette, ma mai spiegate esplicitamente, lasciate all’inconscio e alla voglia di chi sa leggere.

Quel però che Pacific Rim dice, pur ancorato a tutti gli archetipi del caso, funziona molto bene a un livello di minimo indispensabile e si permette anche di fare tante cose azzeccate. Perché l’idea della fusione mentale, per esempio, nasconde chissà quante possibili trovate inespresse, ma riesce comunque a generare tanti piccoli spunti interessanti. Senza contare la maniera comunque non poi così banale con cui diversi cliché vengono portati avanti. Mentre altri film ci presentano l’approccio alla battaglia finale come il momento di massima esaltazione, Pacific Rim lo racconta come un punto di luminosa speranza nell’apice della disperazione. L’arringa alla folla di Idris Elba è il discorso stanco e stentato di un uomo al limite. Il cliché più trito di tutti, il pilota australiano nipote di Iceman, arriva al dunque terrorizzato e con le lacrime agli occhi e il suo confronto col padre prima di partire è una delizia di messa in scena, con quel parlare mentre la macchina da presa indugia altrove, che sfrutta la tematica fantascientifica della fusione mentale per riprendere tre accenni emersi nel resto del film e raccontare in maniera semplice, veloce, toccante, la difficoltà di comunicazione fra un padre e un figlio, il dare troppo per scontato, i rimpianti.

La presenza femminile del film è quanto di più lontano possa esserci dal figone standard di Michael Bay, e per sicurezza è vestita pure con dei pantaloni fantozziani. Il suo rapporto col biondo manzo protagonista sembra incanalarsi sui soliti binari, ma percorre quelli paralleli di una storia d’amore (?) sui generis. Mentre tutti ridacchiano per lo spioncino, Del Toro punta l’obiettivo sulla cicatrice, a sottolineare che, sì, è affascinata dal biondo scultoreo, ma in realtà sta osservando i segni di una battaglia che la lega a doppio filo a quell’uomo. Il loro rapporto si evolve nell’istante di una connessione, quando improvvisamente le menti si fondono e nasce un rapporto che va al di là di qualsiasi matrimonio, eppure non si evolve mai in amore esplicito. Mentre tutti si aspettano il bacio, quel che arriva è un semplice abbraccio, a suggellare un amicizia fortissima bisbigliando “puppatecelo” a Harry, Sally e la loro impossibilità di evitare il sesso. E alla fine la forza della sceneggiatura di Pacific Rim sta soprattutto nella sua capacità di gironzolare attorno agli stereotipi per provare a raccontarli in maniera un pochino diversa, senza per questo sentire l’esigenza di provare a risultare il più furbo di tutti.

L’inevitabile copertina su Facebook.

Del Toro è bravo e grande soprattutto quando racconta ciò che a lui più interessa. È un mago nel dire tante cose con le immagini e i silenzi (quella goccia di sangue), crea immaginari visivi fortissimi e ha la capacità di conservare una propria personalità forte sempre e comunque, in qualsiasi contesto, anche rinunciando ai tormentoni visivi che il suo fan si aspetta. Ha, forse, qualche difficoltà nel raccontare in maniera dettagliata i personaggi adulti, e del resto ha sempre offerto il suo meglio quando si è affidato al punto di vista infantile. Non a caso, uno fra i momenti più forti e riusciti è quell’incredibile flashback giapponese. Lì c’è tutto. C’è la potenza evocativa, c’è il terrore, c’è il melodramma, c’è l’idea forte di fondo del rovistare nei ricordi e nelle paure più sepolte, c’è il gusto per il surreale e il bizzarro, con quel tizio in goffa armatura sbattuto là in mezzo e quel mostro gigante e terrorizzante che di fondo è un grosso gamberone. Lì Pacific Rim raggiunge forse il suo apice espressivo e la speranza è che Del Toro abbia davvero l’opportunità di realizzare il seguito di cui parla nelle interviste, più spinto e surreale, convinto oltre ogni limite. Quel secondo episodio dello stesso regista che tanto spesso è espressione forte, personale e riuscita molto più del primo (come del resto è accaduto con Hellboy).

Ma intanto, qui c’è un grandissimo accontentarsi. Perché Pacific Rim è un film delizioso, che non inventa nulla ma fa alla perfezione ciò che si proponeva di fare, nasconde sotto una coltre di semplicità tante piccole cose interessanti e sopratutto è uno spacco audiovisivo come se ne vedono pochi. Ha pure una colonna sonora fantastica, tutta costruita attorno a un unico riff di Tom Morello fuso alle sirene zimmeriane (però figlie del grido di battaglia di Gipsy Danger, quindi perfino loro “giustificate”), per dare vita a un motivetto trascinante e che potrebbe tranquillamente fare da sigla televisiva. Ci aggiunge un tema per i Kaiju dal potente ed evocativo strombazzare e non fa praticamente nient’altro. E va benissimo così. Perché alla fin fine, per raccontare la poesia di una nave usata come mazza da baseball, per mettere in scena un’amicizia fra uomo e donna che da sola può salvare il mondo, per farmi venire i brividi, boccheggiare e tremare per cinque volte consecutive in una sala cinematografica, non serve davvero altro. Sono una persona semplice, che vi devo dire.

L’ho visto cinque volte, come da spiegazione precedente. Della lingua originale, per carità, in un film del genere si può fare a meno, però vale comunque la pena di segnalare che Del Toro si è divertito un sacco a pasticciare con i vari accenti e in fondo perdersi questa cosa è un po’ un peccato. Così come è un peccato perdersi le voci tonanti di Idris Elba e Charlie Hunnam (anche perché a lui, se gli levi quella, non rimane molto). Poi ci sarebbe pure da dire che a un film scritto in questa maniera, se gli levi le voci ganze e provi ad adattarne i dialoghi smargiassi, è difficile non fare danni. Ma insomma, si sopravvive, eh.

4 pensieri riguardo “Pacific Rim”

  1. “L'ho visto cinque volte”.

    DOH!!! E ce ne vuole di coraggio.
    Io vado molto controcorrente a me ha fatto cagare in tutto e non bastano dei Robottoni giganti se poi non sai fare scene se non strette e combattimenti tutti uguali. Senza contare il finale che è “copiato” per non dire vero e proprio plagio da Indipendence Day cazzo, pure con l'alieno in primissimo piano che tristezza.

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  2. Visto in IMAX 3D con poltroncina Executive (il mio regalo di compleanno), non volevo che finisse mai.
    Nota curiosa: all'inizio Del Toro il 3D non lo voleva proprio. In effetti, le poche scene che ho sbirciato senza occhiali mi sono sembrate quasi piu' imponenti cosi', ma forse e' la suggestione dell'IMAX.

    The film was shot using Red Epic cameras.[59] At first Guillermo del Toro decided not to shoot or convert the film to 3D, as the effect would not work due to the sheer size of the film's robots and monsters, explaining; “I didn't want to make the movie 3D because when you have things that big… the thing that happens naturally, you're looking at two buildings lets say at 300 feet [away], if you move there is no parallax. They're so big that, in 3D, you barely notice anything no matter how fast you move… To force the 3D effects for robots and monsters that are supposed to be big you are making their [perspective] miniaturized, making them human scale.”[60] It was later announced that the film would be converted to 3D, with the conversion taking 40 weeks longer than most. Del Toro said: “What can I tell you? I changed my mind. I'm not running for office. I can do a Romney.”[61]

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