In trance

Trance (GB, 2013)
di Danny Boyle
con James McAvoy, Vincent Cassel, Rosario Dawson

C’è un tratto distintivo e abbastanza fastidioso che accomuna svariati film di Danny Boyle: la sorprendente capacità di partire alla grande e scivolare lentamente, ma inarrestabilmente e sempre più rovinosamente in un tripudio di nonsense. The Beach, check. 28 giorni dopo, check. Sunshine, check. Ormai ci sono talmente abituato che mentre guardavo 127 ore mi aspettavo che da un momento all’altro uscisse dal crepaccio uno dei mostri di The Descent e James Franco lo ammazzasse sollevando il macigno e tirandoglielo in faccia. Trance non sfugge alla regola e, anzi, nel suo caso il problema è ancora più grave perché tutto il film ruota attorno al mistero nascosto nella capoccia del protagonista. Se quando quel mistero ti viene svelato senti un improvviso dolore alle spalle e vedi le tue braccia tuffarsi violentemente nel mare di latte che ti avvolge le ginocchia, beh, è un po’ difficile uscirsene dal cinema pensando “Peccato per il finale, ma tutto sommato non mi è dispiaciuto.” Tutto sommato una sega!

L’altro ieri, mentre ero al cinema che guardavo Elysium, non so ben per quale motivo, m’è venuto in mente che non solo non avevo scritto qua sul blog di Trance, non avevo neanche creato la bozza come faccio di solito, non l’avevo infilato nell’elencone dei film visti quest’anno, non gli avevo dato un voto nel file excel delle votazioni di Iacine e non gli avevo dato le stelline su Mubi. Insomma, non avevo fatto tutte le cose da ossessivo compulsivo che faccio dopo aver guardato un film. Trance mi era immediatamente scomparso dal cervello, come se la Rosario Dawson del film mi avesse ipnotizzato e fatto dimenticare (e in effetti la cosa ha forse a che vedere con le scene in cui appare nuda). Sul viaggio di ritorno dal cinema, Giovanna mi ha chiesto di spiegarle un po’ com’era ‘sto Trance, avec spoiler, tanto lei non lo guarderà mai. Mi ci sono messo d’impegno, ho provato a raccontarle tutta la soluzione del mistero, ci avrò messo dieci minuti e alla fine neanche ci sono riuscito fino in fondo perché dei passaggi mi sfuggivano. Memoria corta? Finale a cazzo di cane? Film che non sa spiegarsi bene? Cose a caso? Colpa mia? Vai a sapere.

Trance è un film che lo guardi e poi sparisce. Inizia bene, con un bel ritmo, in maniera misteriosa e intrigante. Prosegue infilandoti sempre più nei suoi dubbi, costruendo un racconto che ti viene voglia di sbrogliare e appoggiandosi su bravi attori che fanno la loro parte. In più c’è l’immaginario visivo di Danny Boyle, tutto sghembo e sbagliato, che mette in scena colori fortissimi e inquadrature dalla prospettiva surreale, dando vita a una roba che non solo è proprio bella da osservare, ma s’incastra pure bene coi temi raccontati dal film. Insomma, sei lì tutto coinvolto, che hai l’impressione di stare guardando un bel film di Danny Boyle, ed ecco che piano piano comincia la frana e si arriva fino al punto di dire “OK, basta”, lasciar completamente perdere il mistero perché chissenefrega e limitarsi a godersi il resto, le belle immagini, le musiche azzeccate, il ritmo che comunque non cede in maniera particolare. Poi arrivi alla fine e non puoi dire di esserti annoiato, però sei davvero disarmato, inizi a pensare ad altro all’insegna del whatever e pian piano il film scompare dalla memoria. In fondo è esattamente il processo mentale descritto a un certo punto dal personaggio di Rosario Dawson, quell’idea secondo cui a volte dimenticare qualcosa è una forma di autodifesa. Ecco, sì, meglio dimenticare. Anche se in fondo mi sono divertito. Credo. Non ricordo.

Ho visto Trance al cinema qua a Monaco, l’altro giorno, in lingua originale, che merita perché son tutti bravi e poi tra francesi e isolani c’è un bel rincorrersi di accenti. In italia, se IMDB non mente, il film arriva fra un paio di settimane.

Ferragosto, computer mio non ti conosco

Nel 2009, Ferragosto è capitato di sabato. Ero al termine di una settimana di vacanza a Berlino, costruita attorno al fatto che proprio il 15 ci sarebbe stato il concerto dei Pearl Jam, che per quel tour non avevano previsto date italiane. Tre giorni dopo abbandonai Berlino in aereo, diretto però non a Milano, ma a Colonia, per seguire la mia prima Gamescom. Fra l’altro, un mese dopo, andai per la prima e ultima volta al Tokyo Game Show, ma non c’entra nulla. Quello lì del 2009 è stato il mio ultimo Ferragosto non dedicato al lavoro. Il 15 agosto del 2010? Era una domenica ed ero a Colonia, pronto ad affrontare nuovamente la Gamescom. Il 15 agosto del 2011? Era un lunedì ed ero a Colonia, per la prima giornata della mia prima GDC Europe, cui avrebbe fatto seguito, ovviamente, la Gamescom. Il 15 agosto del 2012? Era un mercoledì, ultimo giorno di GDC Europe, primo giorno di Gamescom. Ero a Colonia, ovviamente. E fra l’altro, proprio quel lunedì, avevamo annunciato la partenza del progetto che mi avrebbe prosciugato ogni rimasuglio di forza vitale rimasto in corpo di IGN Italia. E quest’anno? Il 15 agosto cade di giovedì, ma soprattutto cade la settimana prima del viaggio a Colonia. E siccome Ferragosto vale pure in Baviera, oggi si fa sega. Sono infatti stato strappato a forza dalla tastiera e convinto a passare la giornata in bicicletta, andando a finire da qualche parte fuori Monaco (non so, non ho capito, non ho indagato, mi fido).

Buon Ferragosto a chi se lo gode. E pure a chi non se lo gode, via. 🙂

Ieri sera sono andato a vedere Elysium. Non ho idea di come sia, perché ho scritto e programmato questo post ieri pomeriggio. Domani vado invece a vedere Kick-Ass 2. Domenica parto per Colonia.

Kick-Ass

Kick-Ass (USA, 2010)
di Matthew Vaughn
con Aaron Taylor-Johnson, Chloë Grace Moretz, Christopher Mintz-Plasse, Mark Strong, Nicolas Cage

Ho visto per la prima volta Kick-Ass al cinema, nell’estate del 2010, durante una qualche peregrinazione lavorativa intercontinentale, e mi sono divertito come un matto. Me lo sono riguardato la scorsa settimana, un po’ per ripassino pre-seguito, un po’ per mostrarlo a chi di dovere, e mi sono nuovamente divertito come un matto, anche se devo dire che a una seconda visione ho un po’ patito certe lungaggini del blocco centrale (il che, con di mezzo tre anni per dimenticare tutto, non è un gran bel segno). Ma l’impressione rimane comunque stra-positiva, soprattutto per l’intelligenza con cui Matthew Vaughn ha saputo prendere il fumetto e trasformarlo in cosa sua, dandogli una personalità propria, forte e a parer mio ben più convincente dell’originale di Millar, che trattava uno spunto totalmente idiota come se fosse la cosa più seria del mondo e, in questo, per certi versi era anche interessante e ricco di belle intuizioni, ma per molti altri finiva  per diventare insipido e innocuo nonostante il suo brutale sfoggio d’iperviolenza.

Il Kick-Ass cinematografico è un’opera ben diversa – per altro sviluppata, come il seguito, a fumetto non ancora concluso – e non lo è solo per le differenze che tutto sommato è anche un po’ lecito attendersi in un passaggio cinematografico made in USA (seppur rated R). Le modifiche sostanziali (e banalucce, ne convengo) al personaggio di Big Daddy, il modo stravolto in cui si evolve il rapporto fra Dave e Katie, la violenza comunque forte, ma un po’ anestetizzata, il finale pirotecnico… tutte cose che fanno magari storcere il naso a chi vuole fedeltà, ma in realtà s’inseriscono in maniera perfetta, naturale, molto azzeccata, nel tono del film, nella caratterizzazione dei suoi personaggi. E la differenza principale sta proprio qui, nel tono, perché il Kick-Ass di Vaughn è innanzitutto una commedia. Certo, brutale, certo, d’azione, certo, capace comunque di colpire quando ti mostra una undicenne educata a parlare come uno scaricatore di porto e a uccidere con leggerezza, come se fosse un gioco, ma comunque una commedia, divertentissima, trascinante, con dell’azione messa in scena in maniera magistrale e un ritmo azzeccatissimo.

Alla fine la forza principale del film sta nella sua capacità di bilanciare tutti questi elementi contrastanti, proponendo una surreale estetica dai colori esagerati per raccontare di gente “normalmente” disadattata, psicotici che si vestono da coglioni per andare a uccidere criminali e farsi prendere a schiaffi da teppistelli. C’è un surreale frullato che prende per il culo il dramma umano della gente che racconta, lasciandolo sullo sfondo, per carità, a fare appena da retrogusto cui fai caso se ci ripensi poi, dopo esserti divertito come uno scemo per un paio d’ore scarse. E poi c’è l’incredibile colonna sonora, perfetta, anche nella grande intuizione di accompagnare i massacri firmati Hit-Girl con The Tra La La Song, che li rende magari meno “forti”, ma comunica alla perfezione lo spirito con cui lei vive tutto: è un gioco, è divertimento spensierato, è sorridere a Kick-Ass e a Big Daddy cercando la loro approvazione dopo aver infilato una katana nella pancia di uno spacciatore.

In tutto questo si infilano poi degli attori che più azzeccati non si potrebbe: Nicolas Cage è meraviglioso, ha una scena allo specchio che urla fortissimo Mélanie Laurent e la sua idea di scimmiottare Adam West quando indossa il costume è fantastica; Christopher Mintz-Plasse esce dal cartonato di McLovin con una leggerezza non necessariamente prevedibile; Mark Strong è fantastico come sempre; Chloë Grace Moretz è pazzesca, una bambina che si mangia tutto come se fosse il Joker di Heath Ledger e sa gestire mille cambi di registro con la tranquillità di un’attrice consumata; Aaron Taylor-Johnson centra alla perfezione un ruolo non semplice, riuscendo a ritrarre uno sfigatissimo, sognante, pipparolo geek allo stesso tempo credibile e non odioso, perché non evirato (e riguardarlo qui dopo averlo visto in Le belve e Anna Karenina è allucinante). Insomma, Kick-Ass, pur con quell’unico dubbio sulle lungaggini espresso là in cima, per altro magari figlio del fatto che sto invecchiando e ormai se mi metto a guardare un film in seconda serata e in piena digestione la fatica la sento, è e rimane uno spacco e una fra le migliori cose emerse da questo pazzo pazzo mondo del cinema di supereroi che ha invaso le sale nell’ultimo decennio.

L’ho rivisto in blu-ray, ed è un bello spettacolo, e l’ho nuovamente visto in lingua originale, che merita totalmente, fosse anche solo per l’assurdità di Nicolas Cage e le raffiche di cock e cunt vomitate dalla piccola Chloë. Cacchio, comunque non ricordavo questa cosa che in Italia è uscito con quasi un anno di ritardo. Mamma mia.

Bling Ring

The Bling Ring (USA 2013)
di Sofia Coppola
con Katie Chang, Israel Broussard, Emma Watson, Claire Julien, Taissa Farmiga e degli adulti dalla scarsa importanza

L’aspetto più immediatamente affascinante di Bling Ring è alla fin fine quel che lo accomuna a tutti i film precedenti di Sofia Coppola, la sua capacità di gettarti mani e piedi a mollo nell’universo che racconta, a costo di fregarsene – volutamente – della narrazione in senso classico e puntare solo su una lunga serie di vignette che dipingono meravigliosamente bene i suoi personaggi. Anzi, in maniera un po’ paradossale, per rimanere agganciata al suo cinema, la Coppola ribalta quelli che sono i soliti meccanismi dei film “basati” su storie vere: là dove di solito si romanza e si raccontano le vicende con gli attori, lasciando alle immagini di repertorio il dovere di dar contesto, qui avviene l’esatto contrario. E ci si ritrova quindi con un film preoccupato soprattutto di mostrare la vita e l’essenza dei suoi protagonisti (probabilmente romanzati, intendiamoci) attraverso una lunga serie di scenette scollegate fra loro, senza raccontare nulla di particolare, mentre sono i brani di repertorio, i telegiornali e poco altro a portare avanti le vicende.

E l’universo in cui ci si tuffa è quello vacuo, plasticoso, di ragazzi e ragazze modellati dalla moda e dallo star system, disperatamente alla ricerca di una vita economicamente al di sopra di quella – già notevole – che si possono permettere, con l’ingresso nel mondo delle stelline come unico possibile sogno. E che in fondo, a modo loro, sono umanamente dominati dai rapporti (bizzarri, per carità), con i propri coetanei, dalla ricerca di affetto e amicizia. Non è del resto un caso se il film si concentra sull’unico personaggio maschile e soprattutto sul suo viaggio alle prese con la nuova amica Rebecca e il circoletto che le ruota attorno. Marc è l’ennesimo maschio targato Sofia Coppola in totale balia delle sue donne, ma perlomeno, una volta tanto, le protagoniste non vengono dipinte attraverso il filtro della bellissima e malinconica solitudine, intima compagna dell’essere donna, creatura meravigliosa, incomprensibile e inattaccabile da tutto ciò che la circonda (e che tende fatalmente a rivelarsi sempre inadeguato). No, si dividono fra cretine complete e astute manipolatrici dalle scale di valori totalmente sballate.

Se il limite, poi, è sempre il solito della Coppola, di film che raccontano senza raccontare nulla e aprono uno sguardo su vite poco interessanti e quindi noiose da seguire, la capacità di far immedesimare rimane travolgente. Guardi Bling Ring e sei lì assieme a loro, grazie anche alla bravura dei giovani attori e attrici, mentre passeggi per le case delle star facendo shopping con sufficienza, rubacchiando di qua e di là, vivendo il delirio d’onnipotenza e immortalità che è radicato nella capoccia di qualunque giovane e subendo il violento, improvviso, devastante impatto col muro della realtà quando il castello di carte va a catafascio. Certo, poi c’è chi va in prigione e chi rilascia interviste a Vanity Fair…

Ho visto il film qua a Monaco, al cinema, in lingua originale, che consiglio perché il linguaggio gggiovane e la sfilza interminabile di “Ohmygod!” sono parte integrante dell’esperienza. In Italia arriva a fine settembre, per la precisione il 26, se IMDB non mente.

Lone Ranger

The Lone Ranger (USA, 2013)
di Gore Verbinski
con Armie Hammer, Johnny Depp, William Fichtner, Tom Wilkinson, Ruth Wilson

La cosa bizzarra di questo Lone Ranger del nuovo millennio è che si tratta di un film tutto storto, strano e sbagliato, almeno per quelli che sono gli standard della Hollywood moderna, tanto concentrata sul mettere in produzione solo film basati su marchi di successo, possibilmente risalenti agli anni Novanta, ma soprattutto che siano vendibili come si deve sul mercato internazionale. Qui siamo davanti a un western, roba considerata invendibile da almeno due o tre decenni, basato su una serie TV degli anni Cinquanta che fuori dagli USA non conosce praticamente nessuno. Poi, certo, la chiave per rendere universalmente apprezzabile un “nome” sulla carta di potenziale successo solo in America stava nel riciclare fino al midollo la formula de I pirati dei caraibi, con Johnny Depp a fare da spalla bizzarra a un eroe per caso, buffo, impacciato e dal carisma prossimo allo zero, e con Gore Verbinski a imprimere il suo stile visivo allucinato e la sua notevole capacità di infilare a calci momenti sanamente truci in un rating PG-13.

Il risultato è un pasticcio un po’ sconclusionato, eccessivamente tirato per le lunghe, che ha una sua personalità tutta bizzarra ma fatica a trovare un’identità precisa. Ma allo stesso tempo è anche decisamente più gradevole e interessante di quanto mi aspettassi. Gradevole perché comunque il Verbinski è sempre un bel vedere, uno che costruisce la scena con attenzione, guidando l’occhio sui dettagli e dando un senso ai rapporti fra oggetti, persone e ambienti, senza buttare lì cose a caso per far bordello. La sua è un’azione potente, ricca e piena di immagini ricercate, anche se qui viene messo un po’ da parte lo sforzo allucinato del secondo e del terzo Pirati in favore di un evidente e sbracatissimo amore per quel western che non si fa più, tutto location, polvere (esagerata e spesso aggiunta al computer con un effetto tristissimo, ma comunque polvere), tramonti, cavalcate furiose e paesaggi infiniti che t’invadono il campo visivo.

E interessante, anche, perché comunque Lone Ranger è un film che, pur alla sua maniera leggera e bambinesca, racconta il vecchio West trattando con rispetto la popolazione indiana, presentando un Tonto molto meno fastidioso e simile a Jack Sparrow di quanto fosse lecito temere (sul serio, è il miglior Johnny Depp strambo da tanto tempo a questa parte) e mostrando un protagonista incapace, scemotto, che deve diventare eroe e lo farà ritrovandosi costretto ad abbandonare tutta la sua fiducia nei confronti di istituzioni a stelle e strisce che, quando va bene, sono popolate da pusillanimi e, quando va male, sono un trionfo di crudeltà e corruzione. Peccato solo che sia un protagonista di cui dubito possa fregare qualcosa a qualcuno: Depp e Fichtner si magnano tutto, in maniera forse anche voluta, ma che di fatto ammazza il ruolo di quello che dovrebbe essere l’eroe del titolo, e che fra l’altro, in centoquarantanove minuti di film, sostanzialmente non spara mai a nessuno. E che è? A voler ben vedere, a conti fatti, i problemi più grossi stanno nella solita esigenza di fare il reboot e di raccontare una storia d’origini, sperando che poi le cose prendano il largo alla prossima occasione. E quindi ci ritroviamo con un primo episodio privo di protagonista e un secondo episodio che probabilmente, visto l’insuccesso nato innanzitutto in quegli USA che dovrebbero essere ricettivi nei confronti del Ranger, non vedremo mai.

Il film l’ho visto qua a Monaco, al cinema, in lingua originale e in 2D. La lingua merita, perché Johnny Depp fa sempre molto col suo modo di parlare e perché nei western ci vuole la biascicata texana. Non so come possa essere in 3D, so però che raramente mi è capitato di notare così tante inquadrature che erano palesemente pensate per gli occhialetti. Ah, ne scrivo adesso perché qua in Germania è uscito la scorsa settimana. Capita.

Lo spam della domenica mattina: fumetti, danza del ventre e cooperativa solitaria

Se tutto fosse andato come da programma, questa settimana avrei spammato in questo spazio il nuovo episodio di Outcast: Chiacchiere Borderline. E invece poi il dramma, le consegne, il troppo da fare e non sono ancora riuscito a pubblicare il podcast. Però ho completato il montaggio, devo solo sistemare i dettagli. Arriva. Prometto. Su Outcast, comunque, ho buttato fuori il trentatreesimo episodio della rubrica Librodrome, dedicato ai fumetti di The Last of Us. E poi, ieri, il più o meno canonico appuntamento con la rubrica Old!, in cui chiacchiero dell’agosto del 1973.

Su IGN, invece, questa settimana ho pubblicato ben tre articoli che non erano traduzioni (di quelle, una valanga) o cose dallo scarso interesse tipo Top Week. Un pezzo su Shantae, giochino misterioso per Game Boy Color recentemente spuntato sulla Virtual Console del 3DS, la recensione di Brothers: A Tale of Two Sons, emozionante avventurona firmata Starbreeze in cui si fa co-op in solitaria e ci si commuove, e l’anteprima di AiRace Speed, un piccolo giochino in arrivo su 3DS sviluppato da un team polacco, quindi simpatico. E direi che può bastare.

Da domani si entra in clima prepartita per Colonia. Metto le mani avanti: non so, onestamente, se riuscirò a continuare ad aggiornare il blog. Comunque, cose di cui scrivere ne ho.

Un sabato al fresco

Ieri, qua a Monaco, ha piovuto quasi tutto il giorno. Ora, che piova quasi tutto il giorno mi fa piacere fino a un certo punto, soprattutto considerando che sul tardi me ne sono andato al cinema e, insomma, i soli venti minuti di distanza a piedi diventano tantissimi, quando Giove Pluvio ti bersaglia. Però con la pioggia è arrivato un fresco meraviglioso e sto benissimo. Ieri sera ho indossato il felpino. È troppo bello, indossare il felpino ad agosto. Vogliamoci tutti bene, stringiamoci in un abbraccio infinito.

Her, il nuovo film di Spike Jonze (Essere John Malkovich, Il ladro di orchidee, Nel paese delle creature selvagge), con Joaquin Phoenix che si innamora di un’intelligenza artificiale doppiata da Scarlett Johansson. Bonus: Rooney Mara fa la ex, Amy Adams fa l’amica, Olivia Wilde fa l’appuntamento al buio. Ammazza, lo voglio pure io, un appuntamento al buio con Olivia Wilde. Comunque, esce a fine anno, voio.

Nuovo trailer un po’ più esplicativo per The Counselor, nuovo film di Ridley Scott, primo film scritto da Cormac McCarthy, con Michael Fassbender che
sventola il batacchio davanti a Cameron Diaz e Penélope Cruzsi mette nei guai con della brutta gente. Sembra intrigante, no? Sicuramente da questo trailer si capisce un po’ di più dove la storia dovrebbe andare a parare. Sicuramente o forse. Comunque, esce a novembre più o meno dappertutto.

Un simpatico spot targato Mother Russia per il gruppo di supercriminali guidato da The Motherfucker. Trattasi di Kick-Ass 2, che esce a Ferragosto in un sacco di posti, compresa l’Italia. Il che dovrebbe far capire quanto i distributori italiani abbiano fiducia nel film. Per dire, Elysium, nel mondo, esce negli stessi giorni, ma in Italia l’hanno spostato a fine mese. In the meantime, è stato confermato che Mel Gibson sarà il cattivo di The Expendables 3 e che nel cast ci sarà pure Antonio Banderas. Due scelte molto azzeccate per il festival dei pensionati action, tanto più che Mel mi sembra in gran forma. Certo, sono entrambi anche nel nuovo Machete, probabilmente a interpretare gli stessi ruoli, ma che vuoi che sia? La notizia “ma per favore” del giorno, comunque, mi arriva dalla pagina ufficiale su Facebook di Scott Adkins: il nostro amico Boyka avrebbe sostenuto un’audizione per diventare il prossimo Batman. Ora, intendiamoci, se lo scelgono per tirare le pizze, ci mancherebbe, ottimo, ma… ehm… no, dai… su… ecco… ehm…

Ieri sono andato a vedermi Trance e soprattutto a vedere per la prima volta al cinema uno dei miei film preferiti della storia, Le iene. Quando è uscito al cinema in Italia, vietato ai minori di 18 anni, ero troppo piccolo per andarci. Del resto, anche quando è uscito Pulp Fiction ero troppo piccolo, ma lì appena di un anno e mi sono infilato in sala fischiettando con indifferenza. È stato bello, vederlo per la prima volta al cinema? Non lo so, questo post l’ho scritto e programmato ieri, prima di uscire.

Facciamola finita

This is the End (USA, 2013)
di Evan Goldberg e Seth Rogen
con Jay Baruchel, Seth Rogen, James Franco, Jonah Hill, Craig Robinson, Danny McBride

Stavo controllando la pagina IMDB di This is the End per scrivere le tre righe qua sopra (sono un tipo preciso!) e mi sono reso conto di una cosa: la colonna dei nomi degli attori è identica alla colonna dei nomi dei personaggi. Cioè, lo sapevo, ma trovarsela davanti è affascinante. Quasi ipnotico. E ricco di spoiler, perché in effetti, leggere in anticipo l’elenco degli attori di un film nel quale parte delle risate si basa sulla raccolta delle figurine, sull’apparizione di questo o quell’attore, significa rovinarsi qualche gag (me ne vengono in mente soprattutto un paio della mezz’ora finale, davvero sceme e divertenti). Il bello di Facciamola finita, però, è che alla fine non c’è solo questo esercizio di ultra-meta-cinema e tutto sommato si tratta di un film più divertente, meglio costruito e fra l’altro pure più sanguinario di quanto mi aspettassi.

Lo spunto di partenza vede un gruppo di deficienti attori interpretare loro stessi. O, meglio, i “loro stessi” che ci immaginiamo. Spocchiosi, presuntuosi, vanitosi, vacui e sostanzialmente insopportabili, da qualche parte fra l’asshole e il dumbass. Brutta gente, capitanata dal peggiore di tutti Michael Cera, che quando si scatena l’apocalisse si trova abbandonata a se stessa e in preda al panico. La maggior parte delle gag ruota attorno a questi due aspetti, al fatto di avere come protagonisti (e gran parte delle comparse) i cartonati degli attori e al piazzare gente normale e incapace in una situazione da fine del mondo. Niente eroi che salvano la baracca, neanche mezza impresa: più la situazione peggiora, più arrivano gli schiaffi e non c’è mai mai mai una singola cosa che riescano a combinare senza far disastri.

Il risultato, pur nell’assurdità di certi scambi, nel rappresentare personaggi talmente esagerati da avere poco di normale, nella presenza di svariate gag che perdono senso se non si conosce la carriera degli attori (ma l’unico momento davvero “difficile”, perché tirato avanti per un po’, è quello dedicato a Pineapple Express), è un film che riesce a raccontare in maniera bizzarramente umana il caos dell’apocalisse. Certo, infilandoci demoni dal pacco enorme, gag incentrate sulla masturbazione di Danny McBride e una discussione sull’eventualità di stuprare Hermione, ma con anche l’intelligenza di non limitarsi a un turbinio infinito di gag e infilarci dentro il surreale viaggio personale dei due personaggi principali e il racconto della loro amicizia. All’ombra di un pene da venti metri.

Non riesco a capire se Facciamola finita è un colpo di genio o il solito titolo italiano sparato a caso. Evito il pippone su quanto un film del genere possa essere rovinato dal doppiaggio, a prescindere dalla qualità di adattamento e interpretazioni (che comunque, in totale malafede, mi aspetto bassa). Uh, no, in effetti non ho evitato. Pazienza.

Thor lo zozzo

C’è questo fatto bizzarro che di Thor non ricordo praticamente nulla. Mi spiego. In vita mia, ho letto praticamente qualsiasi cosa sia stata pubblicata dalla Marvel dagli anni Sessanta a, boh, da qualche parte durante la seconda metà del decennio scorso. OK, qualsiasi cosa no, ma insomma, veramente la maggior parte di quel che è stato pubblicato. Non esagero! E per la maggior parte dei personaggi ho un sacco di ricordi. Ricordo saghe, ricordo avvenimenti, ricordo cose. Di Thor, boh, non ricordo nulla. Ricordo che ho amato molto il ciclo di Walter Simonson, ma non ricordo di che cacchio parlasse. E ricordo che mi aveva affascinato il ciclo scritto da Warren Ellis con l’alberone fra le palle. Toh, ricordo anche vagamente il periodo di Asgard sulla Terra che hanno omaggiato nel primo film. E in linea di massima ricordo chi sono i personaggi principali. Ma, insomma, boh, è bizzarro. Sarà che mi è sempre stato sui maroni.

Tutto quel discorso là sopra era per dire che guardo questo trailer e non ho la minima, ma proprio la benché minima idea di quanto e come possa omaggiare cose viste nei fumetti. Vuoto totale. Oh, capita. In compenso, rispetto al primo trailer, dai, mi lascia addosso un po’ meno disinteresse, anche se alla fine è più che altro voglia di rivedere in azione Loki. Comunque, carina la gag finale, simpatico l’accenno a The Avengers, evocativa la voce di Christopher Eccleston, le presenze femminili fan piacere, ma mi rimane lo stesso addosso un certo senso di whatever. Fra l’altro, il taglio visivo mi sembra molto più cupo rispetto a quello del primo episodio, quasi come se volessero cavalcare il successo di Game of Thrones rinnegarne l’estetica fantasiosa, colorata, totalmente fuori di cozza. E boh, insomma, alla fine sono comunque curioso di vederlo, via, i fumettoni, i supereroi, la Marvel, però, di ‘sta fase 2, alla fin fine, l’unico film che davvero mi attira un sacco è Guardians of the Galaxy. Errore mio?

Oggi double bill, vado a vedermi James Franco e amici contro la fine del mondo e Johnny Depp che fa le mossette. Oh, da queste parti escono adesso, che vi devo dire?

Quei mercoledì lì

Oggi è uno di quei mercoledì lì, quelli in cui sto annaspando dietro alle consegne e quindi niente, non ce la faccio a scrivere robe sensate per il blog. E questo nonostante ieri fossi convinto di essere in una situazione tranquillissima e che guarda avrei scritto pure uno o due post in anticipo per portarmi avanti. Ah, la dura vita del lavoratore casalingo in mutande e canotta! Comunque, due scemenzine al volo. Tipo questi due tweet di Sylvester Stallone.

E che dire, quindi in The Expendables 3 avremo Harrison Ford, probabilmente impegnato a dividersi fra le battutine su Han Solo e quelle su Indiana Jones (a proposito, Ford, alla domanda “Ma un quinto Indy?” risponde “Mboh, perché no?”). Alla fine mi sembra divertente, come idea. Voglio dire, è una serie basata sul frullato di gente messa dentro a caso, ascoltando il parere dei fan su Twitter… perché no? Fantastico, comunque, il secondo tweet. A occhio ci leggerei una “lieve” critica a Bruce Willis. Sbaglio?

Teaserino della nuova stagione di American Horror Story. Non l’ho mai seguito, merita? Per qualche motivo mi attira un sacco ma, appunto, non ci ho mai posato gli occhi. Comunque, non è che ci sia molto altro da segnalare. Il trailer del giorno è in realtà quello nuovo di Thor: The Dark World, ma immagino uscirà in serata, per agevolare gli americani. Chiudiamo con questa roba che segue.

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Paradise, primo film da regista per Diablo Cody. Lo spunto di partenza neanche mi dispiace, ma il trailer mi ha fatto venire voglia di strapparmi lo scroto e gettarlo dal balcone in testa a quelli che stanno scavando nell’asfalto per posare la fibra ottica qua nella via. Esce in autunno, comunque.

Ieri ho rivisto Kick-Ass. Mi è venuta molta voglia di vedere Kick-Ass 2.