La regola del silenzio

The Company You Keep (USA, 2012)
di Robert Redford
con Shia LaBeouf, Robert Redford e un sacco di suoi amici più o meno coetanei

La regola del silenzio ha tre problemi. Il primo è che l’intera faccia di Robert Redford ha ormai l’aspetto delle labbra di Nicole Kidman. È onestamente inguardabile e totalmente privo di credibilità, specialmente quando sei lì che cerchi di farti coinvolgere dalla sua disavventura umana e ti ritrovi a osservare su schermo gigante il volto di uno dei Masters of the Universe. Il secondo è che cerca di convincerti che Robert Redford e Julie Christie fossero dei giovani rampanti, freschi d’università, nel 1980. Quando il primo aveva quarantatré anni e la seconda ne aveva trentanove. E OK i fuori corso, OK che siamo abituati a sorbirci attori ventenni in ruoli da adolescenti, ma ci vuole una gran forza di volontà, nel guardare il settantaseienne Robert Redford che arranca correndo nei momenti quasi action del film, con delle movenze da, beh, da quasi ottantenne, e credere che abbia una ventina d’anni in meno. Il terzo problema è magari una faccenda personale, per carità, ma onestamente, sarà anche perché i problemi numero uno e numero due mi hanno completamente tirato fuori dal film, dopo il bell’avvio mi sono discretamente spaccato i maroni.

Le premesse sono intriganti, perché poi alla fin fine l’idea di bermi un bel thriller politico, più o meno ancorato a fatti reali, come non se ne fanno più, è totalmente benvenuta. Avercene, di film del genere, avercene, di film come non se ne fanno più, avercene, di Jack Reacher e di Argo. La voglia, perlomeno a casa mia, c’è eccome. Anche a costo magari di sopravvalutarli un po’. Ma La regola del silenzio, pur partendo bene, in maniera intrigante, con una Susan Sarandon convintissima e uno Shia LaBeouf che ce la mette tutta nelle sue nuove vesti da attore serio, si perde velocemente nel nulla, diluisce le sue emozioni spostando l’attenzione sul poco credibile Redford e sulla sua ricerca di riabilitazione.

Il problema è che non ci si crede un attimo. E se non credi al nucleo del film, come fa a funzionare tutto quel che gli ruota attorno, soprattutto quando è il film stesso a mettere in secondo piano certi aspetti interessanti introdotti inizialmente? A dare il colpo di grazia, poi, ci pensa il cast: al quinto o sesto – bravissimo, per carità – attore famoso dei bei tempi andati che fa da comparsa, la raccolta di figurine si unisce al gruppo degli elementi che spingono fuori dal film e ammazzano il coinvolgimento. Provare a indovinare quale sarà il prossimo simpatico nonnetto a fare ciao ciao con la manina, e in quali vesti si presenterà, diventa ben più interessante che capire come si arriverà al prevedibile lieto fine. E d’altra parte è esattamente quel che succede con gli All-Star Game, no? Nella maggior parte dei casi, poco importa il risultato: vediamo chi c’è e che numeri fanno. Oh, guarda, Tracy McGrady s’è fatto l’alley-oop da solo.

Ho visto il film al cinema qua a Monaco, in lingua originale, l’altro giorno, perché, sì, qua in Germania è uscito adesso, con mesi di ritardo. L’Italia, invece, è il primo paese al mondo in cui è uscito. Poi vi lamentate. Ah, in un film pieno di gente sopra ai sessanta, Shia LaBeouf è quello che biascica più di tutti. Brit Marling, invece, ha una voce molto sexy,

1 commento su “La regola del silenzio”

  1. Il film non l'ho visto.
    Però:non sarà colpa di Shis La Beouf(caz…. di nome),ma da quando l'ho sentito come doppiatore in “dragon trainer”(film che peraltro adoro)ho pensato:”faccia da babbeo,voce da ubriaco….e fa pure l'attore!”.
    Tutti hanno una possibilità a questo mondo!!

    Mi piace

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