Into Darkness – Star Trek

Star Trek into Darkness (USA, 2013)
di J.J. Abrams
con Chris Pine, Zachary Quinto, Benedict Cumberbatch e un sacco di altra gente

Le premesse su che genere di appassionato della saga di Star Trek sono, su quanto il rilancio firmato Abrams, concettualmente, sia fatto apposta per me e sul mio aver gradito non poco il primo episodio le ho già fatte una settimana fa, quindi non sto a ripeterle qui. Anche se rimangono fondamentali, perché pure questo secondo film della nuova era di Kirk e compagni mi è piaciuto moltissimo, per motivi tutto sommato simili, e perché ho l’impressione che chi non ha gradito il primo, o magari l’ha proprio odiato, si ritroverà ancora di più con la vena chiusa sul collo di fronte a questo. Ma d’altra parte non è che ci sia da stupirsi, considerando il cast pressoché immutato, al di là di qualche aggiunta. Lo stile, il tono, l’approccio rimangono gli stessi e, anzi, se possibile, si punta ancora un pochino di più sull’azione e ancora un pochino di meno sul tecnoblabla. Nonostante questo, per quanto mi riguarda, rimane comunque un modo di “far” Star Trek non particolarmente fuori luogo, ma, ehi, opinioni.

Al di là di quello, Into Darkness va a chiudere il discorso di reboot/prequel, finendo di raccontare ciò che ci porterà poi ad avere l’Enterprise nel suo piano quinquennale di esplorazione dello spazio per arrivare là dove nessun uomo è mai giunto prima. Viene insomma completato il processo di definizione dei personaggi e dell’equipaggio in questa versione giovane e differente (ma poi così tanto?) da quella che ci era stata raccontata nei decenni scorsi e ci si ritrova pronti a far partire un telefilm che non vedremo mai, dato che immagino si andrà avanti al cinema (di sicuro, le premesse per un terzo episodio sono chiaramente definite in un aspetto poco più che accennato e abbandonato a sviluppi futuri). Tutto questo il film lo fa molto bene e l’ultimissima scena, che “lancia” il futuro dell’Enterprise, un piccolo groppino in gola me l’ha pure messo. Inoltre, il processo viene svolto proseguendo a raccontare il viaggio personale e l’evoluzione di Kirk e Spock, tanto come personaggi indipendenti quanto in quella che è la loro amicizia, e raccontando pure un po’ di pianeta Terra. Che pare una banalità, ma, che io ricordi, nelle varie incarnazioni di Star Trek non s’è mai andati troppo oltre qualche accenno, un passaggio a volo radente, uno sguardo a dei dettagli, e un paio di viaggi cinematografici nel passato. Qua, invece, la Terra di Star Trek è mostrata in abbondanza e ospita buona parte del racconto. Interessante, no?

E poi, ovviamente, c’è il cattivo. Benedict Cumberbatch è splendido come al solito, punta sul teatrale e sull’esagerato, marca ogni parola come se dovesse scolpirtela in fronte e tiene da solo in piedi il film, con un personaggio che per altro, data la sua particolare natura, giustifica anche abbastanza il taglio così sopra le righe. Ovviamente, poi, la sua presenza, così come diversi altri elementi più o meno importanti, si inserisce anche nell’approccio alla mitologia della serie. Un approccio che, come già nel precedente film, cerca di far funzionare tutto quanto e raccontare una storia comprensibile a tutti mentre rilegge in chiave diversa eventi e personaggi noti e tira continuamente di gomito allo spettatore che ne sa. In questo senso, Into Darkness non riesce forse a mantenersi in perfetto equilibrio come il precedente film e ha una scena in particolare che sembra davvero fare un un po’ troppo l’occhiolino. E per carità, è il suo scopo, e non dubito che per il totale ignorante in materia possa funzionare alla perfezione, ma in quel momento, pur apprezzandolo (il momento), han cominciato a farmi male le costole, a furia di gomitate. Questo, forse, è l’unico vero limite che trovo, assieme a un pre-finale che m’è parso affrettato e un po’ impacciato, in un film altrimenti divertente, appassionante, pieno di momenti riusciti e che, ripeto, per come la vedo io, non tradisce ma rielabora in maniera piacevole, a cominciare da quella scena iniziale davvero azzeccata, per arrivare a tutto il resto. Insomma, bene.

Il film l’ho visto qua a Monaco, in lingua originale e in 3D. Qualsiasi voce e qualsiasi genere d’interpretazione si scelga di utilizzare per Cumberbatch nella versione italiana, non c’è verso, sarà una perdita. Il 3D, fa quel che deve, anche se onestamente non mi è sembrato un film particolarmente in grado di stupire in quel senso. Non so se questo sia un pregio, un difetto o un paradosso, visto il genere.

3 pensieri riguardo “Into Darkness – Star Trek”

  1. C'è una chat nella mia lista Whatsapp chiamata: “Waitin' 4 Into Darkness”, con 13 partecipanti. Tutti nerd che aspettano questo film con la bava alla bocca. : D È un peccato doverlo vedere in italiano perché, come dicevi, non c'è modo di rendere il cattivo. Solo dal trailer si capisce.

    Ma che dobbiamo fare? Fisicamente non c'è modo alternativo. Un po' come il dramma Toretto. Speriamo che sia bellissimo comunque! (Nel trailer italiano ci sono, tra l'altro, almeno due traduzioni sbagliate… speriamo bene.)

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  2. Ma infatti questa è la mia linea di comportamento da qualche anno a questa parte. Avevo, ho, un pila infinita di biglietti del cinema che raccolgo da dieci anni ormai. I primi sono talmente scoloriti che non si leggono più. La pila s'interrompe, con costanza, dal 2010 in poi.

    Da quand'ho fatto un po' più d'orecchio alla lingua originale, mi sono abituato, ho perso la voglia di andare al cinema. E la cosa mi dispiace perché ora vedo meno film di quanti ne vedevo prima. È che quando esce un film nuovo, è tutto carico delle pubblicità, delle voci, delle recensioni, e quindi alla fine carica anche te che vuoi andarlo subito a vedere.

    Con il trend recente invece, quello di schivare il cinema, spesso sono in differita e mi disturba perché magari i miei amici ne parlano, o a volte passa talmente tanto tempo tra il bluray, il rip, il recupero che va a finire che del film proprio me ne dimentico.

    Ovviamente in questo capitano le eccezioni, come Into Darkness, Fast&Furious6, Iron Man 3, The Cabin in the Woods, che hanno troppa aspettativa per essere schivati.

    È una vita pessima per gli sfiaccuti, nun ce sta niente 'a fa'.

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