Tentacola

Oggi abbiamo pubblicato il nuovo Podcast del Tentacolo Viola, in cui si chiacchiera con una donna a cui piacciono i videogiochini, si scopre praticamente in diretta della morte di Lucasarts e io, fra le altre cose, blatero di BIT.TRIP Presents Runner 2: Future Legend of Rhythm Alien e Jimmy Bobo. Lo trovate a questo indirizzo qua. A quest’altro indirizzo qua, invece, trovate l’ultimo episodio di The Walking Podcast, in cui si commentano quindicesima e sedicesima puntata della terza stagione di The Walking Dead.

E domani, a meno di inconvenienti, registriamo l’Outcast Reportage sulla GDC 2013.

I trailer del sabato mattina (più o meno)

Allora, un po’ di nerdaggine da weekend. Ieri sono capitato su questo articolo di JoBlo in cui si fa il punto sulla seconda fase dell’universo Marvel cinematografico, quella che sta per iniziare con Iron Man 3, andrà avanti con Thor: The Dark World sempre quest’anno, proseguirà nel 2014 con Captain America: The Winter Soldier e Guardians of the Galaxy e si concluderà con The Avengers 2 nel 2015 (anno in cui è fra l’altro già previsto l’avvio della terza fase, con Ant-Man). C’è un bell’artwork per Iron Man 3, ci sono una serie di foto dal nuovo Thor (compresa una in cui vedo per la prima volta in scena Natalie “non c’ho voglia” Portman), diversi studi per il secondo Captain America (si vedono Falcon e il Winter Soldier… a proposito, ma ‘sta storia di Robert Redford che farà il capo dello S.H.I.E.L.D.?) e uno per Rocket Raccoon che James Gunn ♥ e non vedo l’ora. Eppoi c’è questa specie di trailer concettual-autocelebrativo su tutto quel che è stato annunciato.

Non mi sento di definirmi gasato per tutta ‘sta roba, perché ormai l’hype è catarticamente esplosa con The Avengers e adesso ci sono abituato, vivo tranquillo. Fermo restando che, per il momento, quando guardo quelle robe chiuso in una sala cinematografica piena di tedeschi ubriachi, ancora mi emoziono. Approposito, breve trailerino televiso per Iron Man 3 in cui si vedono i tizi Extremizzati.

Ah, e stanotte è spuntato il trailer di Carrie. Mboh, tutto sommato le due attrici mi sembrano azzeccate, anche se Carrie è forse troppo caruccia, e sono curioso.

Che faccio, ci vado, stasera, a vedere Dead Man Down?

Rogerino :(

E niente. Stasera ero lì, che stavo lavorando su una traduzione da consegnare domattina, quando uno scambio di mail con Delu si è chiuso in maniera tragica.

Scambio di mail:
Delu (9:31): Ho caricato l’articolo.
giopep (10:03): :*
Delu (10:08): È morto Ebert. 😮
giopep (10:11): [Censura]! Giusto ieri ho letto la sua bloggata sul fatto che stava male. 😦
giopep (10:39): Comunque sei un animale, mi hai fatto prendere un colpo. 😀 😦
Delu (10:44): 😦

Ecco. La bloggata, suppongo sia l’ultima cosa che ha scritto, era quella che sta a questo indirizzo qua. Un messaggio bellissimo, che già a leggerlo – come spesso mi capitava con i post sul blog personale di Ebert – mi ero emozionato tutto, mentre pensavo “eh, in effetti, l’avevo notato da un pezzo, che parecchie recensioni non le firmava lui”). In quel post si legge passione, speranza, tanta voglia di fare ancora nonostante tutto, amore per la vita e per le persone, tanto quelle che gli sono vicine, quanto quelle che gli stanno attorno da lontano, leggendolo e ascoltandolo da ennemila anni. E il giorno dopo aver letto quel post, l’animale di Delu mi salta fuori così, dal nulla. “È morto Ebert. :o” Porco cazzo.

Mi ha preso un magone pazzesco, davanti a quella mail. Subito Google, ricerche, Twitter, lucciconi agli occhi. Ho chiamato Giovanna, senza dirle nulla, le ho fatto leggere il post e poi le ho spiegato. Il commento: “:(… ma… ma no… :(… no… ma… :(… “. Eh, sì, più o meno. Ci siamo letti assieme il coccodrillone del Chicago Sun Times e, uffa, mamma mia, che tristezza infinita.

Io non ci sono cresciuto, con Roger Ebert. Non l’ho mai visto in TV, non sono stato educato al cinema da lui e non so neanche quando di preciso ho scoperto della sua esistenza, ma non deve essere accaduto poi così tanti anni fa. Eppure, anche se l’ho frequentato per, boh, sparo a caso, dieci anni o giù di lì, gli voglio bene. Leggo avidamente le sue recensioni, con la passione con cui leggo qualcuno che ha sempre qualcosa di interessante da dire e che, soprattutto, sa dirlo in maniera interessante, senza porsi sul piedistallo, facendoti sentire seduto lì sul divano di fianco a lui. Ogni volta che guardo un film, poi vado a vedere cosa ne ha scritto Roger Ebert. E non importa se magari a volte la vediamo in maniera diversa, perché non è mai quello il punto, non è mai quello il motivo per cui leggo una recensione. Mi chiedo se ho voglia di andare a vedere un film? Vediamo che ne ha detto Roger Ebert. E mi piace così tanto leggere quel che ha detto, che spesso, anche se parla malissimo del film, mi fa venire voglia di andare a vederlo. Perché così poi possiamo chiacchierarne assieme. Non so quante volte le ho scritte, in questo blog, le parole “Rogerino Ebert”. Gli ho pure dedicato un tag, perché mi hanno regalato un libro a Natale e ho deciso di fare una cosa. E non ce la farò mai. Ma non è quello il punto. Il punto è che ho scritto tutto questo al presente.

Non sono certo la persona adatta per star qui a raccontare chi fosse Roger Ebert, cosa abbia significato, cosa sia riuscito a fare: ci sono già centomila robe sull’internet che lo fanno sicuramente meglio, e poi ci sono la sua autobiografia e il suo libro sul cuoci riso automatico. Oltretutto sono scombussolato, sono le tre di notte, finirò di scrivere e pubblicare questo post alle quattro di notte, vengo da una serata in cui ci ho messo un secolo a fare due cose che dovevo assolutamente fare (e le ho fatte) e non sono riuscito a fare le altre cose che speravo di riuscire a fare (e le farò domani). Ho appena visto il trailer del nuovo Carrie. Ho letto con gli occhi lucidi centocinquantamila coccodrilli, tweet da tutte le parti, un esplosione di gente da ogni direzione, amici, conoscenti, game designer, giornalisti, persone a caso che parevano sinceramente dispiaciute, se non commosse, mi sono riletto quell’altro post là sul suo blog personale e ho ripensato a tutti gli altri ancora. Ho letto l’articolo su La febbre del sabato sera segnalato da Bill Simmons come il suo preferito, sono capitato sull’elenco dei dieci film di Rogerino e sulla dichiarazione ufficiale della Casa Bianca, m’è venuto in mente lui che sbrocca al Sundance alla conferenza stampa su Better Luck Tomorrow, ho letto la quarta di copertina della sua autobiografia, m’è venuto in mente che devo ancora guardare il suo film del decennio scorso, mi sono riguardato quel video meraviglioso là sopra, ho ripensato a tutti i post così affascinanti, interessanti, divertenti, carichi di spirito e forza, che mi ha fatto leggere negli anni.

Ero sommerso, ero nella fascia oraria delle bermude, ma in una versione tristissima e con gli occhi gonfi. Ogni tanto interrompevo il flusso e andavo un po’ avanti a lavorare, ma poi qualcosa attirava la mia attenzione, tipo segnale radio misterioso su un pianeta abbandonato, e rientravo nella fascia oraria delle bermude. Leggevo magari il bel racconto di JoBlo su che persona fosse Rogerino o capitavo sulla roba più deliziosa, poetica, buffa e commovente che abbiano mai tirato fuori quei geniacci di The Onion. Andavo a vagare sul suo sito, quando aveva ripreso vita dopo l’assalto barbaro che aveva fatto sudare i server (e in questo momento son morti di nuovo), e mi rendevo conto che, probabilmente, l’ultima recensione della vita di Roger Ebert è stata quella di The Host. E pensavo che in fondo, due stelle e mezzo su quattro, magari merita una chance (comunque pare che in realtà ci sia una recensione del nuovo di Terrence Malick in arrivo la prossima settimana). Pensavo a quando, l’anno scorso, se n’è andato Tony, e la sera stessa ci siamo guardati True Romance e alla fine mi sudavano pesantemente gli occhi. E mamma mia quanto mi son sudati gli occhi, stasera. E niente, boh, non so neanche bene cosa dire. Non so cosa mi faccia diventare tanto emotivo per una persona tanto distante, non so nemmeno perché mi sia venuta voglia di scrivere questi pensierini sconclusionati e andare a dormire alle tre e mezza quattro di notte.

Però, prima di andare a dormire, ho pensato anche un’altra cosa. Ho pensato che in fondo, quel Roger Ebert lì, quello sorridente del video lì sopra, me lo immagino proprio così. Che va via sereno, tranquillo, sorridendo, coi pollici alzati. E in fondo è un bel pensare. Che non leva la tristezza di non poter più leggere sue cose nuove, ma ti lascia addosso una bella sensazione.

Per altro, in tutto questo, è morto pure Carmine Infantino. Così, botta di allegria, proprio.

Due trailer di spessore

Oggi avrei voluto scrivere di Hitchcock, che è l’altro film in uscita che ho visto un paio di settimane fa. L’altro oltre a Jimmy Bobo, intendo. Solo che ho troppo da lavorare, quindi magari facciamo domani, se riesco. Conseguentemente, mi limito a segnalare due trailer di spessore. Il primo.

Il nuovo trailer per This is the End, il film con i tizi sballati famosi che interpretano loro stessi alle prese con la fine del mondo. Mi fa abbastanza ridere, in particolare il ruolo di Hermione, anche se il timore che sia comunque una cacatissima c’è e rimane forte. In Germania esce ad agosto, non so dalle vostre parti.

Eppoi, ecco, sì, c’è lui. Sul quale non ho nulla da dire. Anzi, no, una cosa la dico: “Ci meniamo?” O “Ti aspetto fuori”, anche. Io lo aspetto fuori dal cinema. IMDB addirittura fa sperare per il mese prossimo.

Vi ricordo inoltre quel che avevo scritto a questo indirizzo qua.

Jimmy Bobo – Bullet to the Head

Bullet to the Head (USA, 2012)
di Walter Hill
con Sylvester Stallone, Sung Kang, Jason Momoa

In tutto quel tripudio di omaggi, nostalgia e amore per gli anni Ottanta emerso di recente, fra la raccolta di figurine di Mercenari e relativo seguito, il ritorno in gran spolvero del film d’azione, di sparatorie e di pizze in faccia, il riemergere di Vin Diesel e The Rock dall’anonimato delle commediole per famiglie e la rinconquista di ruoli da protagonisti armati di mitra da parte di Sly, Schwarzy e Bruce (manca Mel, ma non ci conterei), Bullet to the Head si inserisce con la delicatezza e la semplicità di un bambino. Walter Hill che festeggia il trentennale di 48 ore con un altra storiella tutta simpatica di buddycoppaggine, sperando che vada meglio rispetto a quando è andata malissimo con Ancora 48 ore. È andata meglio? Mboh, io quei due film, lo ammetto, me li ricordo poco, fondamentalmente parlo benissimo del primo e maluccio del secondo sulla fiducia, ma qui siamo nella classica zona del poteva andare peggio, ma cacchio se con quell’uomo alla regia e quelle presunte intenzioni speravo andasse meglio.

I ruoli sono un po’ cappottati – il poliziotto ligio alle regole è il giovane Sung Kang, il criminale smartass è il vecchio (e badass) Sly – ma per il resto siamo strettamente dalle parti di un film scritto come se fosse dovuto uscire almeno un paio di decenni fa. I personaggi si esprimono solo a botte di one liner (e alcune strappano davvero il sorriso), la storia è tutto un intrigo di gente cattivissima che vuole fare le speculazioni edilizie a New Orleans, lo sgherro principale del cattivo è il vero cattivo ed è uno grosso che non vede l’ora di prendersi a testate col protagonista, c’è una scena in cui qualcuno si fa estrarre un proiettile da un medico improvvisato e alla fine si tirano le pizze in faccia in un magazzino. C’è insomma bene o male tutto quel che ti aspetti quando entri in sala per guardartelo, e ci si può serenamente accontentare. Anche perché non vedo grossi motivi per lamentarti, se esci dal cinema divertito per aver appena visto un sessantenne con un fisico che ridicolizza la maggior parte dei quarantenni in sala che duellava a colpi di accetta con Conan/Khal Drogo. Anche se è pur vero che “The finale is set in a vacant warehouse, which at this point in action-movie history is like giving your wife a vacuum cleaner on her birthday.”

E insomma, Stallone è Stallone, Jason Momoa c’ha carisma e presenza fisica, Sung Kang è proprio bravino, anche se non ha forse la personalità giusta per fare da spalla al burbero in questo genere di film e finisce per risultare un po’ inutile, le battute sono ganze e pure politicamente scorrette, Christian Slater regala una divertentissima uscita di scena e Walter Hill, pur dando l’impressione di tirar via il film staccando l’assegnino, riesce a regalare una seducente New Orleans e dell’azione ruvida e violenta, anche nelle piccole cose, anche quando i due protagonisti battibeccano e il cinese coreano si piglia un cazzotto nello stomaco. Certo, c’è la classica azione tutta spezzettata che non capisci mai se sia una scelta stilistica o una necessità dettata dal fatto che Stallone ormai è ingessato e quando si butta per terra sembra sia stato abbattuto da una fucilata, ma poteva andare peggio. Se poi “poteva andare peggio” sia qualcosa di cui ci si possa accontentare, beh, boh, non lo so.

Ho visto Bullet to the Head qui a Monaco, in lingua originale, un paio di settimane fa. Poi gli impegni si sono accumulati e non ne ho mai scritto, l’ho fatto oggi perché domani il film esce al cinema in Italia. Sylvester Stallone, in lingua originale, emette una lunga serie di mugugni al limite dell’incomprensibile. Che poi è anche il suo fascino, per carità, però, per capire quel che dice, devi leggergli il labiale.

The Walking Dead 03X16: "Nelle tombe"

The Walking Dead 03X16: “Welcome to the Tombs” (USA, 2013)

con le mani in pasta di Glen Mazzara e Robert Kirkman 
episodio diretto da Ernest R. Dickerson

con Andrew Lincoln, David Morrissey, Laurie Holden, Dallas Roberts, Danai Gurira, Chandler Riggs, Norman Reedus, Chad L. Coleman

Dopo aver diretto il finale della seconda stagione, l’avvio della terza e una serie di altri episodi non solo ottimi, ma soprattutto cruciali nello sviluppo della serie, ecco che Ernest R. Dickerson si trova per le mani anche il season finale di questo terzo anno, e ancora una volta fa un buon lavoro, tirando fuori il meglio da una sceneggiatura divertente nel modo in cui punta un dito medio in faccia a chi, avendo letto il fumetto, si aspettava determinate cose. Il Dickerson è talmente bravo da rendere quasi toccanti eventi che, per ragioni non dipendenti da lui, toccanti non possono essere, ma qui si sconfina nello spoiler e ne parliamo dopo. In generale, mi è parso un finale di stagione solido, anche se ha un po’ il limite di starsene nel mezzo: chiude indubbiamente l’arco narrativo, ma lo fa lasciando aperti aspetti un po’ troppo cruciali, e allo stesso tempo, nel lasciare faccende un po’ appese lì, non ha la forza del cliffhanger che ti mozza il fiato, proprio perché il tono è quello della chiusura. Insomma, a metà. Comunque, prima dello spazio-spoiler, ci tengo a sottolineare una cosa: ma qualcuno farà mai presente a Daryl che annunciare il proprio arrivo da chilometri di distanza con il veicolo più rumoroso della storia potrebbe non essere una grande idea? Me lo chiedo dalla prima volta che è montato in sella.


SPOILER
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APPOSTO


Il problema principale, prevedibilmente, sta nel fatto che l’apice drammatico dell’episodio si concentra sul destino di Andrea e Milton, molto ben orchestrato, con una trovata sicuramente ganza, e scritto quasi bene, non fosse per le pause drammatiche che Andrea ritiene sia il caso di prendersi quando l’unica cosa a cui dovrebbe pensare è liberarsi in fretta. E ci sono davvero dei bei momenti, anche nella parte conclusiva, che non dico mi abbiano commosso, ma mi han quasi toccato, cosa che testimonia la bravura di chi ha realizzato l’episodio. Rimane il fatto, però, che Milton, per quanto intrigante, era un personaggio di secondo piano e se la sua morte funziona anche, quella di Andrea non può che colpire in maniera limitata, perché per due anni è stata raccontata come un personaggio insostenibile. Non dico si facciano i salti di gioia, ma insomma, mettendo assieme tutti i fattori, la buona realizzazione, il bagaglio del personaggio, l’inevitabilità del tutto, la mia reazione non è stata molto diversa da quella davanti alla morte di un T-Dog qualunque. 
Per il resto, comunque, l’episodio è di base una gran trollata per chi si aspettava il disastro, con un avvio di guerra alla prigione smorzato in un anticlimax d’antologia, che però riesce comunque a generare diversi sviluppi molto azzeccati. La sbroccata del Governatore è stupenda ed è forse il passo finale nel completare lo sviluppo del personaggio che sappiamo e ci aspettavamo. In più, quando sembrava che stessero preparando le cose per un 3 vs 3 all’O.K. Corral, ecco che invece Philip e i suoi due sgherri svaniscono di scena, con una trovata in stile Shane che chissà a cosa ci porterà. Nel mentre, mi piace il modo in cui si sta dipingendo la disumanizzazione del piccolo Carl, con tutti i possibili temi che ne nasceranno nella prossima stagione, e tutto sommato bene anche l’unione finale dei due gruppi, potenzialmente interessante per le varie storie che potrebbe introdurre in futuro (o anche solo per avere tanta carne da macello). A questo punto mi chiedo, però, come vorranno gestirsi la prossima annata: di nuovo fermi in prigione, andando a pescare da tutti quei discorsi visti nei fumetti (Tyreese!) e finora neanche accennati e chiudendo poi, sì, con la guerra? Ci potrebbe anche stare. In fondo, sedici episodi per adattare un arco narrativo così lungo son sempre parsi pochi. Certo, le carte in tavola sono comunque abbondantemente rimescolate, quindi vai a sapere. 
Stasera registriamo il nuovo The Walking Podcast. L’ultimo per un po’? Non ne ho idea, ma in fondo ci spero. Ché non è che mi faccia schifo rinunciare a un impegno settimanale.

Casa!

Oh, son tornato a casa, jetlaggato, stanco, ma tranquillo e pronto a ripartire. Credo. Sul volo di ritorno, dopo la ninfetta dell’andata, mi sono ritrovato di fianco un ragazzo della Pennsylvania che fa pattinaggio artistico e stava andando in Italia, a “Gardina” (immagino intendesse la Val Gardena) per le qualificazioni delle qualificazioni alle Olimpiadi invernali dell’anno prossimo. A quelle di Vancouver faceva la riserva, dice. Ha passato mezzo viaggio ad ascoltare musica classica con l’iPod facendo la faccia überconcentrata, probabilmente stava ripassando i passi, o qualcosa del genere. Beveva continuamente acqua per tenersi idratato. E leggeva Paulo Coelho. Chissà che roba, dev’essere, farsi un viaggio intercontinentale per un evento del genere, il jet-lag, la tensione… Fra l’altro, quando tossivo o mi soffiavo il naso avevo l’impressione che bestemmiasse temendo contagi.

Comunque, sono tornato. Sono sfasato, sono carico di cose da fare, ho un sacchetto pieno di cianfrusaglie che, come da tradizione, mostrerò nel prossimo Videopep e ho come l’impressione che, per paradosso, dopo essere riuscito a pubblicare una roba al giorno mentre ero via, interromperò le pubblicazioni sul blog ora che sono tornato. Vedremo.

Ah, buona Pasqua, per chi ci tiene. Io oggi mangio cose tedesche.