I corti animati agli Oscar

Allora, domenica c’è la notte degli Oscar, un appuntamento per me imperdibile fin da quando ero piccino picciò, che mi guardo tutti gli anni facendo la nottata sulla diretta o, magari, cercando di riprendermi dal massacro del fuso orario più gran premio della montagna con Fotone, rinchiuso in albergo a riposare. Fra le tante categorie “mboh, chissà” c’è quella dei cortometraggi animati, alla cui premiazione tipicamente si assiste con scritto in fronte “ho visto solo quello Pixar, era bello”. Ebbene, quello Pixar, in realtà, quest’anno è quello Disney, stava infatti prima di quella cosa un po’ meh che è stata Ralph Spaccatutto, ed è comunque molto bello. Ma sono molto belli pure gli altri, a parte magari quello di Maggie Simpson, che insomma, dai, niente di che, e li metto tutti qua di seguito per fare un post facile e tranquillo da lunedì.

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Sto ancora decidendo se andare al cinema per Frankenweenie. Oggi mi sa che è andata, ma tanto lo fanno tutti i pomeriggi, con calma. In compenso stasera vado a vedermi Parker

Il post inutile riempitivo della domenica mattina

Venerdì mattina ero lì, preso dal sonno per l’essere andato a dormire tardi avendo iniziato a giocare Dead Space 3, e mi sono ritrovato a chiedermi che senso avesse, in fondo, fare questi post di spam nel weekend, considerando che, probabilmente, chi segue questo blog ed è interessato ai podcast a cui partecipo ha ormai capito che stanno da quell’altra parte e li segue lì. No? Sì, dai. Poi, però, essendo che ero appunto preso dal sonno per l’essere andato a dormire tardi avendo iniziato a giocare Dead Space 3, mi sono anche detto che chissenefrega e in fondo è sempre un modo comodo e cheap per fare un post in più e tenere aperta la striscia di giorni consecutivi con qualcosa di pubblicato qua dentro, che è un giochino a cui ormai mi sono appassionato. E quindi, vi segnalo che l’altro ieri abbiamo pubblicato l’episodio numero 22 di Outcast Magazine, il podcast in cui parliamo dei giochini giocati. Gli argomenti sono quelli elencati nell’immagine qua sopra, il podcast lo trovate a questo indirizzo qua.

Ah, mercoledì abbiamo pubblicato il primo episodio di The Walking Podcast, in cui vogliamo commentare, di settimana in settimana, gli episodi di The Walking Dead, e in cui chiacchiereremo anche, presumibilmente con uscite extra, di altre robe zombose. In questo primo episodio, chiaramente, si parla della scorsa puntata del telefilm. Sta a questo indirizzo qua.

Nani mutanti e spoiler da strada

Ennesimo aggiornamento su X-Men: Giorni di un futuro passato, il film che tiene banco nel nerdverso e lo farà per ancora un bel pezzo. Abbiate pazienza. Bryan Singer ha annunciato su Twitter che Peter Dinklage farà parte del cast e, dopo che la marea dell’internet si è convinta che avrebbe interpretato Puck, spalancando le porte alla presenza nel film di Alpha Flight e, quindi, altri centododici personaggi da aggiungere ai già previsti ottocentosedici, è stato annunciato anche che il caro Peter sarà il capo dei cattivi. E quindi scatta inevitabile la domanda: chi? E la risposta è “boh?” Non mi viene in mente nessuno. Qualcuno più geek-nerd di me in ascolto ha suggerimenti? Che nani cattivi ci sono, nella storia degli X-Men? Ma poi nani cattivi di spessore, in grado di essere il “main antagonist” di un film. ?_? In effetti potrebbe anche essere un depistaggio, nulla vieta che interpreti un personaggio tutto all’insegna degli effetti speciali e fisicamente molto poco nano. Per dire, viene in mente Apocalisse. Fra l’altro, nella foto là sopra, ci assomiglia anche un po’. Anche se non so bene cosa c’entri Apocalisse con Giorni di un futuro passato, ma, ehi, poco importa. Boh, vedremo.

Nel mentre, Ain’t It Cool ha svelato lo spoiler dal futuro di Fast & Furious, roba non confermata ma che io ho deciso che è confermata perché mi piace troppo.

SUPER SPOILER




SUPER SPOILER





SUPER SPOILER





INTANTO RIGUARDIAMOCI IL TRAILER DI FAST & FURIOUS 6










SUPER SPOILER






SUPER SPOILER






SUPER SPOILER





INTANTO LEGGIAMOCI L’ESILARANTE COMMENTO AL TRAILER DI BILL SIMMONS






SUPER SPOILER





SUPER SPOILER




SUPER SPOILER




Allora, pare che alla fine (dove per “alla fine” si intende “nella scena dopo i titoli di coda”) di Fast & Furious 6, dopo l’inevitabile lieto fine, tutti contenti, amnistia, crimini perdonati, salta fuori che il cattivo interpretato da Luke Evans, presumibilmente finito maluccio nel film, ha un fratello maggiore: Jason Statham. Quello che si vociferava tempo fa come cattivo del sesto film. Ora, Jason Statham come si presenta? Con una sequenza che si va a incastrare in Tokyo Drift, con un’opera di retrofitting in cui scopriamo che (1) Tokyo Drift è ambientato fra il sesto e il settimo film e (2) l’anonimo automobilista che tampona e ammazza il personaggio di Sung Kang è in realtà un Jason Statham incazzato nero (e, presumibilmente, anche gli altri compari del caro Vin si troveranno a dover scambiare quattro chiacchiere poco gradevoli con il caro Jason). Fra l’altro, magari questo vuol dire che vedremo il ritorno di quel bovaro di Lucas Black, che a me era piaciuto non poco e poi è sempre il quarterback dei Permian Panthers. Agevolo la scena originale.
Hahahaha, è bellissimo, la continuity, ma soprattutto, ahahhahahahaha, rendiamoci conto che non solo sto aspettando fortissimamente il sesto Fast & Furious, sto anche già aspettando fortissimamente il settimo. Me l’aveste detto dieci anni fa, non so come l’avrei presa.
Poi magari son tutte balle, per carità, però sono balle bellissime.

Kurt & Tom

Continuano i lavori e continua a girare la macchina promozionale legata a X-Men: Giorni di un futuro passato, il seguito di X-Men: L’inizio che promette di essere un’esplosione di tripudio nerd-geek come poche altre nella storia del cinematografò. In particolare, se bisogna dare retta alle voci e alle chiacchiere, nel film dovrebbe apparire una svagonata tale di personaggi che altro che The AvengersLa chiacchiera di ‘sti giorni riguarda la possibilità che ci sia anche Nightcrawler, nuovamente interpretato da Alan Cumming. A me Alan Cumming piace tanto e con Bryan Singer ha fatto grandi cose nel secondo X-Men, quindi di certo non mi lamenterei. Comunque esce nel 2014, c’è tutto il tempo. Ad ogni modo, è anche spuntato sull’internet un nuovo trailer di Oblivion, con più Olga.

E che dire, a me Morgan Freeman che fa Morpheus provoca un po’ di ilarità, ma per il resto mantengo una moderata dose di gasamento. Fra un paio di mesi.

Mentre scrivo questo post sto decidendo se andare a vedere Frankenweenie. Non riesco a convincermi.

Die Hard – Un buon giorno per morire

A Good Day to Die Hard (USA, 2013)
di John Moore
con Bruce Willis, Jai Courtney, Sebastian Koch

La tradizione lanciata tanto tempo fa con il secondo Die Hard, e che in fondo è un po’ la tradizione del fare seguiti, è che a ogni nuovo episodio della saga bisogna trovare il modo di aumentare le dimensioni, fare tutto più grosso e più casinista. E così prima un palazzo, poi un aeroporto, quindi l’intera città di New York, poi in giro fra gli Stati Uniti, passando per Columbia, West Virginia e Maryland e adesso si espatria, finendo addirittura in Russia. Se mai faranno un sesto episodio, sarà un remake di Armageddon. Nel mentre, forse, si è piano piano un po’ persa l’identità di un film che in fondo raccontava di un singolo uomo alle prese con cose più grandi di lui, che da queste cose si faceva prendere a calci in faccia indossando una canotta sporca di sangue e che ne usciva vincitore grazie alla cazzimma e alla perseveranza, non certo a un’aura da supereroe invincibile che tutto può e tutto sa. Poi poco male, eh, ché vedere Bruce abbattere aerei tirando loro addosso automobili è sempre un piacere, tanto più che secondo me questo McClane invecchiato degli ultimi due film non è un brutto McClane e non rappresenta il tradimento forte che molti vedono.

Il quinto Die Hard, comunque, un pochino ci prova, a tornare indietro, rinunciando a quella bestialità che fu l’accontentarsi del rating PG-13 per il quarto episodio e mostrandoci un John McClane che arranca vecchio e stanco fra le sue super-azioni improbabili sparando battutine sarcastiche. Ma lo fa anche nella maniera più pigra possibile, mettendo assieme un film che cita ricicla in maniera stanca e poco fantasiosa il primo episodio, infilandoci reinterpretazioni delle stesse sequenze e degli stessi colpi di scena, ma senza saper modellare i personaggi alla stessa deliziosa maniera. Insomma, nulla di nuovo, nulla di sorprendente, tutto molto da routine. Di buono c’è che l’azione diretta da John Moore non mi fa lo stesso effetto da barbiturici dell’azione diretta da Len Wiseman, ma immagino sia una questione anche di sensibilità personale. Di pessimo c’è il modo in cui parte il film, con un lungo inseguimento all’insegna del parkinson, in cui non si ha la minima idea del perché stiano accadendo le cose, ma, di nuovo, il problema potrei essere io, che ho bisogno di un minimo di approfondimento per divertirmi davvero con l’azione. Sta di fatto che il Die Hard originale, il tempo per farti venir voglia di tifare nelle scene d’azione, se lo prendeva eccome.

Tant’è che almeno un pochino, poi, il film si riprende, proprio quando si concede il lusso di far aprire bocca ai personaggi. Il rapporto fra John e il figlio (un po’ come quello fra John e la figlia sei anni fa) è scritto in maniera simpatica, abbastanza coerente col personaggio, divertente. E oltretutto si tratta di un figlio credibile: esattamente come la saccente spaccamaroni di Mary Elizabeth Winstead era un’ottima McClane junior, il massiccio, crapa dura, un po’ impacciato stronzetto di Jai Courtney può essere figlio di suo padre. Quando i due cominciano a chiacchierare, il film un pochino ingrana e di fondo scorre via placido fino alla fine, anche se non riesce mai a mettere davvero la quinta, un po’ perché tutto sa di già visto, un po’ perché non c’è nulla di davvero sorprendente (anche se il modo in cui John risolve il casino finale m’è piaciuto), un po’ perché i cattivi di turno non possono nemmeno allacciare le scarpe ai fratelli Gruber e tutto sommato fanno rimpiangere perfino Timothy Olyphant, un po’ perché quel finale al rallenti è una roba insopportabile e di uno sbagliato che non ci si potrebbe credere, in un Die Hard. Insomma, non è che l’abbia trovato brutto, e forse mi ci sono divertito un pochino di più che col quarto, però, boh, meh, mah, bah.

Ah, non c’è l’FBI o la polizia che fa cose stupide, anzi, la gente della CIA sembra quasi intelligente, anche se prende dei gran schiaffoni. Credo sia la prima volta, nella serie. Magari è anche voluto. Anche se, boh, trovo un po’ bizzarro che in tutta l’apocalisse che viene scatenata a Mosca non si intraveda neanche per un attimo un poliziotto: OK, saranno anche tutti corrotti, i comunisti sono cattivi, viva Reagan, però, boh…

Dead Space 2

Dead Space 2 (Electronic Arts, 2011)
sviluppato da Visceral Games

Come Dead Space 2? Eh, sì, Dead Space 2. Perché scrivo di Dead Space 2 oggi, a febbraio 2013, con il terzo episodio che sta valicando le montagne per arrivare nelle mie mani e farsi giocare in cooperativa con Holly? Perché scrivo di Dead Space 2, oggi, a febbraio 2013, quando è un raro caso di gioco che mi sono sparato più o meno all’uscita, nel lontano 2011, invece che in ritardo di anni come mio solito? Ne ho pure parlato su Outcast! Eh, proprio perché sto aspettando la spedizione di Zavvi, ho voglia di giocare a Dead Space 3, mi sono ricordato di non aver mai scritto qua dentro (o da altre parti) del secondo episodio, mi sono ricordato che mi era piaciuto parecchio e mi è venuta voglia di fare uno di quei post “vediamo un po’ cosa mi riesce di scrivere su una roba a cui ho messo mano duecento anni fa”. Vediamo.

A dirlo adesso, in pieno clima da insulti a quei cattivi di Visceral Games che hanno abbandonato l’orrore e si sono messi a fare il gioco d’azione, fa un po’ sorridere, ma Dead Space 2 non è che fosse atteso con timori molto diversi. E la svolta action di qua, e il multiplayer inutile di là, e dov’è finita l’astronave di sotto, e ma perché ci hanno messo la trama di sopra… io va a finire che li stimo per davvero, ‘sti californiani che sviluppano in riva all’oceano e a due passi dall’aeroporto, per il modo in cui sembrano ogni volta voler trollare l’internet. Col primo episodio, son partiti presentando all’E3 un survival horror del quale mostravano praticamente solo scene in cui si passavano dieci minuti in fila ad ammazzare mostri a valanga. Il secondo l’hanno annunciato dicendo: “ci sarà più azione!”. Il terzo l’hanno annunciato dicendo: “ci sarà ancora più azione, si combatteranno pure gli esseri umani coi fucili e ci mettiamo anche la cooperativa!”. Certo, ogni volta poi corrono un po’ ai ripari ritrattando in parte, mostrando il trailer tutto cupo e spaventevole, ma intanto ci vuole comunque del coraggio, via, in questo mondo del videogiuoco in cui i publisher sembrano farsela sotto alla sola idea di contrariare il popolo dell’internet. O  magari è tutta pretattica, così poi la gente si aspetta Gears of War e rimane sorpresa. Boh.

Fatto sta che a me, questa cosa di Dead Space che era il survival horror duro e puro, mica il gioco d’azione, ha sempre lasciato un po’ perplesso, partendo appunto da quei primi video di gameplay e arrivando al gioco vero e proprio, in cui si combatteva un fottio di mostri, in cui la sezione dell’idroponica era un macello di morte e distruzione, in cui il punto era dimostrare proprio che le due faccende non devono essere necessariamente slegate e che puoi far contenta la gente che cerca il brivido e il panico anche costringendola a combattere in maniera incessante. Anzi, proprio costringendola a farlo. Poi non puoi far contenti tutti, per carità, ma d’altra parte, voglio dire, i gusti sono gusti, e anche la memoria selettiva non scherza, se ci si devono dimenticare i mostri giganti dei primi due episodi per poter affermare, di fronte al primo trailer di Dead Space 3, che i mostri giganti non sono roba da Dead Space. Comunque sto divagando troppo e mi sto incartando, parliamo di ‘sto Dead Space 2.

È solo un gioco di prospettiva, in realtà è piccolo e lo chiamano leviatano per le prestazioni a letto.

Dead Space 2 è un seguito di quelli che piacciono a me, ché mi rompo le palle ad avere le fotocopie fatte in serie. C’è del more of the same? Certamente, del resto il sistema di gioco del primo episodio era una delizia e non avrebbe avuto senso abbandonarlo del tutto. Però c’è anche la voglia di cambiare e di far evolvere, secondo me in maniera positiva e interessante, ma poi sono anche gusti. C’è un’ambientazione diversa, che amplia gli orizzonti del racconto e porta avanti in modo coerente la trama. C’è una maggiore spettacolarità degli eventi, con una gran capacità di integrare giocato e narrato, di accompagnarti lungo sequenze come quello spettacolare prologo e di far intersecare il cammino del giocatore con quello del mondo impazzito che lo circonda. C’è un ritmo sicuramente più sostenuto rispetto a quello del primo episodio, che va mano nella mano con un’atmosfera diversa, meno oppressiva, del resto figlia in larga parte dell’ambientazione, e c’è un modo differente di mettere in scena lo stesso orrore.

Perché in fondo, seppur con toni, ambienti e prospettive diverse, Dead Space 2 mette in scena le stesse cose del primo episodio. La romantica e disperata schizofrenia del protagonista, l’immersione nelle tracce lasciate indietro dall’agonia di un’umanità spazzata via, la disgustosa furia di mostri all’insegna dello sbocco (letterale), il modo irrispettoso con cui si parla di religione e quell’antipatia un po’ patologica che in Visceral Games sembrano avere per i poppanti (vedi anche alla voce Dante’s Inferno)… c’è proprio tutto ed è davvero molto gustoso. C’è poi anche una maggiore attenzione alla narrazione ambientale, fatta di piccoli e grandi dettagli, del modo in cui si evolvono i luoghi e le cose quando ci passi e ci ripassi, e in generale un bel gusto per il raccontare una storia in cui Isaac elabora alla sua maniera i vari stadi del lutto. La regia e la scrittura hanno alti e bassi, ma anche certi picchi che non mi levo dalla testa, come quel bel dialogo da seduti per terra, così surreale e malinconico. Eppoi c’è pure Severed, un DLC spettacolare, che porta avanti la storia del mio amato Dead Space: Extraction e ha un finale di quelli che ti spezzano le reni.

C’è più azione? Mbah, a me è sembrata sostanzialmente pari, se ne facciamo una questione di quantità, anche se sicuramente il tono, il ritmo e l’atmosfera ne danno una percezione differente. Sono più vari gli ambienti, non si passa tutto il tempo rinchiusi in corridoi bui, si fa meno il fattorino e ci sono motivazioni più appassionanti da seguire. Ci sono anche robe brutte e inutili, tipo quei momenti in cui ti arrampichi nei condotti d’aerazione e alla terza volta hai capito che sono solo passaggi di raccordo in cui non può mai succederti nulla, ma c’è anche un lavoro più vario nei “buh” e c’è un divertente giocare con le aspettative del giocatore, fra zone di salvataggio “aperte” e altre sciccherie. Inoltre, il sistema di gioco e di scontro con i mostrazzi è sempre notevole, le nuove armi sono una delizia, la scomparsa della mappa aumenta la tensione, la parte del ritorno in quel certo posto lì è splendida, con il suo prendere totalmente per il culo quel che ti aspetti e giocare sul non far mai accadere nulla, e, toh, magari lo scontro finale non è dei migliori, anche se la scena finale, quella sì, col suo prendersi anch’essa per i fondelli, mi è piaciuta. Insomma, per me Dead Space 2 è stato un gran, gran, gran bel seguito, e certo aiuta il fatto che non solo non me ne frega niente se si tradisce un po’ lo spirito dell’originale, anzi, sono proprio contento quando accade, ma resto convinto che non si tratti tanto di reale tradimento, quanto piuttosto di naturale e corposa evoluzione. Poi, che qualcuno possa preferire il seguito fotocopia, per carità, è pure giusto. Io no, ecco.

Settemila caratteri abbondanti su una roba che ho giocato due anni fa. Sono una bestia.

The Walking Dead 03X09: "Fratello"

The Walking Dead 03X09: “The Suicide King” (USA, 2013)
con le mani in pasta di Glen Mazzara e Robert Kirkman 
episodio diretto da Lesli Linka Glatter
con Andrew Lincoln, Michael Rooker, Danai Gurira, David Morrissey, Norman Reedus, Lauren Cohan, Steven Yeun, Chandler Riggs, Chad Coleman, Laurie Holden

Mentre guardavo questa puntata di The Walking Dead, con ancora in testa la seconda stagione rivista tutta in fila di recente, mi sono ritrovato a pensare all’evoluzione dei personaggi e al fatto che, osservandola piano piano, di episodio in episodio, finisca per essere – giustamente – una cosa molto graduale e di cui non ti rendi troppo conto. E invece si tratta di un lavoro che, pur con qualche inciampo, viene svolto in maniera interessante e forse un po’ sottovalutata. Non si tratta solo del percorso di Rick, chiaramente quello più palese e “forte”: diversi altri personaggi si sono piano piano evoluti in maniera ricca e, tutto sommato, molto coerente. Glenn, per dire, sta venendo su proprio bene. E anche Andrea (ahahha, fermi, aspettate), nella sua crescita dalla donnetta indifesa dei primi episodi alla tizia che in questa terza stagione piglia, va, mena gli zombi, li accoltella e headshotta come se non ci fosse un domani, ha seguito un percorso bello e articolato, avvicinandosi almeno un pochino, almeno in questo, all’Andrea del fumetto. Sotto questo punto di vista, il suo personaggio, il suo percorso di crescita, è stato davvero ben organizzato, composto soprattutto – come per diversi altri – nel corso appunto della seconda stagione. Peccato che sia anche una rincoglionita insopportabile.

Ora, io sono fermamente convinto che ritenere un personaggio “pessimo” solo perché sta sulle balle sia, di fondo, sbagliato. I personaggi antipatici, o che comunque infastidiscono per le loro scelte, appunto, antipatiche, servono come il pane e portano tanto di buono nelle storie. Il problema è che li devi anche scrivere bene, altrimenti crolla un po’ tutto. Lori, per dire, secondo me, ha sempre funzionato molto bene in quel che doveva essere, quantomeno se si esclude il simpatico episodio della scampagnata in macchina. Ma Andrea, per la miseria, ha veramente spezzato tre o quattro volte la corda che stava tirando. OK, abbiamo capito, si attizza per gli uomini forti, i leader cazzuti, vuole sentirsi altrettanto cazzuta per osmosi e ci si mette vicino, oltretutto non ha mai scoperto la verità su Shane e quindi non sa di avere una striscia aperta sull’argomento, ma ci sarà bene un limite a quanto è disposta ad accettare la compagnia di un deviato mentale pur di non ammettere a se stessa di aver preso una cantonata colossale? Certo che c’è, arriverà puntuale più avanti nella stagione, non ci sono dubbi, ma quanto dovremo aspettare? Troppo, temo. Che poi lo accetterei anche, se non significasse doversi sucare il monologo più patetico nella storia di The Walking Dead, roba da far rimpiangere quelli di Rick a cavallo fra prima e seconda stagione.

Ma quel monologo e, in generale, il personaggio di Andrea non rappresentano l’unico problema di questo episodio. Si parte subito con un tuffo nella palta, un prologo che riporta in scena la pezzenza delle sparatorie al sapore di fumogeno e sbriga in velocità e prevedibilità quel che c’era da sbrigare. Pezzenza, tristezza, noia. Poi, per fortuna, le cose si riprendono un po’, e a tratti emergono spunti interessanti e passaggi di buona scrittura: il confronto con l’abbandono dei due fratelli (tanto tornano) non è male, soprattutto perché Steven Yeun fa bene il suo e ha un personaggio sempre più riuscito, e pure alla prigione si vedono belle cose. Tyreese mi piace e incredibilmente Carol ha delle scene di dialogo delicate e azzeccate, sia con il piccolo Carl, sia con Beth. Tutto l’episodio, poi, ruota attorno all’idea – probabilmente centrale anche nei prossimi – di spingere un po’ sul ruolo di capo di Rick, mettendolo di fronte a situazioni e scelte sempre più dolorose e impossibili, costringendolo a fare quel che non ha più troppo voglia di fare e portandolo a uno sbrocco figlio anche del lutto. D’altra parte, la faccenda del telefono, che nel fumetto si è protratta a lungo, qui è stata presentata e poi mutata in altro, con la visione di Shane dell’altra volta e quel che accade qua, in un finale teso e intrigante, anche se, francamente, pure lui un po’ pezzente nella messa in scena. Boh, vedremo come andrà avanti, ma di sicuro questo è uno di quegli episodi non troppo convincenti nonostante alcuni passaggi molto riusciti.

Che faccio, ci vado, oggi pomeriggio, a vedere Frankenweenie? Non è che mi ispiri molta fiducia.

Il mio 2012 secondo Raptr

Queste cose di guardare indietro all’anno concluso tramite i servizi social e le loro statistiche mi divertono. Questa, in particolare, la trovo affascinante. Premesso che Raptor non si accorge di tutto quel che gioco, perché per esempio non c’è la roba PC slegata da Steam, non c’è tutto il giocare portatile, non c’è Wii e non c’è Wii U, è comunque credibile che quei tre lì siano i tre giochi più giocati del mio 2012 (e del resto Lollipop Chainsaw dovrebbe essere l’unico su cui ho piazzato i mille punti… poi ci sarebbero le cinque stelle di New Super Mario Bros. U, ma  in meno ore). In altri anni avrei trovato bizzarra l’idea che giugno potesse essere il mese in cui ho giocato di più (o comunque, mettendo in conto i giochi non tracciati, uno di quelli in cui ho giocato di più), ma nel 2012 l’ho trascorso bene o male tutto a casa e, pur avendolo anche trascorso in buona parte lavorando di lavoro non videogiocoso, tutto sommato mi pare credibile. Ma in realtà la spiegazione è molto semplice: giugno è stato il mese del Lollipop Chainsaw di cui sopra e in cui, non bastasse quello, ho pure giocato mezzo Mass Effect 2. Fra l’altro, Mass Effect 2 non l’ho poi più toccato, fino a riprenderlo in mano e finirlo a gennaio, per un monte ore totale che non va molto lontano da quello di NBA 2K12. Ma non è eleggibile, dato che l’ho diviso fra giugno 2012 e gennaio 2013. Che poi è un modo fantastico per giocare una roba del genere, no? Mi affascina invece questa cosa del 19 maggio come giorno in cui avrei giocato di più, soprattutto perché non riesco a capire quale possa essere il gioco colpevole. Possibile che si tratti di NBA 2K12? Credibilissimo, infine, che il giorno con più ore di gioco sia la domenica. Ma insomma, mi sembra una cosa di una normalità quasi sconfortante.

Il mio 2012 in videogiochi al completo, comunque, sta elencato in questo post.

The Host

Gwoemul (Corea del sud, 2006)
di Joon-ho Bong
con Kang-ho Song, Hie-bong Byeon, Hae-il Park, Doona Bae, Ah-sung Ko

C’è una scena bellissima, surreale, toccante, più o meno a metà di The Host, in cui il film si ferma per un attimo, mette tutto in pausa, subito dopo una tradizionalissima sequenza horror e subito prima di riattaccare col suo adorabile minestrone di azione, comicità demenziale, satira politica e melodramma. La famiglia Park, sfiancata dall’infruttuosa ricerca della bimba rapita dal mostrazzo, si riunisce a tavola, dentro un negozietto ambulante. Sono tutti e quattro lì, attorno a un tavolino, che mangiano i loro spaghetti istantanei in silenzio, stremati e disperati. E insieme a loro, a mangiare, c’è la piccola Hyun-seo. Qualcuno le porge degli spaghetti, qualcun altro del riso. È semplicemente lì, con loro, anche se non c’è, e con loro mangia. Non ci sono musiche strazianti, non c’è nulla a sottolineare quanto sia bizzarra come cosa. È semplicemente così. Ecco, The Host è semplicemente così. È un film orientale che fa cose da film orientali e che un film occidentale non sarebbe mai in grado di fare allo stesso modo e con la stessa grazia.

The Host è centomila cose assieme ed è tremendamente riuscito in tutte quante. È innanzitutto un film di mostri come se ne vedono pochissimi, che fa esplodere l’azione con forse la sequenza di “mostro spacca tutto in mezzo alla folla” più riuscita di sempre e che si gioca tutte le sue carte su una creatura spettacolare. Se la computer grafica è un po’ invecchiata – o magari paga il solito degrado figlio del guardare la roba in TV e in accaddì, invece che sul grande schermo – non lo è lo splendido design di questa ammucchiata mutante fra pesci, polipi e chissà che altro, micidiale, pericolosissimo mostro che arranca in giro con la grazia di un gatto ciccione, sempre pronto a scivolare, inciampare e incastrarsi, ma che quando decide di balzare ferocemente sulla sua preda si rivela implacabile. E già solo per questo, The Host sarebbe una delizia. Ma non c’è solo questo. C’è infatti pure il minestrone, che non è solo nella natura del mostro ma anche nell’insieme di toni e temi che compone il film.

La base sta in quel modo pazzesco con cui la narrativa dall’estremo oriente riesce a saltare da un registro all’alto nel giro di pochi secondi, quando non a portarli avanti tutti assieme senza tregua, e farti divertire, ridere come uno scemo, sobbalzare davanti all’azione o addirittura quasi commuoverti. The Host si diverte a prendere per il culo tutti i cliché del genere e allo stesso tempo li abbraccia alla sua maniera, mettendo al centro dell’azione una famiglia di sfigati che affrontano il mostro, subiscono perdite drammatiche, trovano la forza di sconfiggerlo dando ognuno il suo contributo. The Host si permette un finale che unisce la catarsi della vittoria a un’amarezza fortissima e coraggiosa, non esattamente all’ordine del giorno in produzioni simili di stampo occidentale. E The Host è anche, platealmente, burlescamente, fortissimamente, un film che fa satira sulla natura sottomessa del popolo coreano, mostrato come imbelle ed educato ad accettare passivamente quel che gli viene propinato dalle balle del TG (ricorda nulla?), ma anche del governo che opprime i cittadini con la sua intricata burocrazia e subisce e patisce qualsiasi porcheria arrivi da fonte statunitense, e sugli americani stessi, dipinti costantemente come macchiette, tanto nel soldato che prova a fare l’eroe da film d’azione e prende le sberle, quanto nei vari scienziati, militari e politicanti assortiti che affrontano la minaccia a modo loro. L’unico a non apparire poi tanto macchietta è il primissimo che si vede in faccia, lo scienziato che dà il via al tutto, in un episodio basato su un fatto molto simile – ma senza mostri mutanti – verificatosi in Corea nel 2000. Lui sembra tragicamente e stupidamente reale.

Ho visto per la prima volta The Host oltre sei anni fa, alla rassegna milanese del Festival di Cannes, e l’ho rivisto l’altro giorno in blu-ray. In entrambi i casi, coreano con sottotitoli, un po’ perché son troppo belli quando sbraitano, ma soprattutto perché, anche volendo, una versione italiana, che io sappia, non esiste mi segnalano nei commenti, esiste ma è meglio di no. Il blu-ray, comunque, fa il suo porco dovere. Il bello di riguardarlo oggi? Scoprire che la tipa che tira con l’arco è quella di Cloud Atlas e, soprattutto, che lo scienziato americano all’inizio è Hershel di The Walking Dead. Ecco com’è iniziata l’epidemia zombi!