Die Hard – Trappola di cristallo

Die Hard (USA, 1988)
di John McTiernan
con Bruce Willis, Alan Rickman

Ci sono film che invecchiano male e film che invecchiano bene. Film che invecchiano il giusto, senza perdere comunque un’oncia di fascino, film che invecchiano da far schifo e film che, pur mostrando tutti gli anni, rimangono perfetti. I film invecchiano tutti, per forza, perché cambiano i gusti, i modi, i tempi e ovviamente le tecnologie, ma c’è modo e modo di invecchiare. Quando un film ha venticinque anni e rimane il bellissimo film che era venticinque anni prima, nonostante tu l’abbia visto e rivisto centomila volte, qualcosa vorrà pur dire. Ecco, Die Hard sta in quella categoria lì, quella di Alien, quella del “oh, se non ti piaceva allora (c’avevi grossa crisi) non ti piace manco adesso, ma vienimi a dire che è invecchiato male, se hai coraggio. E ti ammazzo, se mi tocchi”. Perfetto nei tempi, nella scrittura dei personaggi principali, nell’umorismo, nell’azione che ancora oggi – e questa è forse la cosa più sorprendente, o magari no, visto il regista – risulta splendida per messa in scena, ritmo, tensione, nel modo in cui gli ambienti sono costruiti e organizzati. Altri film li riguardi aspettando solo che arrivi questa o quella scena indimenticata. Davanti a questo ti ci metti con lo stesso stato d’animo e poi, dopo dieci minuti, ti rendi conto che non te ne frega niente, che ti ha preso ora come allora e sei lì a divertirti, tifare, sospirare, odiare, godere. Mamma mia.

Die Hard è uno di quei casi così tanto anni Ottanta di perfetto allineamento di pianeti che va a generare un risultato splendido e inimmaginabile in qualsiasi altra via. Poco importa se doveva essere un seguito di Commando, se hanno corteggiato inutilmente Schwarzenegger anche quando si era già trasformato in Die Hard, se prima di arrivare a offrirlo a quel tizio che faceva ridere in TV ci hanno provato con praticamente qualunque altro essere di sesso maschile avesse mai messo piede a Hollywood: Bruce Willis ha definito John McClane e Die Hard, così come John McClane e Die Hard hanno definito Bruce, dando il via a una carriera da icona del film d’azione che prima chi se l’immaginava (questo è il momento in cui dalla regia ricordano che abbiamo rischiato di avere Tom Selleck nei panni di Indiana Jones). E il John McClane di questo film è un personaggio perfetto, icona non in quanto superuomo invincibile, ma perché persona tutto sommato normale, umana, che si ritrova suo malgrado, sì, a fare cose da superuomo. E che riesce a farle, contro l’impossibile, ma uscendone con le ossa rotte. Quale altro eroe action fuma a catena, zoppica dopo aver calpestato i vetri, sanguina, impreca, commette continuamente errori, si danna e si sporca in maniera progressivamente indelebile, arrivando al gran finale ridotto a pezzi, quasi incapace di stare in piedi, come John McClane? Nessuno. Tristemente, neanche il John McClane degli ultimi due film a lui dedicati.

Ed è innanzitutto questo a rendere il personaggio l’icona che è, il fatto che di fondo, per una volta, a tentare le gesta dei Rambo, dei Chuck Norris, dei mille personaggi di Arnie, c’era un uomo normale, uno che potevi incontrare in metropolitana la mattina andando al lavoro. Nel guardare Die Hard ti veniva voglia di gettarti dal tetto di un palazzo attaccato al manicotto o di appenderti al condotto d’areazione, perché in fondo sembrava quasi (quasi) possibile farlo. Ma questa è solo una parte della forza di Die Hard, una parte che, onestamente, oggi non dovrebbe avere il senso di novità di allora e invece, tutto sommato, finisce per essere ancora fresca. C’è poi tutto il resto. Ci sono gli altri personaggi, a cominciare da Hans Gruber, un meraviglioso Alan Rickman all’epoca esordiente, e c’è un cast strapieno di facce azzeccatissime. L’unica singola cosa che stona in tutto il film, forse, è rappresentata dall’idiozia del capo della polizia e dei due agenti dell’FBI: non è che non funzionino, e tutto sommato sono ingenuamente divertenti ancora oggi, ma staccano un po’ troppo rispetto al taglio di tutti gli altri. Però ci si passa sopra, grazie a tutto il resto.

Ma poi, vogliamo parlare di un film che tutti considerano fra i migliori film d’azione della storia nonostante non si spari un colpo di pistola per venticinque minuti e la prima scena d’azione vera e propria ne aspetti altri quindici (mentre l’ultimo Die Hard si apre con quattro dialoghi inutili e mezz’ora di auto che esplodono a caso)? In Die Hard c’è attenzione ai personaggi, voglia di definirli a dovere e farti imparare ad apprezzare McClane e odiare brutalmente Gruber, desiderio di darti un motivo per tifare e godere quando voleranno i proiettili. In quella prima mezz’ora abbondante monta una tensione incredibile, ancora oggi, ancora una volta, ogni singola volta, e ti diverti come un matto, come se fossi un bambino. Una questione di nostalgia? Forse, in parte sicuramente, ma la nostalgia non basta per farmi piacere qualsiasi film adorassi da ragazzino, eppure Die Hard, ancora oggi, è il gran cazzo di film che era quando lo guardavo in TV da bambino e mi chiedevo come mai il formato dell’immagine cambiasse sui titoli di testa e di coda.

E poi, guardandolo in lingua originale, scopri che un terrorista è italiano. Comprando in Germania il cofanetto Blu-ray, invece, scopri che da queste parti si intitola Stirb Langsam.

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