Die Hard – Un buon giorno per morire

A Good Day to Die Hard (USA, 2013)
di John Moore
con Bruce Willis, Jai Courtney, Sebastian Koch

La tradizione lanciata tanto tempo fa con il secondo Die Hard, e che in fondo è un po’ la tradizione del fare seguiti, è che a ogni nuovo episodio della saga bisogna trovare il modo di aumentare le dimensioni, fare tutto più grosso e più casinista. E così prima un palazzo, poi un aeroporto, quindi l’intera città di New York, poi in giro fra gli Stati Uniti, passando per Columbia, West Virginia e Maryland e adesso si espatria, finendo addirittura in Russia. Se mai faranno un sesto episodio, sarà un remake di Armageddon. Nel mentre, forse, si è piano piano un po’ persa l’identità di un film che in fondo raccontava di un singolo uomo alle prese con cose più grandi di lui, che da queste cose si faceva prendere a calci in faccia indossando una canotta sporca di sangue e che ne usciva vincitore grazie alla cazzimma e alla perseveranza, non certo a un’aura da supereroe invincibile che tutto può e tutto sa. Poi poco male, eh, ché vedere Bruce abbattere aerei tirando loro addosso automobili è sempre un piacere, tanto più che secondo me questo McClane invecchiato degli ultimi due film non è un brutto McClane e non rappresenta il tradimento forte che molti vedono.

Il quinto Die Hard, comunque, un pochino ci prova, a tornare indietro, rinunciando a quella bestialità che fu l’accontentarsi del rating PG-13 per il quarto episodio e mostrandoci un John McClane che arranca vecchio e stanco fra le sue super-azioni improbabili sparando battutine sarcastiche. Ma lo fa anche nella maniera più pigra possibile, mettendo assieme un film che cita ricicla in maniera stanca e poco fantasiosa il primo episodio, infilandoci reinterpretazioni delle stesse sequenze e degli stessi colpi di scena, ma senza saper modellare i personaggi alla stessa deliziosa maniera. Insomma, nulla di nuovo, nulla di sorprendente, tutto molto da routine. Di buono c’è che l’azione diretta da John Moore non mi fa lo stesso effetto da barbiturici dell’azione diretta da Len Wiseman, ma immagino sia una questione anche di sensibilità personale. Di pessimo c’è il modo in cui parte il film, con un lungo inseguimento all’insegna del parkinson, in cui non si ha la minima idea del perché stiano accadendo le cose, ma, di nuovo, il problema potrei essere io, che ho bisogno di un minimo di approfondimento per divertirmi davvero con l’azione. Sta di fatto che il Die Hard originale, il tempo per farti venir voglia di tifare nelle scene d’azione, se lo prendeva eccome.

Tant’è che almeno un pochino, poi, il film si riprende, proprio quando si concede il lusso di far aprire bocca ai personaggi. Il rapporto fra John e il figlio (un po’ come quello fra John e la figlia sei anni fa) è scritto in maniera simpatica, abbastanza coerente col personaggio, divertente. E oltretutto si tratta di un figlio credibile: esattamente come la saccente spaccamaroni di Mary Elizabeth Winstead era un’ottima McClane junior, il massiccio, crapa dura, un po’ impacciato stronzetto di Jai Courtney può essere figlio di suo padre. Quando i due cominciano a chiacchierare, il film un pochino ingrana e di fondo scorre via placido fino alla fine, anche se non riesce mai a mettere davvero la quinta, un po’ perché tutto sa di già visto, un po’ perché non c’è nulla di davvero sorprendente (anche se il modo in cui John risolve il casino finale m’è piaciuto), un po’ perché i cattivi di turno non possono nemmeno allacciare le scarpe ai fratelli Gruber e tutto sommato fanno rimpiangere perfino Timothy Olyphant, un po’ perché quel finale al rallenti è una roba insopportabile e di uno sbagliato che non ci si potrebbe credere, in un Die Hard. Insomma, non è che l’abbia trovato brutto, e forse mi ci sono divertito un pochino di più che col quarto, però, boh, meh, mah, bah.

Ah, non c’è l’FBI o la polizia che fa cose stupide, anzi, la gente della CIA sembra quasi intelligente, anche se prende dei gran schiaffoni. Credo sia la prima volta, nella serie. Magari è anche voluto. Anche se, boh, trovo un po’ bizzarro che in tutta l’apocalisse che viene scatenata a Mosca non si intraveda neanche per un attimo un poliziotto: OK, saranno anche tutti corrotti, i comunisti sono cattivi, viva Reagan, però, boh…

1 commento su “Die Hard – Un buon giorno per morire”

  1. Di pessimo c'è il modo in cui parte il film, con un lungo inseguimento all'insegna del parkinson

    non dirmi che la regia e alla nolan vecchia maniera?Nei primi due batman quando si menava non si capiva un cazzo

    Mi piace

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