Django Unchained

Django Unchained (USA, 2012)
di Quentin Tarantino
con Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo Di Caprio, Samuel L. Jackson, Kerry Washington

Mi rendo conto che a molti questa cosa potrà sembrare bizzarra, se non assurda, ma mentre guardavo Django Unchained, in particolare durante la prima parte, quella del viaggio di Django e Schultz, mi sono ritrovato a pensare di star guardando un film di una dolcezza e un romanticismo infiniti. Il rapporto fra i due protagonisti, la caratterizzazione stessa che hanno presi per i fatti loro, il modo in cui la loro amicizia si evolve nel tempo, il disperato percorso narrativo di Django, il racconto della leggenda di Brunhilde davanti al fuoco, il tono spensierato e cazzone con cui tutto viene raccontato… è tutto delizioso, per l’appunto dolce, romantico, e lo è nonostante il contesto sia quello di una scemenza esageratissima, piena di risate sincere, dai toni completamente sopra le righe, in cui ogni morte è accompagnata da una capriola, una piroetta e un getto di sangue che neanche quando il western l’aveva fatto Sam Raimi.

Mano a mano che il viaggio dei due improbabili eroi proseguiva, il sottotesto che parlava al piccolo Andrea Maderna si spostava assieme a loro. E improvvisamente, tutta quella dolcezza e quel romanticismo si sono messi lì in disparte, pur sempre pronti a farsi vedere in uno sguardo, in una mano poggiata su una pistola, in un sopracciglio alzato della bella interpretazione, pacata e dimessa, di Jamie Foxx. Ma ecco che saltava fuori un senso di disgusto fortissimo per il razzismo, lo schiavismo, le brutture dell’umanità. Django Unchained mi diventava un film capace di farmi venire la pelle d’oca di fronte anche alla sua idea più grezza e divertente. Uno spirito fortissimo e che in realtà era già presente in tante piccole cose precedenti – per esempio nel modo in cui Django improvvisamente, per la prima volta, trova la forza stupefatta di guardare Schultz dritto negli occhi quando questi gli propone, pazzesco, di stringere un accordo – ma che esplode all’improvviso quando si entra in casa accolti da quella cameriera tutta sorridente, vestita come una bambola, che ci parla in francese. E il piccolo Andrea era lì che ridacchiava e allo stesso tempo sentiva la pelle arrotolarglisi lungo le braccia, infastidito fin nelle budella per quel che Tarantino gli stava raccontando e che, per quanto fittizio, stupidino, voglioso di farti ridere e circondarti di gente che muore sparata piroettando e spruzzando sangue, mostrava ciò di cui siamo e siamo stati capaci.

O forse la forza del romanticismo, della dolcezza, del mostrare crudeltà e razzismo e di tante altre belle cose di questo film sta proprio nella sua natura schizofrenica. Nel modo meraviglioso e perfetto con cui mescola tensione, dramma, comicità surreale, demenzialità sfrenata, violenza brutale e violenza cartoonesca, gusto per l’omaggio e per la citazione infilati di forza nei suoi momenti più seri. È una potenza che non necessariamente funziona, con cui si deve essere in sintonia, perché non è scontato che si riesca a farsi rapire dalla tensione drammatica o dal romanticismo quando questi sono circondati da risate e minchiate, ma se funziona – e con me, caspita, se ha funzionato – è una meraviglia. E qui gli equilibri sono perfetti, o almeno lo sono parsi a me. E questo è il mio blog, il pallone è mio e comando io, quindi qui, Django Unchained è uno splendido, splendido film, di una bellezza che mi ha ammaliato come Tarantino non faceva da dieci anni almeno.

Uno splendido film in cui quasi tre ore volano via in un soffio e no, non c’è un singolo momento troppo lungo, dilatato, con problemi di gestione dei tempi. No no, funziona tutto alla perfezione, ogni dialogo sta al posto giusto, la scena degli incappucciati è perfetta e, cacchio, una volta tanto, non ho nemmeno avuto l’impressione che la passione per la chiacchiera di Tarantino rischiasse di danneggiare il racconto: ogni aneddoto, ogni battuta, ogni stronzata… era tutto perfetto, era tutto al suo posto. Django Unchained è uno splendido film che a livello superficiale può sembrare ricalcato su Bastardi senza gloria, ma in realtà se ne distacca tantissimo per tono, atmosfera, sviluppo, e anche le similitudini più forti (Christoph Waltz, la cena/taverna) sono tali solo in superficie. Tanto più che di Bastardi non ha forse quello splendore visivo nella costruzione di alcune scene semplicemente stordenti, come l’avvio o lo strudel, perché qui, di fondo, Tarantino fa un sacco di caciara e si perde dietro al suo omaggiare, citare, spolverare. Ma lo fa con gusto, criterio, eleganza, senza spaccare i maroni. Perlomeno senza spaccarli a me. E tira fuori uno splendido, splendido film, divertente, appassionante, comunque bellissimo da osservare, delizioso nelle sue centomila citazioni, con uno stellare lavoro sul linguaggio e una serie di attori che recitano tutti fuori dalla grazia di Dio. Ma quello è il meno: son bravi tutti, con Tarantino.

Come di consueto, l’ho visto in lingua originale, al cinema qua a Monaco. Devo dire che, per essere un film di Quentin Tarantino con Samuel L. Jackson che sbraita e pure con gli accentacci vintage del sudest, l’ho trovato sorprendentemente limpido e comprensibile. O magari è solo perché arrivavo dal disastro di dover stare dietro ai vecchi biascicanti di Lincoln.

2 pensieri riguardo “Django Unchained”

  1. E' sempre un gran piacere leggere le tue recensioni, e su questa concordo su tutta la linea, ed in più io ho apprezzato tantissimo la colonna sonora (come Tarantino ci ha abituato) davvero notevole compreso il pezzo del maestro Morricone con Elisa. L'unica nota “negativa” è stato il doppiaggio italiano così e così, pazienza mi rifarò quando uscirà il DVD ascoltando l'originale, con i sottotitoli però, perchè io e l'inglese non siamo proprio amiconi 😉

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