The Walking Dead 03X06: "La preda"


The Walking Dead 03X06: “Hounded” (USA, 2012)
con le mani in pasta di Glen Mazzara e Robert Kirkman 
episodio diretto da Daniel Attias
con Andrew Lincoln, Michael Rooker, Norman Reedus, Lauren Cohan, Steven Yeun, Laurie Holden, Danai Gurira, David Morrissey

Ecco, il bello di aver letto il fumetto da cui è tratto The Walking Dead sta anche in finali come quello di quest’episodio. In altri casi, magari, anche se riescono spesso a prenderti in giro con modifiche, rivoluzioni, tragedie di un personaggio applicate a un altro e via di questo passo, sotto molti aspetti ti perdi comunque il gusto della rivelazione. Che so, penso a certe brutture di carattere di quel simpaticone del Governatore. In altri, però, c’è veramente da farsi venire una sincope. Ché a vedere come si stava risolvendo la gita in farmacia m’è presa l’ansia, pensando a quel che accade nella simpatica Woodbury a fumetti e tremando per un personaggio in particolare. Si nota, che sto girando attorno alla faccenda perché non mi va di fare spoiler? Comunque, bel finale, crescendo, ansia e poi finalmente il bell’incontro al cancello.

Per il resto, La preda, oltre ad avere un titolo italiano che francamente questa volta, dai, è quasi preciso, è un episodio un po’ di traverso, che muove le pedine sulla scacchiera, affronta conseguenze e prepara eventi futuri. Ma che lo fa mettendo in mostra questo Merle freak infame che pare essere pensato per scusarsi del fatto che han voluto dare un tono al personaggio del Governatore. E che in fondo a me piace, anche se il sessantenne che agita lama e pistola sbiascicando fa un po’ ridere. Ma soprattutto si mette in mostra Michonne, sempre più intenta a fare cose con il suo broncio da ninja incazzata del ghetto.

E poi tante altre cose, dalla faccenda del telefono molto ben rielaborata rispetto al fumetto ad Andrea che prosegue nella sua evoluzione di personaggio talmente apprezzabile che tutti vorrebbero vedere morto e sperano cambino la trama per far capitare a lei tutte le tragedie viste negli ultimi quaranta numeri del fumetto. Di sicuro, i momenti più impacciati dell’episodio sono quelli che la riguardano, anche se poi finiscono spesso per generare qualche trovata azzeccata. Perché in fondo, questo Governatore che manipola, chiude il quaderno coi trattini, seduce parlando di calci rotanti agli zombi, poi va fuori in vestaglia e pianifica le prossime porcherie, quindi torna dentro a fare il ciccipucci, è prevedibile, sì, ma sempre molto ben tratteggiato nel dare vita a una figura subdola, infame e interessante. E spoiler, ops.

E nel frattempo mancano due puntate alla pausa invernale e alle lacrime di sofferenza per la lunga astinenza. Ed è sempre più evidente che quella puntata là, con quel titolo là, sarà quella in cui cominceranno a volare le pizze, anche se dubito che sarà risolutiva come quella “equivalente” del fumetto.

Rurouni Kenshin


Rurouni Kenshin: Meiji kenkaku roman tan (Giappone, 2012)
di Keishi Ohtomo
con Takeru Sato, Yû Aoi, Emi Takei, Teruyuki Kagawa

Credo sia la prima volta che mi capita di guardare un film “live action” basato su un manga o un cartone animato, genere che mi sembra essere piuttosto diffuso in Giappone (ho però visto l’Ace Attorney di Takashi Miike, basato su un videogioco ma realizzato con spirito molto simile). Chiaramente non ne ho mai visti perché quei film faticano ad arrivare in Occidente e il motivo penso sia abbastanza chiaro: mentre i film-fumetto occidentali provano a limare gli aspetti più bizzarri delle opere originali, puntando sull’approccio realistico, smorzandone l’assurdità con un taglio comico e, in sostanza, anche nei casi più “variopinti” come quelli delle pellicole Marvel, adattando il tutto al gusto del grande pubblico nostrano, quelli giapponesi fanno l’esatto opposto. Abbracciano la totale follia estetica e di scrittura della fonte e la riproducono il meglio possibile su schermo, con tutte le assurdità che ne derivano. E che tutto sommato non vanno comunque distanti da un certo tipo di poetica che comunque si vede spesso al cinema in oriente, anche quando non si sta lavorando sull’adattamento di un fumetto per ragazzi.

O, insomma, questa è una lettura che do io. E del resto, quando a realizzare un film tratto da un manga ci si mettono di mezzo gli occidentali, tipicamente, o ci si ispira a opere dal taglio molto realistico (Crying Freeman) o si imbastardisce un po’ tutto cercando di ridimensionare il ridicolo e finendo per tradire lo spirito dell’originale (Fist of the North Star, Guyver). E realizzando film osceni, ma quello è un altro discorso. Tant’è che, pur avendo visto questi, per la mia percezione, Rurouni Kenshin è il primo film di questo genere che guardo. Insomma, detto che son curioso di vedere cosa combinerà il mio amico del cuore James Gunn con una roba totalmente senza senso come il film dei Guardiani della galassia, si tratta proprio di due universi parecchio distanti. Basta mettere a confronto come si approccia negli iuessei un film basato sui Transformers e cosa viene fuori quando i giapponesi decidono di portare sul grande schermo Yattaman.

In Guillermo Del Toro we trust.

OK, basta divagare: Rurouni Kenshin racconta di un samurai-assassino particolarmente ganzo e violento che, dopo aver dato il suo contributo al crollo dello shogunato Tokugawa e all’avvio dell’era Meiji, decide di abbandonare la via della violenza, darsi al vagabondaggio e dedicarsi ad aiutare il prossimo suo. Chiaramente accadono cose e si finisce di nuovo a combattere, anche se sempre evitando di uccidere. L’ambientazione storica è gustosa, guardacaso simile a quella di Tai Chi Zero, con la società occidentale che piano piano si fa strada fra le maglie del Giappone, e in questo contesto si sviluppa una storia stra-classica, con la cittadina che patisce le angherie del riccone di turno, le forze dell’ordine con le mani legate e lo straniero vagabondo che arriva a salvare la povera gente. Non so dire quanto tutto questo sia fedele all’opera originale, perché non ho mai visto il cartone animato e del fumetto ho letto solo i primi numeri  pubblicati da Star Comics (Kenshin Samurai vagabondo), ma la storiellina è semplice e funziona.

Certo, bisogna entrare nell’ordine di idee per cui l’eroe della situazione è un ragazzino giapponese con l’aria effeminata, il capello rossiccio, una ridicola cicatrice in faccia e che dimostra molti meno anni di quanti dichiarati dal personaggio. E bisogna saper assimilare l’atmosfera sopra le righe, il continuo passare dal melodramma più spinto alla comicità più demenziale, i personaggi usciti direttamente da un fumetto per caratterizzazione estetica e atteggiamenti… insomma, tutte quelle cose che non ci si aspetta di veder funzionare al cinema. Ci son tante belle immagini, le scene d’azione sono convincenti e c’è quell’atmosfera tutta stupidina e leggiadra da film giapponese per ragazzi. Per una seratina placida, va più che bene.

E questo era l’ultimo dei cinque film visti all’Asia Filmfest. Leggo in giro che forse lo distribuiscono fuori dal Giappone. Vai a sapere.

Outspam a puntate – Prima parte

Questa settimana abbiamo pubblicato la prima parte del ventunesimo episodio di Outcast Magazine. Sì, la prima parte, perché a un certo punto ci siamo resi conto che stavamo registrando da oltre due ore ed eravamo arrivati appena a metà scaletta, quindi ho deciso di interrompere, uscire così e la seconda parte la registriamo domani.

Quindi, qua trovate Puffetti Rosa e mezzo Ci sta piacendoci, la prossima settimana arrivano il resto del Ci sta piacendoci e le altre rubriche. Non ci trovate Borderlands 2, anche se sta scritto in copertina, perché il maledetto Fotone ogni volta mi distrae con qualche errore di battitura che gli faccio correggere e così non mi accorgo che ci ha infilato la minchiata grossa. E quando dico “qua”, intendo “a questo indirizzo qua“.

Inoltre, oggi abbiamo pubblicato il nuovo Outcast Sound Sitter, il nostro podcast a base di musica videoludica, con Fabio “Kenobit” Bortolotti che, in contumacia Babich, continua ad ospitare le più grandi personalità del pianeta. Questa volta tocca a Ugo “Surgo” Laviano. Trovate il tutto a questo indirizzo qua.

Outing pure qua: ho prenotato il Wii U. Trattasi della seconda volta in vita mia (l’altra fu per il Megadrive giapponese) in cui compro una console al lancio. Anche se in effetti posso ancora cambiare idea, visto che non mi han fatto lasciar giù neanche un euro.

Oz, grande, potente, uhm

Allora, l’altro giorno è uscito il trailer di Oz: The Great and Powerful, che in Italia si intitolerà Il grande e potente Oz e che in pratica fa da prequel a Il mago di Oz. Ora, per me, Il mago di Oz, non è un vecchio e adorabile film con le canzoncine e non è nemmeno un libro. Cioè, li conosco, eh, ma per me, Il mago di Oz, è una versione a fumetti che da piccolo leggevo e rileggevo, mi piaceva da matti e mi faceva cacare sotto dalla paura. C’avevo un terrore folle della strega dell’Ovest, che in quei disegni era davvero brutta e inquietante. Per me, Oz, è quella lì, con quei colori lì e quei disegni lì. Che fra l’altro ho ancora qua, in un bel volume rilegato (ma la sovracopertina è andata perduta, uffa!). Un volume Rizzoli, che raccoglieva una storia, se l’internet non mente, pubblicata in origine sul Corriere dei piccoli, sceneggiata da Anna Brandoli e disegnata da Renato Queirolo. Che chiaramente all’epoca non sapevo chi fossero, e in effetti anche adesso non è che li conosca bene, anche se del secondo ho letto molte storie su albi Bonelli. E basta, niente, era così per divagare e introdurre il trailer del nuovo film di Sam Raimi.

Ora, a me Sam Raimi sta molto simpatico. Ho visto tutti i suoi film, penso che molti siano davvero tanto belli, ritengo non ce ne sia neanche uno davvero brutto brutto, anche se chiaramente diversi non gli sono venuti proprio benissimo, e, insomma, simpatia. Qua dentro, se interessa, ho scritto solo dei tre Spider-Man e di Drag Me to Hell. E consiglio fra l’altro la lettura di The Evil Dead Companion e di If Chins Could Kill!, bella roba. Insomma, tutta la fiducia possibile, contando anche che James Franco mi sta simpatico e Rachel Weisz, Michelle Williams e Mila Kunis buttale. Però, oh, a guardare questo trailer, non riesco a non farmi venire in mente l’Alice in Wonderland di Tim Burton. E mi rabbuio davvero tanto. No, dico:

Ma io voglio crederci. Sicuramente più di quanto voglio credere in uno che prende un libro da trecento pagine e lo fa diventare due tre film da probabilmente due ore e mezza l’uno. E il cui King Kong fra l’altro m’è pure piaciuto, ma quella cosa che ha fatto dopo con la morta volevo morire io. No, dai, evviva Oz!

Tai Chi Zero

Tai Chi 0 (Cina, 2012)
di Stephen Fung
con Yuan Xiaochao, Angelababy, Tony Leung Ka Fai, Eddie Peng

Girato assieme alla seconda parte, Tai Chi Hero, che nel frattempo in Cina è pure uscita al cinema e non mi spiacerebbe guardare, dato che qua si rimane appesi col cliffhanger, Tai Chi Zero è un filmetto d’azione stupidino, simpatico e divertente, con quel taglio tutto orientale che sembra uscito per direttissima da un cartone animato. I personaggi sono sopra le righe, le situazioni sono assurde, c’è una punta di melodramma – con anche un paio di svolte in effetti abbastanza cupe – ma è sempre tutto smorzato da una comicità che spazia fra lo slapstick, la battutina innocente e la demenza pura. E in più si ammicca anche spesso allo spettatore, coi vari personaggi introdotti con sovrimpressione che ne illustra anche l’interprete. Tipo che quando esordisce il protagonista Yuan Xiaochao scopriamo che l’attore è stato campione pseudo-olimpico di wushu nel 2008, sul cameo di Andrew Lau ci specificano “regista di Infernal Affairs“, un altro tizio che non ricordo viene segnalato come star dei film di kung fu degli anni Settanta e così via.

Ma, buffonate a parte, com’è il film? Eh, se levi le buffonate, non rimane moltissimo, ma può bastare. La storia è ambientata in un periodo affascinante, quello in cui la Cina stava subendo l’invasione da parte della cultura e della tecnologia occidentale, e ci ricama su per mettere in piedi un bizzarro scenario dai tratti steampunk. Chiaramente, il tutto si inserisce in situazioni da classico fantasy orientale, con un bel ripieno di arti marziali e un protagonista il cui bizzarro cornetto gli regala una potenza incredibile ma lo sta anche conducendo alla morte. L’eroe decide allora di recarsi in un villaggio fra i monti per imparare una particolare tipologia di kung fu, che dovrebbe aiutarlo a convogliare meglio la sua energia interiore e, sostanzialmente, salvargli la vita. Ma qui scopre che per tradizione non si insegna il kung fu ai forestieri e che tutti gli abitanti del villaggio, ma proprio tutti tutti, sono fortissimi e lo prendono a pizze in faccia come niente.

La bimbetta viene presentata come prodigio del wushu, o qualcosa del genere. E tira le pizze.

E da lì parte tutta una storia di amore, amicizia, redenzione, crescita umana e personale, Tony Leung con la barba che fa il vecchio maestro, macchine a vapore che esplodono, salti e piroette. Un filmetto gradevole, molto molto molto curato sul piano visivo, con un bel ritmo, un’atmosfera tutta simpatica e leggerina. Non c’è moltissima azione, in realtà, ma è sempre gran bella da osservare, come del resto è lecito attendersi quando a curarla c’è Sammo Hung. E insomma, niente di clamoroso, ma è uno spettacolo piacevole e che scorre via, anche se sul finale girano un po’ i maroni. OK, lo sapevo. OK, l’arco narrativo si conclude. Ma su diverse cose si rimane davvero appesi, senza contare che uno vorrebbe anche poi vederlo davvero in azione, il protagonista, armato del kung fu paesano. Ma, per quello, tocca aspettare Tai Chi Hero.

Il film l’ho visto qua a Monaco, all’Asia Filmfest, in lingua originale e con sottotitoli in inglese. In Italia c’è passato tramite il Festival di Venezia, ma non tratterrei il fiato in attesa di una distribuzione al cinema. È comunque uscito negli USA e in Australia, quindi non penso sarà un problema recuperarlo in DVD o per altri mezzi. Ah, come insegna la locandina là sopra, viene proiettato in 3D e perfino in IMAX. Io l’ho visto in normalissimo 2D e andava bene così.

Headshot


Headshot (Thailandia, 2011)
di Pen-Ek Ratanaruang
con Nopachai Chaiyanam, Sirin Horwang and Chanokporn Sayoungkul

Non conosco neanche per sbaglio lo stato del cinema tailandese, quindi non so se e quanto Headshot ne sia rappresentativo. Quello che so è che Headshot è un film con un paio di idee simpaticamente bizzarre e un protagonista abbastanza bravo, ma circondato da cani e diretto da un regista che insomma. Mi immagino questo stesso film messo in mano a un coreano di quelli cazzuti e mi scaldo tutto. E invece, quel che si vede in Headshot è una roba fatta da gente che ci crede tanto ma proprio non ce la fa. Sembra di guardare un film di quelli fatti per divertimento da ragazzini, con la videocamera regalata da mammà, la recitazione a caso e tanta voglia di provarci fino in fondo. Con più azione nella locandina qua sopra che in tutti i 105 minuti di film. E con il Jim Caviezel thailandese come protagonista.

Il film si apre con un killer professionista, il nostro Jim Caviezel thailandese, che si becca una pistolettata in faccia durante una missione, mentre è travestito da Agente 47 travestito da monaco. Da lì in poi, la storia si sviluppa su due binari paralleli, che raccontano presente e passato. Da un lato vediamo il nostro antieroe che si riprende dall’infortunio (si fa per dire: a causa della ferita, ora vede tutto capovolto) e cerca di ritirarsi a vita privata da monaco, per scoprire che ovviamente il passato tornerà a spaccargli i maroni. Dall’altro, ci viene raccontato come abbia fatto a trasformarsi dal poliziotto più incorruttibile di Bangkok al killer più ganzo del quartiere. E la spiegazione è molto semplice: è un cretino.

Il Jim Caviezel thailandese protegge la sua bella.

Perché poi, la sostanza di Headshot non è altro che il classico racconto noir in cui il protagonista crede di essere un fico, ci viene dipinto come tale, ma pian piano scopre di non essere altro che una marionetta completamente in balia delle femme più o meno fatale di turno e, già che ci siamo, pure dei diabolici piani di chi lo manipola dall’alto. Praticamente ogni cosa accaduta in vita al nostro amico Jim Caviezel thailandese è stata in qualche modo organizzata da qualcuno, e Jim se ne accorge sempre troppo tardi. Il problema è che tutto questo viene raccontato in una maniera un po’ ridicola, con un film fatto di silenzi contemplativi, grandi melodrammi e dialoghi che vorrebbero essere ganzi ma non ce la fanno (ma diamogli pure il beneficio del dubbio del sottotitolo che non rende). E insomma, alla fine ti rimangono in mano solo le buone intenzioni, innegabili, una bella scena d’azione finale al buio (troppo poco e troppo tardi) e un pugno di mosche.

Il film l’ho visto qua a Monaco all’Asia Filmfest. Vedo che sta uscendo un po’ in giro per il mondo, ma dubito arriverà in Italia. Non che valga la pena di aspettarlo.

A Simple Life

Tao jie (Cina, 2011)
di Ann Hui
con Andy Lau, Deannie Yip

A Simple Life è un film semplice, che non racconta nulla di complesso, e proprio in questa sua umana normalità trova la propria forza. C’è Roger, interpretato da Andy Lau, che lavora nel mondo del cinema, conduce una vita solitaria e dà ancora lavoro ad Ah Tao, interpretata dalla strepitosa Deannie Yip, che si è sempre occupata di lui, fin da piccolo. Era la sua tata, la governante di casa, probabilmente la sua migliore amica. All’improvviso questa donna subisce un ictus, ne esce fisicamente debilitata e non più in grado di fare il proprio lavoro. Umiliata e priva di scopo, sceglie di andare a vivere in una casa di riposo. Ma Roger non la abbandona, continua a visitarla, ad essere suo amico, a pagarne le cure e a vivere fino in fondo il rapporto di amicizia, rispetto e gratitudine che li lega. Tutto qui.

Ebbene, A Simple Life è uno fra i più bei film che ho visto quest’anno, forse il più bello punto e basta. È una storia raccontata con eleganza, delicatezza, umorismo, gusto, che attanaglia dall’inizio alla fine senza scivolare nel melodrammone strappalacrime, raccontando invece la tenera vicinanza fra due persone e la comune normalità della loro vita, il modo in cui questa donna ha saputo toccare oltre a Roger un’intera famiglia e chiunque le gravitasse attorno. Deannie Yip, premiata a Venezia con la Coppa Volpi, è fantastica e naturalissima in un ruolo tutt’altro che semplice. Mostra affetto, sofferenza, gioia, senso di inadeguatezza nel ritrovarsi all’improvviso dall’altro lato della barricata, ad avere bisogno di qualcuno che si prenda cura di lei dopo essersi presa cura degli altri per tutta la vita. E guardarla fa male al cuore.

A Simple Life è un film meraviglioso, che non punta sulla tragedia insistente dell’anziano abbandonato in un luogo squallido, del degrado, del senso di colpa, e riesce invece a commuovere con una risata, per esempio in quella bellissima conversazione al parco o in quella fantastica telefonata di gruppo con gli amici. Sorprende proprio nel suo non cercare l’effetto sorpresa ed è davvero di una bellezza incredibile, talmente ben confezionato da non far minimamente stonare le brevi apparizioni di Tsui Hark, Sammo Hung, Anthony Wong e altri. Son tutti bravi, ci stanno tutti bene.

In Italia è uscito a marzo, sull’onda lunga del passaggio al Festival di Venezia, quindi non ci sono proprio scuse: cercatelo e guardatevelo. Io invece l’ho visto qua a Monaco, all’Asia Filmfest, in cinese sottotitolato in inglese. Piangevano tutti come fontane. Son bei momenti. 

The Walking Dead 03X05: "Basta una parola"

The Walking Dead 03X05: “Say the Word” (USA, 2012)
con le mani in pasta di Glen Mazzara e Robert Kirkman 
episodio diretto da Gregory Nicotero
con Andrew Lincoln, Norman Reedus, Lauren Cohan, Steven Yeun, Laurie Holden, Danai Gurira, David Morrissey, Michael Rooker

A me, pur con alti e bassi, sono fondamentalmente piaciute anche le prime due stagioni di The Walking Dead, ma, parliamoci chiaro, la qualità costante di questa terza annata è francamente difficile da contestare e, se non piace a questo punto, meglio lasciar definitivamente perdere, più che altro perché la direzione mi sembra ormai nettamente presa. Ed è una direzione che riesce a mescolare in maniera mirabile ritmo, azione, orrore, dramma, angoscia e cura per i personaggi. Oltre a quel sempre divertente giocherellare con l’aspettativa di chi ha letto i fumetti e si aspetta questa o quella cosa. Per dire, c’era chi pensava che no, quella roba lì del governatore non si sarebbe vista, e invece, BAM, subito in apertura del quinto episodio. E poi via con quell’altra simpatica attività che tiene banco nelle serate di gala a Woodbury e, in generale, con una caratterizzazione del luogo e del suo capo, incredibile ma vero, perfino più efficace che nei fumetti.

Lì, si trattava di un cattivo brutalmente infido fin dall’apparenza, e di fondo la cosa valeva pure per la sua cittadina. Qua c’è quell’aspetto di normalità, quel fare subdolo e, soprattutto, l’impressione che, di fondo, alla sua maschera da bravo guaglione, il caro Governatore bene o male ci creda. Solo che poi, sotto, è uno che fa tutte quelle cose brutte e brutali che gli stiamo vedendo fare e che disegna i trattini sul quaderno dopo aver riposto quella cosa là sopra nello sgabuzzino. Ed è David Morrissey, grande, grosso, fascinoso e proprio bravo. Alla fine, se vogliamo, in questa sua caratterizzazione inquietante, ci sta anche che Andrea si faccia abbindolare, pure se, insomma, due volte di fila, essù, eddai, ecc’haiproprio la fame per gli uomini autoritari.

Attorno a questo bellissimo Governatore, poi, vediamo una Michonne che prosegue ottimamente sulla strada intrapresa la scorsa settimana (fare cose) e, nel frattempo, alla prigione succedono piccole, ma bellissime storie. Da Glenn che ci spiega che, quando non lo vedevamo, T-Dog ne faceva di tutti i colori a Daryl che ricorda a tutti di essere un gran ganzo gestendo ogni faccenda possibile in contumacia Rick e mostrando anche un ripieno da caldo orsetto del cuore nel finale. E poi Rick, che davvero in questa stagione è sempre più uno spettacolo, completamente in preda al dolore e all’ansia, incapace di pronunciare una singola parola per tutto l’episodio, ridotto lui stesso quasi ad essere uno zombi. E l’unica cosa che dice, nel finale, è di quelle che lasciano il segno. Oltre ad essere un’altra introduzione dal fumetto che magari non t’aspetteresti di vedere, perché è sempre un po’ su quel limite del ridicolo, e invece, guarda, magari funziona. Insomma, wow.

E adesso fuggo al cinema a guardarmi Argo. Ché c’ho la fotta.

Jiro e l’arte del sushi

Jiro Dreams of Sushi (USA, 2011)
di David Gelb
con Jiro Ono, Yoshikazu Ono

Jiro Ono è l’ultraottantenne titolare di Sukiyabashi Jiro, il primo ristorante di sushi capace di ottenere la certificazione delle tre stelle sulla guida Michelin. Fuggito da casa da giovanissimo per gettarsi nel mondo della ristorazione, Jiro è diventato un maestro nella preparazione del sushi e da settant’anni vive per il proprio lavoro. In questo piccolo locale da dieci posti, ancora oggi è lui la “faccia” che ogni giorno serve i clienti con un servizio personalizzato. Con lui lavorano degli apprendisti e il figlio Yoshikazu Ono, destinato ad ereditare il locale, mentre il figlio minore ha scelto di aprire un ristorante altrettanto minore (“solo” due stelle!) in quel di Roppongi Hills. Jiro Dreams of Sushi racconta la storia di Jiro, la sua filosofia di vita, la gestione del ristorante, il rapporto con i figli e, in generale, finisce chiaramente per parlare anche di sushi.

Si tratta di un documentario da un’ora e mezza scarsa, che mostra un uomo anziano, simpatico e scorbutico, la cui unica ragione di vita è il proprio lavoro. È sempre presente al ristorante e, soprattutto, il ristorante è sempre aperto. Capita magari che lui si debba assentare brevemente, per un funerale o per il proprio ricovero in ospedale, ma poi torna e ricomincia a macinare sushi. I giorni di ferie sono tempo sprecato, l’unico obiettivo è diventare sempre migliore nel proprio lavoro, essere impeccabile, dare tutto. Perché nella vita bisogna trovare un lavoro che si ama e renderlo la propria vita, dargli tutto per riuscire al meglio.

E infatti, oltre che per il modo in cui mostra certi aspetti nella lavorazione del sushi, oltre che per la gran fame che fa venire, oltre che per il ricordare a tutti che il pesce viene ammazzato, e spesso in maniera neanche troppo delicata, l’aspetto interessante di Jiro Dreams of Sushi sta nel ritratto che dipinge di un uomo vivo solo in funzione del proprio lavoro. Presumibilmente Jiro è anche piuttosto ricco, considerando quanto costa un pasto nel suo locale (300 dollari, per capirci, e bisogna prenotare mesi prima), ma non dà l’impressione di godersi il denaro, o in generale la vita al di fuori del lavoro. Non ha interessi, passioni o attività che vadano oltre il sushi. Ha una famiglia, ma i suoi due figli vengono raccontati quasi solo in funzione del rapporto col lavoro del padre. E della moglie non si sa praticamente nulla. Insomma, Jiro sogna il sushi.

Questo è il primo dei cinque film che ho visto qua a Monaco all’Asia Filmfest. Non mi risulta sia mai uscito in Italia, correggetemi se sbaglio.

Spam della critica che se la tira

Questa settimana abbiamo pubblicato, con calma e sangue freddo, l’episodio numero 21 di Outcast: Chiacchiere Borderline, il podcast in cui si parla a vanvera di notizie, rosicate, cose varie e Kevin Butler. Lo trovate a questo indirizzo qua. Inoltre, a questo indirizzo qui, trovate il filmato registrato durante la tavola rotonda sulla critica indipendente che si è tenuta al WOW Spazio Fumetto di Milano due o tre settimane fa. L’evento è stato organizzato da Andrea Peduzzi, io ero presente in fluttuante forma virtuale da Monaco e c’era tanta altra bella gente che chiacchierava. L’audio fa un po’ pietà, ma, ehi, non si può mica avere tutto.

E domani registriamo il nuovo Outcast Magazine. In scaletta ci sono, al momento, diciassette giochi, più un argomento extra che da solo si meriterebbe un podcast a parte. Se non pacca nessuno e non ci diamo una moderata, viene fuori un podcast da quattro ore.