A Chinese Ghost Story (2011)

Sien nui yau wan (Cina, 2011)
di Wilson Yip
con Louis Koo, Yifei Liu, Shaoqun Liu, Kara Hui, Elvis Tsui, Siu-Wong Fan

Me l’hanno venduto come A Chinese Ghost Story, scopro ora che sul manifesto cinese si intitola A Chinese Fairy Tale, ma insomma, cambia poco, la sostanza rimane quella: un remake modernizzato, giovanilizzato e francamente anche un po’ cheap, con elementi di trama rimescolati e qualche idea inedita, del film più o meno omonimo  del 1987. E com’è venuto fuori? Mboh? Nell’internet lo trattano piuttosto male, ma io ammetto di avere ricordi vaghissimi dell’originale e, quindi, mi riesce difficile fare un confronto sensato. Di sicuro è un film dai toni esageratissimi, con un senso della commedia e del dramma da filmetto di genere orientale, che quando sfonda i confini del melodramma è un po’ stucchevole, ma alla fin fine ha sempre quel tono lieve da filmetto bizzarro che ti guardi in videocassetta stupendoti per le sue assurdità. Di sicuro, insomma, non ha i toni eleganti, occidentalizzati e amichevoli di Hero o La tigre e il dragone.

La storia è semplice semplice, ambientata tanto tempo fa, in una Cina lontana lontana dove i demoni sfrecciano liberi per la campagna e c’è una quantità di cacciatori (di demoni) esorbitante che li insegue. I demoni, però, assumono la forma di manze indicibili e seducono gli umani. Ne consegue che un cacciatore di demoni si innamora di una demonessa particolarmente cicci, ma finisce per decidere di cancellarle la memoria perché il loro è un’amore impossibile e proprio non si può (da notare che, a causa di questo ragionare col pisello, diversi colleghi finiscono ammazzati e il suo amico Karl Urban cinese perde un braccio). Parecchi anni dopo, un ragazzetto sfigato incontra la stessa demonessa e se ne innamora, altre demonesse si incazzano e vogliono fare un macello, il cacciatore di demoni di cui sopra interviene a far casino e poi arriva pure il Karl Urban cinese ad aggiungere colpi di spada e superpoteri. Insomma, tutto un Romeo e Giulietta pieno di piroette e una storiellina che potrebbe tranquillamente stare in un manga di Rumiko Takahashi (che è giapponese, ma fa lo stesso).

Il Karl Urban cinese.

E tutto questo si traduce in un filmetto che ha tutti gli ingredienti prevedibili: c’è il melodrammone amoroso insistito fra umano e demone, c’è la comicità surreale dai toni esagerati, ci sono le soluzioni visive affascinanti che fanno riferimento alla mitologia cinese, risultano tanto tanto esotiche per il gusto occidentale e danno l’impressione di stare guardando un manga d’azione fantasticheggiante interpretato da attori. E alla fine, se si leva il nome che porta sulle spalle e si entra nell’ordine di idee di stare guardando una sciocchezzuola dimenticabile, il divertimento sta tutto lì. Perché poi, non ci posso fare niente, quando questi cominciano a saltare in giro, roteare spadoni fiammeggianti, combattere demonesse dai capelli che s’allungano e frustano, sparare raggi gamma da tutte le parti, pronunciare formulette magiche, applicare sigilli, nuotare su mari di foglie, io ancora un po’ e mi metto a piangere. Sarà che non ci sono abituato.

Visto in lingua originale con doppia riga di sottotitoli, la prima in qualche lingua cinese, la seconda in inglese ma palesemente realizzata dai cinesi stessi, o comunque da qualcuno che non si rendeva conto delle assurde frasi che qua e là stava scrivendo. E in fondo pure questo aggiunge al fascino da visione cheap in videocassetta un pomeriggio di quindici anni fa.

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