The Day

The Day (USA, 2011)
di Douglas Aarniokoski
con Shawn Ashmore, Dominic Monaghan, Ashley Bell, Shannyn Sossamon, Cory Hardrict

The Day si apre con una specie di prologo tutto bello colorato e alternato ai titoli di testa, in cui si capisce che c’è stata una qualche apocalisse ma non si capisce bene a base di cosa. Magari sono zombi, magari sono mostri, magari c’è stata la guerra, non si sa. E ci viene mostrato l’Uomo Ghiaccio che lascia un attimo sua moglie in macchina per andare a rubacchiare provviste in una casa, poi torna e puf, la moglie non c’è più. Un genio, insomma. Sbrigata la pratica di spiegarci i sensi di colpa in base ai quali il protagonista del film si comporterà come un disperato cretino, si passa alla vicenda vera e propria, che sembra proporsi come una versione un po’ più tamarra di The Road: cinque tizi sporchi, luridi, malati e disperati che vagano nel post-apocalittico alla ricerca di speranza e salvezza, il tutto in bianco e nero.

Ci sono però due problemi. Innanzitutto il fatto che fra i cinque tizi si cerchi di far passare il cretino di cui sopra come quello intenso coi monologhi riflessivi e l’hobbit scemo de Il signore degli anelli come il capo ruvido, con la voce rugosa e che fa le scelte difficili. Il resto del cast, fra l’altro, andrebbe anche bene: Cory Hardrict urla contro i cattivi, Ashley Bell è quasi credibile come picchiatrice cazzuta (soprattutto perché non è super umana e prende anzi un sacco di schiaffi da gente più grossa di lei) e Shannyn Sossamon fa quella che vorresti portarti a letto anche se è sporca ma vorresti riempire di schiaffi perché è stronza. Purtroppo ci sono appunto gli altri due, credibili più o meno come se quei ruoli li interpretassi io.  L’altro problema è rappresentato da Aarnioski, uno che, porello, ha come highlight in carriera il quarto Highlander (quello in cui si incontrano i MacLeod di film e telefilm) e, pur riuscendo bene o male a confezionare qualche immagine piuttosto suggestiva, non sa proprio decidersi fra il film d’introspezione e la tamarrata. Il risultato è una tamarrata che prova ad essere introspettiva con un paio di monologhi da coma etilico e finisce per essere ridicola.

Poi, per carità, qualche momento gradevole c’è, l’idea di non spiegare nulla crea una bella sensazione di spaesamento e, soprattutto, fino alla rivelazione di metà film, ti lascia bene in sospeso. La sceneggiatura, poi, prova a prendere di petto tutto il discorso su come certe situazioni finiscano per disumanizzare anche il più simpatico degli ometti, ma è veramente tutto trattato in maniera grossolana e fra l’altro non aiuta una colonna sonora fin troppo insistente, che stupra la scena con la delicatezza di un fullback sparato in una cristalleria. Volendo, si può anche apprezzare per simpatia umana il fatto che nella parte conclusiva il gruppetto di amici (l’Uomo Ghiaccio e l’hobbit hanno anche co-prodotto) getti platealmente la maschera: tutta la faccenda è un pretesto per mettere in scena un omaggio a La notte dei morti viventi. Il risultato, però, fa acqua da tutte le parti. E insomma, il meglio che gli possiamo dire è che è simpatico, s’impegna, ma proprio non c’ha le qualità ed è davvero trascurabile.

Poi, volendo, uno si potrebbe pure chiedere come mai uno nato, cresciuto e andato a scuola negli iuessei c’ha l’accento di Dominic Monaghan, ma magari è invece normale. Del resto che ne so, io, di come dovrebbe parlare un compagno di classe di Shawn Ashmore? Ah, ovviamente non so nulla di un’eventuale distribuzione italiana, ma francamente chissenefrega.

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