Universal Soldier: The Return

Universal Soldier: The Return (USA, 1999)
di Mic Rodgers
con Jean-Claude Van Damme, Michael Jai White, Bill Goldberg

Sette anni dopo il primo episodioUniversal Soldier torna al cinema, forte di un Jean-Claude Van Damme disperato per una carriera in crollo verticale che, col senno di poi, non riuscirà certo a far riprendere con questa monnezza. Se il primo film, osservato con le giuste aspettative, è addirittura sorprendente, specie vent’anni dopo, il secondo, tredici anni dopo, fa violentemente cacare, anche e molto più di quanto ricordassi. E fa cacare fondamentalmente per le stesse ragioni per cui il film di Emmerich si eleva ben al di sopra del necessario, ma ribaltate. Mic Rodgers è uno stuntman alla sua prima e ultima esperienza da regista, privo d’ambizione e di capacità, la cui unica pennellata d’autore sta nell’infilare canzoni metal dove capita, e che certo non è in grado di far splendere questa scemenza al di sopra del misero budget e di una sceneggiatura, va detto, perfino peggiore della precedente. È tutto brutto e spento, con un taglio pezzentissimo che ti aspetteresti magari nell’home video, certo non al cinema, ambientato solo di notte e al chiuso, senza respiro, senza colore. Si saltella dentro e fuori una location orrenda completamente a caso, contro ogni logica dettata dalle premesse e senza alcuna spiegazione (anche se va detto che nell’ultimo Batman di Nolan succede più o meno la stessa cosacon la differenza che almeno questo film non si prende sul serio) e alla fine è solo un trascinarsi stancamente verso il combattimento finale.

La sceneggiatura è da campionato mondiale dell’insensato, a cominciare da un avvio basato su una logica comportamentale totalmente incoerente con quanto mostrato nel primo episodio (un po’ come i comportamenti dei personaggi di Prometheus, con la differenza che almeno questo film non si prende sul serio):
– il governo non aveva mai voluto finanziare il progetto Unisol, che per altro era andato a puttane in maniera disastrosa —> qui gli Unisol sono legali e finanziati dal governo;
– il progetto originale era andato in vacca quando a due dei soldati erano improvvisamente tornate in funzione le emozioni —> i nuovi unisol, per quanto cagnolini ubbidienti, provano emozioni (e ovviamente sono emozioni da maniaci sessuali e killer psicopatici);
– Luc Deveraux aveva visto la sua vita fatta a pezzi e stava cercando di uscire dal progetto Unisol —> qui lavora attivamente alla nuova versione del progetto stesso, magari perché i soldi son soldi e deve mantenere una figlia da vedovo (la moglie è morta, non si sa come, forse nel dare alla luce la prole di Robocop), oppure per riconoscenza verso lo scienziato che ha invertito la procedura facendolo tornare umano;
– che poi, fra l’altro, diciamo anche che se inverti una procedura che riporta in vita i morti, oh, io mi aspetto che quelli ritornino morti. No?

Ci si potrebbe accontentare se l’azione fosse degna, ma in realtà è tutto abbastanza piatto e noioso fino alla fine, al punto che i sussulti sono dati da Bill Goldberg che fa lo scemo con delle gag uscite direttamente dai Looney Tunes. Il film si riprende un po’ solo nella parte conclusiva, grazie al carisma e alla presenza scenica di Michael Jai White, che col suo atletismo tiene in piedi da solo il combattimento finale, nonostante una regia poco interessata a mostrare per bene le mazzate e, forse, molto interessata a non far capire quanto Van Damme sia fisicamente non all’altezza dell’avversario. Ed è troppo poco, troppo tardi. Che dopo questa roba sia arrivato quel che è poi arrivato è una cosa senza alcun senso.

Comunque è sempre bello rendersi conto che Van Damme, così come Schwarzenegger, aveva fra le sue caratteristiche il fatto di parlare a malapena in inglese, solo che noi da piccoli non lo sapevamo. Oddio, poi si vive bene lo stesso, però tutti quei film assumono un tono decisamente più surreale con un protagonista che arranca sulle parole (e in effetti pure Dolph Lundgren… ).

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