Universal Soldier: Regeneration

Universal Soldier: Regeneration (USA, 2009)
di John Hyams
con Jean-Claude Van Damme, Dolph Lundgren, Andrei Arlovski

L’anno scorso stavamo tutti a farci le pippe sul fatto che il quinto Fast & Furious, a sorpresa, si fosse rivelato il migliore della serie, ma in fondo alla sala c’era sicuramente chi, anche piuttosto incazzato, urlava “old” e sventolava un DVD di Universal Soldier: Regeneration. Un film che, come nel bene e nel male avevano fatto anche i due precedenti, distrugge qualsiasi aspettativa e va ben oltre quanto sia lecito attendersi da un tentativo in extremis, direct-to-video, perfino diretto da un figlio di papà raccomandato, di recuperare una serie caduta nel dimenticatoio da dieci anni (o forse anche da prima). E invece Hyams si rivela figlio d’arte, più che di papà (che per inciso collabora alla fotografia), talentuoso regista action in grado di piallare a zero una serie e tirarne fuori un film divertente, ben confezionato, addirittura intelligente e che non a caso è subito diventato cult e ha generato un seguito tornato per direttissima nelle sale cinematografiche.

Se e come Regeneration si inserisca nella continuity è un mistero su cui preferisco non interrogarmi troppo. Con un grande sforzo di immaginazione potremmo anche inventarci due o tre scuse per far finta che Hyams e compagni non abbiano deciso di ignorare il secondo episodio, ma la verità è che qui ci si riallaccia direttamente al primo e anche prendendolo a calci in maniera piuttosto volenta. Sostanzialmente questo è un reboot, ed è uno dei reboot più intelligenti che si siano mai visti. Dall’idea originale, infatti, si recuperano praticamente solo i toni drammatici e malinconici, provando ad affrontare con angosciante realismo – nei limiti del possibile – le vicende di un tizio che è stato ucciso, resuscitato e trasformato in macchina da guerra priva di emozioni. Universal Soldier: Regeneration è un film cupo, opprimente, dal taglio visivo asciutto, che racconta di un personaggio alle prese con una disperata ricerca della perduta umanità. Van Damme, che nei quasi vent’anni trascorsi da quel primo episodio è perfino cresciuto come attore, si aggira per il film stanco, sfibrato, abbattuto, gonfio di lacrime. Interpreta un uomo vuoto e aggrappato al ricordo di qualche rara emozione, che tenta di farsi una vita da essere umano ma poi non può fare a meno di riempire di pizze in faccia uno solo perché l’ha guardato storto al bar.

Lo sceneggiatore Victor Ostrovsky estrapola insomma solo i tratti che gli interessano dal soggetto originale per mettere in piedi un racconto che va oltre i confini della depressione, e butta pure nel mucchio un Dolph “Andrew Scott” Lundgren resuscitato grazie ai miracoli della clonazione e personaggio altrettanto stralunato, già folle da vivo e non morto nel primo film, figuriamoci quando si ritrova nella condizione di neonato clone di mezz’età. Dopodiché, intendiamoci, tutto questo va inquadrato all’interno dei confini dettati da quello che è e rimane un film d’azione, pieno di sparatorie e pizze in faccia. Ma è comunque qualcosa di incredibile, considerando le premesse poste dalla serie in generale e dalla natura direct-to-video di questo episodio. E già sarebbe sufficiente. In più c’è la famiglia Hyams, a cui bastano i primi cinque minuti per far capire che qui non si scherza un cazzo. Si parte subito con un lento piano sequenza, che si trasforma improvvisamente in furiosa sparatoria e trascinante inseguimento in macchina, e da lì in poi è un susseguirsi di azione violenta, spietata, sanguinaria, confezionata da leccarsi i baffi (specie, ribadisco, visti budget, premesse e aspettative) e ottimamente interpretata tanto dai due vecchi rugosi quanto dalla furia umana Arlovski. Il tutto, poi, immerso nei toni dettati dal racconto deprimente, dalla fotografia polverosa, dalle musiche in stile Carpenter, dalla suggestiva centrale nucleare di Chernobyl che fa da sfondo agli eventi. E insomma, un’ora e mezza ai limiti dell’incredibile, che fa venire una gran voglia di vedere il seguito Adkins-munito e, soprattutto, fa sperare che Universal Soldier serva a Hyams da trampolino tanto quanto lo fece per Emmerich.

Certo, resta da capire come mai clonando uno morto a trentacinque anni ci si ritrovi per le mani un quasi sessantenne ma, oh, mica si può avere tutto. 

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