Hugo Cabret

Hugo (USA, 2010)
di Martin Scorsese
con Asa Butterfield, Chloë Grace Moretz, Ben Kingsley, Sacha Baron Cohen

Non è che qui si possa fare il processo alle intenzioni, perché io Martin Scorsese non lo conosco di persona e con lui non ci ho mai chiacchierato o condiviso la frittura di pesce, però davanti a Hugo Cabret si fa a tratti un po’ fatica a capire dove realmente Martin volesse andare a parare. Voleva fare il film per ragazzi tutto storia e personaggi semplici, magia e stupore? Può essere, ma se quello era l’obiettivo, beh, il risultato, per quanto meravigliosamente confezionato, non evoca le emozioni dei migliori Zemeckis o Spielberg ed è sicuramente lontano da quel che ti aspetti dal miglior Scorsese. Voleva divertirsi a giocherellare con il 3D? Direi che è certo, altrimenti non ci avrebbe neanche provato. E in questo senso i risultati sono, per me, notevoli. C’è una costruzione della scena che davvero ti fa respirare la profondità degli ambienti, che gioca tantissimo con gli oggetti e la percezione. C’è tutto quel divertirsi con lo sfruttare il 3D per creare una finestra sul mondo (Cameron style) mostrandoti le cose attraverso i buchi e i pertugi che Hugo utilizza per osservare ciò che accade nella “sua” stazione dei treni. C’è, chiaro, il giocare e rigiocare con treni e locomotive, applicando il 3D anche al divertirsi sul film nel film. E c’è pure un senso di meraviglia, nella profondità di campo, di ambienti e ambientazioni, che paradossalmente emerge a tratti quasi solo per l’utilizzo del 3D, certo molto più per quel che viene raccontato e per come viene raccontato. E poi ci sono tutte quelle piccole cose, che lavorano un po’ meno in primo piano ma hanno un’efficacia pazzesca, tipo il modo in cui viene lavorato nella terza dimensione quel monologo finale di Ben Kingsley. E insomma, sulla faccenda “Scorsese pasticcia con la terza dimensione”, poco da dire, gran bel lavoro.

Poi ci sarebbe anche la terza anima di Hugo Cabret, quella che palesemente sta più a cuore al regista. Il documentario sulla vita, i successi e le sconfitte di Georges Méliès, la riflessione sulle problematiche di conservazione del cinema, con le spiegazioncine didascaliche e un po’ pedanti che ogni tanto prendono il controllo del film e lo fanno deviare in una direzione totalmente diversa da quella che ti aspetteresti. Perché poi il problema, volendo, sarebbe anche un po’ lì: trailer, manifesti, promozione ci hanno venduto questo film con una bella favoletta dei buoni sentimenti su un avventuroso bambino e la sua amica che gironzolano nella stazione inseguiti dal buffonesco Sacha Baron Cohen. Tutte cose che ci sarebbero anche, eh, ma finiscono per passare in secondo piano quando l’obiettivo si sposta sul Méliès di Ben Kingsley e sull’evidenza dell’aver dovuto costruire una favoletta attorno al desiderio di raccontare del proprio amore per quel cinema lì e del giocare con i treni, le macchine da presa, i fondali di cartapesta e il treddì.

E quindi? E quindi ne viene fuori un film spezzettato, che cerca di mescolare discorsi distanti anni luce senza riuscirci fino in fondo. Una specie di libro animato che sfrutta una storiella semplice come pretesto per raccontarti della storia del cinema e utilizza il suo giocare con il 3D per tenerti vispo, attento e ammaliato. Nei suoi momenti meno riusciti finisce per essere un filmetto per ragazzi di poco conto, nei suoi momenti migliori riesce a trasmettere in maniera vibrante la passione di Scorsese per ciò che sta raccontando. Ma mi sembra, soprattutto, un film su cui è difficile avere certezze. Che può divertire un bambino quanto annoiarlo a morte, che può affascinare un adulto quanto infastidirlo senza speranza. Nel mezzo, però, ci sono una lunga serie di immagini che fanno fatica a non restarti dentro. E tutta quella malinconica, struggente parte in cui si ripercorrono i passi di Méliès e nella quale Scorsese rimette in scena i suoi set ha una forza evocativa che da sola, forse, vale il prezzo del biglietto. E pure quello del 3D.

E dopo il fallimento dell’altro giorno adesso ci vado  per davvero, a vedere War Horse. E lo faccio combattendo il dito blu cobalto che mi ritrovo sul piede destro perché ieri ho tirato un calcio fortissimo a un mobile del salotto. Quando non zoppico, sono venti minuti di strada a piedi per andare e altrettanti per tornare. Oggi esco prima del solito. Di buono c’è che da qualche giorno è stata sospesa la tormenta di neve perenne su Monaco. Ce la posso fare. Seguitemi su Google Latitude e chiamate i soccorsi se mi vedete fermo in mezzo a una strada per troppo tempo.  

3 pensieri riguardo “Hugo Cabret”

  1. La prima cosa che ho pensato finito il film è stata: “e quindi?”
    Sono rimasto a metà, tra la storia piena di magia e l'omaggio fatto a Méliès e, probabilmente a causa dei trailer, sono rimasto insoddisfatto nonostante abbia apprezzato un 3D che non si vede da nessun'altra parte

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