Paradiso amaro

The Descendants (USA, 2011)
di Alexander Payne
con George Clooney, Shailene Woodley, Amara Miller, Nick Krause

Quando realizzi un film che parla della morte più banale, quella che porta via un genitore all’improvviso lasciando in mano alla famiglia sopravvissuta il compito di assorbire il dolore e sbrigare la bassa manovalanza, finisci sempre per far incazzare qualcuno. Magari perché hai spinto troppo sul melodramma, o perché al contrario non sei riuscito a far piangere. Magari perché ti sei permesso di buttarla sul ridere, o perché hai sorvolato su questo e quell’aspetto o ti sei concentrato su quell’altro ancora. Magari perché hai detto cose scomode, oppure non hai detto nulla di interessante. Sia come sia, c’è sempre qualcuno che si incazza, o al limite si infastidisce, e ha la faccia di venirti a dire che il tuo modo di trattare la morte è falso, ipocrita, furbo e da condannare. Solo perché non corrisponde al suo.

E invece io in questo film – tanto quanto in altri film sui quali mi è capitato di discutere perché “non si parla così di queste cose” – ci ho visto esattamente quella che per me, nella mia vita, è la morte altrui. Una roba che piglia, arriva e ti storta tutto, ti strappa da quel che stai facendo e preferiresti continuare a fare e ti costringe a mettere le mani nel burocratico sfaccendare, mentre tu vorresti solo pensare ad assorbire l’impossibile che ti sta cascando sulla capoccia. Una morte in famiglia è una gran rottura di coglioni, perché ci son le cose a cui devi pensare, i documenti, le successioni, le faccende, tutte quelle corbellerie a cui non hai mai prestato attenzione e che all’improvviso ti ritrovi scodellate in grembo. Tipo un paio di figli, per dire. Ed è anche qualcosa di buffo, assurdo, del quale non riesco proprio a fare a meno di ridere, come di qualsiasi altra cosa, anche se non si fa, anche se è brutto. Anche se quando toccherà a me magari non ci troverò nulla di divertente. E poi ci sono quei rigurgiti improvvisi di fastidio, disperazione, dolore fortissimo, che ti colgono nei momenti più banali e prevedibili e ti si aggrappano all’intestino. Quando m’è morto qualcuno a due passi di distanza, io ho vissuto queste cose qua. E in The Descendants ce le ho trovate, magari un po’ infiocchettate con quell’aria surreale di certi momenti e certi personaggi così tipicamente da America ai margini, ma non per questo meno sincere o credibili.

Ecco, a me premeva più che altro dire questo, anche perché poi, oh, ci si casca tutti, nel pensare che quanto non corrisponde al proprio modo di vedere le cose sia falsa corbelleria. E si finisce per dire, fare e pretendere robe fuori dal mondo. Dopodiché, di Paradiso amaro, The Descendants o quel che è, non saprei bene che altro scrivere, e probabilmente è questo il motivo per cui ho rimandato e rimandato e rimandato questo post pur avendo visto il film settimane fa e mi sono costretto a scriverlo oggi perché ora o mai più. Tanto che vuoi dire? Payne, come al solito, scrive dialoghi divertenti e azzeccati, dirige benissimo gli attori, lascia spazio a Clooney per un’interpretazione grande, dimessa e dolorante, e racconta in maniera leggera le sue storie. È una bella commedia amarognola, con qualche momento magari un po’ troppo stupidino o prevedibile e con forse i suoi attimi migliori quando si dedica al dolore di nonno Robert Forster. Racconta due o tre cose in croce, ma lo fa infilandosi fra le pieghe dei suoi protagonisti, dandoti un motivo per affezionarti alle loro vicende e coinvolgendoti nelle difficoltà che affrontano. Oppure ti dà fastidio.

Oltre al film in questione, a un paio di robe delle quali non voglio sapere nulla e a In Time, oggi esce pure War Horse, che da brava groupie di Steven Spielberg andrò a vedere il prima possibile.

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