Warrior

Warrior (USA, 2011)
di Gavin O’Connor
con Joel Edgerton, Tom Hardy, Nick Nolte

Leggevo qualche giorno fa un’intervista a Kurt Angle, in cui il nostro amato pelatone spiegava di essersi preparato fortissimamente per il ruolo di Koba, imparando a parlare russo con grande disciplina. Peccato che poi, in post produzione, gli abbiano tagliato tutte le parti in cui il personaggio apriva bocca. “Mi spiace un sacco ma, oh, rispetto le scelte, è il loro lavoro, se il film ne guadagna, blablabla”. Ora, magari è vero e il film funziona meglio senza che Koba apra bocca, ma il dubbio che dargli un po’ di spazio in più avrebbe aumentato la sua presenza scenica ce l’ho. Perché? Perché così com’è, Koba non mi ha dato quelle sensazioni di potenza, forza, spaventosa imbattibilità che doveva darmi. Sì, ok, me lo dicono i cronisti, che spacca i culi e che è il russo fortissimo come la squadra di hockey sovietica dei bei tempi del film su cui Gavin O’Connor s’è fatto le ossa da regista sportivo. Ma io nel film ho visto solo uno grosso che arriva, fa due sorrisi da scemo, sta zitto e mena senza impressionare particolarmente. E sarebbe magari anche sufficiente, se nello stesso film non ci fosse Tom Hardy gonfio come un pallone, con due deltoidi che fanno riporto, con addosso una furia animale pazzesca, che ci hanno raccontato essere incazzato nero e salire sul ring solo per sfogarsi, vomitare addosso all’avversario la rabbia e la frustrazione di una vita e fare malissimo a qualsiasi cosa gli passi davanti, che dopo anni di inattività, al primo incontro, riempie di pizze il pretendente al titolo di campione dell’universo e che – soprattutto – ogni volta che sale sul ring stende l’avversario con un solo cazzotto per poi andarsene tutto tamarro. Insomma, quello è un avversario che fa paura, non Koda fratello orso. Poi, ok, la questione si riequilibra se ci metti di mezzo l’extra filmico e pensi che Kurt Angle è un lottatore, un atleta professionista, mentre Tom Hardy è solo un attore palestrato. Poi però pensi alle scenette di Angle in WWE con i riccioletti che fa lo scemo attaccato al ricordo della sua medaglia olimpica e passa la paura. E qui finiscono i “difetti” di Warrior.

Kurt Angle in una delle scene tagliate.

Guardare Warrior è come guardare due Rocky messi assieme, in contemporanea, uno contro l’altro. Due film di sport, underdoggismo e riscatto sociale, che saltellano da Cinderella Man a Karate Kid, buttandoci nel mezzo qualsiasi altra roba appartenga al genere e possa venire in mente. È la somma di due film degli anni ottanta. Praticamente è un film degli anni centosessanta. Racconta due storie parallele che ne basterebbe una da sola per farti gasare, emozionare, agitare il pugnetto e piangere come uno scemo dall’inizio alla fine, e le fa scontrare con la violenza di due tir lanciati in corsa in autostrada, per un’apoteosi finale in cui sei lì che tremi come un maiale al macello, non sai per chi tifare, non vuoi scoprire chi vincerà e pensi fortissimo che la devono smettere di picchiarsi, che questo mondo di violenza non ha senso, che vogliamoci tutti bene, che PER FAVORE DAI BASTA SMETTETELA!!!

Gavin O’Connor c’ha la faccia come il culo e usa tutte le armi a sua disposizione, senza vergogna, senza tirarsela, con un gusto, un amore, una passione e una convinzione senza fondo. Il copione è da manuale, non c’è una virgola fuori posto e c’è anzi tutto quel che ci deve essere, compresa la nuova frontiera del montaggio alternato sugli allenamenti: uno split screen mostruosamente pacchiano accompagnato da un riarrangiamento dell’Inno alla gioia che potrebbero tranquillamente inserire nella riedizione della colonna sonora di Rocky e non se ne accorgerebbe nessuno. Racconta una storia di carne e sangue i cui personaggi esprimono i sentimenti con i ceffoni, in cui un dolce abbraccio fraterno viene messo in scena sotto forma di presa per far addormentare e nel quale ogni singolo elemento, dall’immagine più dozzinale alla trovata più sottile della colonna sonora, passando per due o tre dialoghi splendidi (“Actually I used to be one of those animals”), è esattamente dove dovrebbe stare.

Warrior è esattamente quel che promette, sincero e pulito. È il film delle pizze in faccia e dei buoni sentimenti, in cui le mazzate sul ring sono un pretesto per raccontare altro, ma per farlo senza pretese d’autore o mascherate da Oscar, al di là di un Nick Nolte che si è beccato le nomination più facili della sua carriera. Ha due attori davvero bravi a reggersi tutto il peso del film sulle spalle e una regia che gestisce alla grande le fasi di lotta con l’inevitabile abbondanza di montaggio, campi lunghi e primi piani per mescolare attori e stuntman. Dopo una prima metà di film tutta deliziosa costruzione e accumulo, ne viene fuori una seconda parte spettacolare, tesissima, in cui ogni singolo incontro vinto dal professorino potrebbe tranquillamente essere il gran finale di un altro film. Davvero: sul primo match la tensione è soffocante e l’esplosione di gioia, cuore, batticuore, tensione e sudore è tale che potremmo tutti alzarci e andarcene a casa soddisfatti. E invece ci sono ancora tre quarti d’ora di film, almeno altri due finali e una lunga serie di fazzoletti da insozzare. Fantastico, meraviglioso, Gavin vieni qui e fatti abbracciare che ti voglio bene.

E poi i protagonisti – come Rocky, of  course – vengono da Philadelphia. Già lì ero sold.

3 pensieri riguardo “Warrior”

  1. bello! il film delle pizze in faccia e di vecchi alcolizzati! a me piacque molto al cinema! (a parte la questione “patriottica”, ci stava anche nel contesto ma non l'ho digerita più di tanto io, per gusti miei)

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  2. Mh, io non l'ho patita come molto patriottica, mi è sembrata più che altro una faccenda da militari, ma abbastanza (quasi) universale, seppur in quell'ottica. Però va detto che queste cose le patisco poco, devono essere veramente ESAGERATE per darmi fastidio.

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