L’arte di vincere

Moneyball (USA, 2011)
di Bennett Miller
con Brad Pitt, Jonah Hill, Philip Seymour Hoffman

L’arte di vincere è un film molto bello, molto intelligente, molto ben scritto e interpretato, molto particolare. O, perlomeno, è molto particolare nella misura in cui una pellicola che parla di baseball – seppur, ovvio, sfruttandolo come pretesto per raccontare anche altro – può risultare aliena a chiunque non sia americano (o, insomma, appassionato di quello sport, ma soprattutto della maniera americana di affrontare lo sport e di parlarne). Un film identico nella sostanza, nei modi, nello stile, ma dedicato al calcio, non costringerebbe a chiacchierare di queste premesse, perché sarebbe argomento perfettamente comprensibile dall’italiano medio, decisamente ferrato sull’argomento o – ancora più importante – convinto di esserlo. Certo, l’impressione è che se al posto del baseball ci fosse un qualsiasi avvenimento storico o politico poco noto all’ignorante medio il discorso varrebbe lo stesso, eppure sarebbe molto meno discusso, ma whatever.

Il problema è che L’arte di vincere sta al film sportivo medio più o meno come Mario Sconcerti sta a Fabio Caressa. Racconta uno sport, alcuni personaggi importanti di un momento preciso di quello sport, questo momento che col senno di poi è stato decisivo e ha cambiato alcune cose, ma lo fa in maniera asciutta, sottolineando la retorica del gesto atletico più con le parole che con le immagini, un po’ nella stessa maniera in cui il suo protagonista Billy Beane evita di familiarizzare coi giocatori per non farsi coinvolgere troppo dal punto di vista emotivo e non vuole guardare le partite perché non riesce a sopportarle (e teme di portare sfiga, pure). Questo non impedisce al film di seguire, in una maniera tutta sua, il cammino standard da racconto sportivo: c’è il classico percorso umano di un protagonista forte e del suo desiderio di riscatto, così come la crescita nelle relazioni con chi gli sta attorno e l’utilizzo dell’avvenimento sportivo come metafora per la vita delle persone che gli ruotano attorno. E c’è anche un consapevolissimo giocare con gli stereotipi del film “atletico”, abbracciati senza remore ma distorti e manipolati in maniera dissacrante con scene come il discorso alla squadra negli spogliatoi o quello splendido finale.

Poi, al di là di tutto, è sempre un po’ quel tipo di storia lì, che romanza tantissimo, inventa fatti e persone e ti racconta dell’underdog che combatte il sistema brutto e gretto, dei sottovalutati perdenti che lottano per il rispetto e della voglia irresistibile di essere qualcuno, di significare qualcosa, di lasciare un segno che nessuno potrà mai dimenticare, anche se nessuno pensa tu possa riuscirci. E attorno a tutto questo c’è il viaggio personale di Billy Beane, ma fondamentalmente di Brad Pitt, della sua performance che davvero quelle nomination (e qualche vittoria) se le merita, del dolce rapporto con la figlia che scandisce lo scorrere degli eventi con scene di una banalità tremendamente ben scritta, e di un Jonah Hill anche lui follemente efficace, in un ruolo dimesso e che stupisce chi magari si aspetta sempre di sentirlo vomitare imprecazioni tutto il tempo in giro per commedie.

Il film l’ho visto in lingua originale, e tenderei a dare per scontato che l’adattamento italiano abbia dovuto accettare tutta una serie di compromessi dal punto di vista del linguaggio più strettamente sportivo. È inevitabile. Di contro, per guardarlo in inglese senza perdersi in un sacco di dialoghi è forse necessario avere un’infarinatura un po’ spinta di come gli americani “parlano” lo sport, se non strettamente il baseball. Altrimenti temo si faccia gran fatica, soprattutto senza avere perlomeno il supporto del sottotitolo, magari anche solo inglese, a cogliere non dico le minuzie (quelle sono per chi sa cosa sia un contratto della MLB), ma anche solo a capire cosa accada in campo. Ah, il titolo italiano, L’arte di vincere, per quanto faccia molto “titolo standard da titolista svogliato” è in effetti pescato per direttissima dal sottotitolo del libro da cui nasce tutto. Insomma, bravi, una volta tanto.

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