L’ultimo dei mohicani

The Last of the Mohicans (USA, 1992)
di Michael Mann
con Daniel Day-Lewis, Madeleine Stowe, Russell Means, Wes Studi

L’aspetto forse più affascinante di L’ultimo dei mohicani sta nella maniera in cui si fondono le sue due anime in contrasto. Da una parte una ricostruzione storica accurata, che riproduce usi, costumi, abitudini, atteggiamenti allo spasimo, creando un sottotesto magari difficile da cogliere fino in fondo per la maggior parte degli spettatori, ma che proprio grazie all’attenzione per i piccoli dettagli riesce ad emergere, a darti l’idea che determinati aspetti siano figli del lavoro svolto in questo senso. E che ha pure il sigillo di garanzia nella convinta partecipazione di Russell Means, attivista nativo americano che, per dirne una, aveva pubblicamente disapprovato Balla coi lupi. Dall’altra, però, c’è la fiabetta, il melodramma iper romantico ed epico coi protagonisti che sfrecciano come saette nel mezzo della battaglia schivando e parando colpi meglio dei supereroi, mentre attorno a loro si scatena l’inferno, perché è così che deve andare.

Da una parte si viene introdotti ai protagonisti tramite dei bellissimi ritratti di vita d’epoca, con quella meravigliosa scena di caccia in apertura, il surreale dialogo fra Madeleine Stowe e il suo spasimante, il semplice ma efficacissimo ritratto di personalità, comportamenti, usanze della vita di frontiera. Dall’altra si assiste a quello che è forse il film più apertamente e smaccatamente romantico di un regista che comunque non può mai fare a meno di raccontare amori, amicizie, scontri fra coppie di personaggi forti. L’amore fra Cora e Hawkeye, che ruba la scena e il racconto, cresce nell’arco di tutto il film e magari ogni tanto va fuori controllo come in quell’insistito consumare notturno, ma raggiunge anche vette pazzesche, dominate da quel semplice, bellissimo scambio in infermeria, all’accampamento, in cui la macchina da presa si sofferma sul volto di Madeleine Stowe, sul suo sguardo e il suo sorpreso e imbarazzato sorriso. “What are you looking at, sir?” “I’m looking at you, miss.”

Ma il romanticismo estremo, esplosivo de L’ultimo dei mohicani non sta solo nei due protagonisti. L’amore a distanza, costruito solo sugli occhi, senza un singolo dialogo, fra Uncas e Alice, la disperata e cieca ricerca di vendetta da parte di Magua, l’inflessibilità delle convinzioni mano a mano smantellate di Duncan, il raccontare un’era che sta volgendo al termine portandosi tragicamente dietro il destino di popoli e famiglie giunti al capolinea. Una forza passionale che si accumula fino a quando, al giro di boa di metà film, con quel fantastico agguato fra gli alberi, il conflitto si scatena sul serio e avvia un crescendo che prosegue ininterrotto per quasi cinquanta minuti. Da lì in poi ha tutto una potenza pazzesca. La prima vittoria di Magua, l’addio sotto l’acqua della cascata, il tesissimo colloquio con Sachem e poi, e poi, mamma mia, su quello struggente sacrificio che strappa il gesto eroico dalle mani del protagonista partono gli archi di “Promontory” e il film impazzisce di bellezza, con una sequenza di meraviglioso cinema quasi completamente muto, che spezza il cuore con quel lungo, disperato inseguimento fra le montagne. Una roba di una potenza incredibile, che fa esplodere meravigliosamente tutto quanto costruito fino a quel punto dando conclusione a un bellissimo film.

Poi, certo, ci sono aspetti che non funzionano fino in fondo. C’è il modo in cui viene usato allo sfinimento il bellissimo, epico, evocativo tema musicale, a spaccare i maroni e rompere la bella tensione ogni santa volta che Daniel Day-Lewis si permette di fare non dico qualcosa di fico, ma proprio qualsiasi cosa, neanche fosse il Batman di Tim Burton e Danny Elfman, fino a svalutarne completamente la potenza. C’è il monologo finale sulla rupe, che ha il sapore della didascalia posticcia, appiccicata e fuori luogo, e del resto è figlio dell’insistenza con cui Michael Mann, un regista che lega l’omonimo film del 1936 al suo primo ricordo cinematografico, ha rimesso mano a più riprese al suo lavoro, levando e aggiungendo pezzi e pezzetti, castrando la violenza della vittoria di Magua, cercando di perfezionare. Ma nonostante i suoi limiti e le sue imperfezioni, L’ultimo dei mohicani è uno splendido film. E si, sono le parole di un fan. Sigla.

Il film l’ho visto in una lingua originale che, inutile dirlo, merita a pacchi per il lavoro svolto su accenti, inflessioni, peso delle parole, modi di esprimersi. E per almeno un paio di interpretazioni notevoli. L’ho visto in DVD, perché dalle nostre parti Warner, che ne detiene i diritti per l’Europa, non s’è ancora degnata di pubblicare il Blu-ray.  Ed è un peccato, perché gli anni si vedono tutti e la bassa risoluzione non aiuta su una TV grossa e accaddì. Il Blu-ray, per altro, negli USA è stato pubblicato da Fox, ma c’ha la zona e morissero tutti quanti presi ad accettate da Wes Studi.

1 commento su “L’ultimo dei mohicani”

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