Mission: Impossible III

Mission: Impossible III (USA, 2006)
di J.J. Abrams
con Tom Cruise, Michelle Monaghan, Philip Seymour Hoffman, Ving Rhames, Billy Crudup, Jonathan Rhys Meyers, Maggie Q, Simon Pegg, Laurence Fishburne, Keri Russell

Con Alias prossimo alla conclusione e Lost già lanciato verso il fenomeno assurdo che a conti fatti è stato, non stupisce che per il terzo episodio di una serie caratterizzata dalle radici televisive e dalla voglia di reinventarsi a ogni singolo episodio ci si sia rivolti a J.J. Abrams (certo, come terza scelta), nonostante il nostro fosse in sostanza un esordiente assoluto dietro alla macchina da presa (cinematografica). O magari proprio per quello e per la voglia, da parte di Tom Cruise, di non avere più fra le palle registi con la cui idea di cinema ritrovarsi a litigare tutto il tempo. Sia quel che sia, Abrams approccia in fondo la regia del suo Mission: Impossible più o meno allo stesso modo dei suoi predecessori, mettendo in campo tutto ciò che lui, magari anche solo a livello superficiale, era stato fino a quel momento, puntando su una struttura narrativa che lavora di flashback (e pure un flashforward), giocherellando con trovate che stanno bene giusto in uno show televisivo e riproponendo pure elementi a caso tratti dal suo passato (mi dicono che il personaggio di Simon Pegg esce dritto da Alias, che io non ho mai seguito. Non ho problemi a fidarmi).

Il risultato è un film che parte come un missile lanciato, con un prologo avanti nel tempo dalla potenza inaudita, che ti sbatte subito su un treno in corsa e ti molla lì appeso sul cliffhanger, agghiacciato, desideroso di scoprire cosa stia accadendo. Il problema, magari, è che il resto del film non mantiene fino in fondo quella bellissima promessa, anche se rimane comunque un carrozzone piuttosto divertente, con qualche bella invenzione e che ha solo il problema di un’identità molto meno forte e interessante rispetto ai due precedenti. Fra l’altro, rivisto oggi dopo il successivo che vi si riallaccia in termini di racconto, ne sembra un po’ la versione molto meno riuscita. Insomma, mi ha convinto meno di quanto fosse stato in grado di fare oltre cinque anni fa, quando me lo guardai al cinema subito prima di partire per il mio primo E3, ma anche oggi ha saputo divertirmi un sacco, stupirmi con alcuni suoi aspetti, gasarmi quando parte la solita musichetta di cui sono vittima totale.

Il prologo, si diceva, è pazzesco, e purtroppo poi il film torna sul pianeta Terra, ma riesce comunque ad essere un carosello divertente per il suo continuo tirarti in faccia scene d’azione assolutamente da Mission: Impossible (lontani i tempi in cui il secondo episodio aspettava un’ora prima di sparare i suoi botti), per il suo riuscire una volta tanto a giocare in maniera decente su colpi di scena e rivelazioni e anche per il provare a non perdersi per strada, pur approfondendolo meno, quel bel filone romantico avviato sei anni prima. Certo, sembra un po’ strano che Thandie Newton, dopo tutto quel bordello messo in piedi per salvarla, sia sparita nel nulla, ma tutto sommato è credibile che sei anni dopo un Ethan Hunt voglioso di starsene tranquillo a fare il maestro Jedi si sia innamorato del normale, semplice, adorabile sorriso di Michelle Monaghan. È una delizia, quel sorriso. Ne vorrei uno pure io da tenere qui sul comodino.

Ma, insomma, c’è tutto quel che ci deve essere, con una squadra ben assemblata (Jonathan Rhys Meyers è sempre un piacere, Ving Rhames che te lo dico a fare e Maggie Q va benissimo per il solo fatto di esserci, fra l’altro vestita da Ada Wong), dell’azione magari non diretta con chissà quale inventiva ma che funziona sempre in maniera pulita, spettacolare e perfettamente a tema, un’apprezzabile voglia di prendersi sul serio solo fino a un certo punto (We Are Family!). La parte in Vaticano è deliziosamente Mission Impossible (e Tom Cruise e Jonathan Rhys Meyers che fanno gli italiani gesticolando come se fossero usciti da una puntata di Family Guy sono terrificanti), la scena sul ponte è uno spettacolo non da poco, per tensione, sviluppi e realizzazione e l’assalto al palazzo di Shanghai è raccontato in maniera splendida, con l’inevitabile balzo spettacolare ma anche poi con una trovata di sceneggiatura che funziona benissimo. L’atmosfera cupa, crudele, sanguinaria, per quanto comunque all’acqua di rose, contribuisce alla tensione e si incarna perfettamente nel fantastico Philip Seymour Hoffman, mortalmente bravo anche nell’interpretare un personaggio mezzodimensionale, cattivo, bastardo, carismatico figlio di puttana come nessun altro in tutta la serie e nella maggior parte dei film d’azione moderni. Roba che ti viene quasi da pensare “Hans Gruber”. Buoni, ho detto quasi.

“Devo andare a una festa in Vaticano. Ho in mente il vestito perfetto.”

Poi, certo, alcuni dialoghi non si possono proprio sentire, il flashback con Tommaso che allena Keri Russell sembra uscito da una puntata brutta di Buffy (o, eventualmente, da una puntata brutta di Alias) e in generale rimane un film che, per quanto riuscito, lascia addosso davvero poco di memorabile. Ma è, appunto, riuscito, pur nel suo essere solo “un altro episodio”. È divertente, scorre via piacevolissimo, ha qualche bella trovata e un cast di contorno che funziona (compreso un delizioso Simon Pegg, che rivisto in lingua originale è ovviamente anni luce avanti all’inevitabilmente pallida edizione doppiata e che non a caso è stato confermato e promosso nel seguito) e ti prende adorabilmente per il culo dall’inizio alla fine con il MacGuffin del coniglio. Poteva andare molto, ma molto, ma molto peggio.

Fra l’altro, riguardandolo mi sono reso conto di questa cosa cui non avevo mai pensato: ogni volta Tommaso si cala in un edificio più alto. Prima Langley, poi quello della Biocyte, quindi il palazzo di Shanghai e poi, visto che nel frattempo l’avevano costruito, quello di Dubai. Significa che non vedremo un altro episodio della serie fino a che non ci sarà un palazzo ancora più alto?

7 pensieri riguardo “Mission: Impossible III”

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