Mission: Impossible II

Mission: Impossible II (USA, 2000)
di John Woo
con Tom Cruise, Dougray Scott, Thandie Newton, Ving Rhames, Richard Roxburgh, John Polson, Anthony Hopkins, Brendan Gleeson

Si diceva di Mission: Impossible come serie in cui il regista, pur dovendosi sucare le menate produttive e il divismo del suo protagonista, viene lasciato libero di sbroccare e farsi il suo bel giocattolone da firmare con lo stampino, pisciando sul rullo per dire “questo l’ho fatto io”. Ecco, Mission: Impossible II è esattamente quello, il film che ci si poteva attendere da John Woo nell’anno del signore 2000. Niente di più, tutto sommato, considerando che non va molto oltre il riproporre la sua solita storia di dualismo fra buono e cattivo due facce della stessa medaglia con donna di traverso, condita da rallenti come se non ci fosse un domani, primi piani a valanga e inevitabile dose di colombe. Ma anche niente di meno, cosa che lo rende certamente l’episodio più particolare, controverso, e magari anche meno amato della serie, ma proprio per questo gli regala una personalità molto forte, un romanticismo da tagliare con l’accetta e, in sostanza, il mio amore incondizionato. A riguardarlo oggi in Blu-ray tanto quanto lo vidi all’epoca all’Arcadia di Melzo e poi in quel cinemino di Dublino durante la vacanza estiva. Un bignamino, ma che bignamino!

Certo, la perplessità di chi non era preparato è comprensibile: stiamo parlando di un film d’azione in cui per un’ora secca non ci sono praticamente scene d’azione, ma solo primi piani insistiti, corteggiamenti al rallenti e un continuo, colossale montare di tensione emotiva, romantica, passionale. Sbrigate le – riuscitissime – pratiche dell’inizio col botto e dell’introduzione ganza per Ethan Hunt, si passa al dunque, e Woo mette subito in chiaro che qui a tenere in piedi la baracca sarà la romanzata. La faccenda è sostanzialmente una versione for dummies di Notorious, con Tommaso che si innamora di Thandie Newton ed è costretto poi ad accettare di mandarla a sedurre il lupo nella sua tana. Tutta la prima parte di film è giocata su questo, sulle tensioni romantiche, sulla rivalità a distanza – e in contumacia – fra Tom e il delizioso Dougray Scott, sul gioco di non detti, menzogne, segreti da scoprire. I torni sono esasperati, sottolineati dallo stile iper pacchiano di Woo, e certamente bisogna stare al gioco, ma lo spettacolo è divertentissimo, oltre che accompagnato da una colonna sonora perfettamente sposata alle immagini.

Insomma, per goderselo, è fondamentale accettarne le regole, cosa in cui comunque è anche facile farsi aiutare da una sceneggiatura piuttosto autoconsapevole, che scherza parecchio con se stessa e con i suoi attori (Dougray Scott che prende per i fondelli gli atteggiamenti di Tom Cruise e l’umorismo brit di Anthony Hopkins sono impagabili) e che ha la dose di umorismo e autoironia più alta fra i primi tre film della saga, superata solo dal recente quarto. Ma se si sta al gioco, M:I II è uno spettacolo incredibile. La prima ora mette in scena un accumulo di tensione pazzesco, che inizia a strabordare nel momento in cui si svelano tutti i doppi giochi (la faccia di Dougray Scott che rosica al rallentatore dopo aver avuto la conferma è esilarante) ed esplode fragorosa nella bellissima parte dell’assalto al palazzo. Il montaggio alternato fra l’azione dei buoni e il cattivo che illustra il prevedibile piano del suo rivale è fantastico e quando finalmente si arriva al primo confronto scatta una meravigliosa, emozionante sequenza, che mette Tom Cruise al centro dei balletti action di John Woo, in un tripudio di piroette e proiettili, e si chiude con quel saluto finale, ancora, romantico, esasperato, lancinante, e una promessa di ritorno. Insomma, un’ora e mezza di tensione sempre più alta, che si rilascia infine con quell’accompagnamento musicale fuori giri.

E parliamone, un attimo, di questo accompagnamento musicale. L’azione interpretata come un balletto non è certo una novità, anzi, è quel che l’ha reso famoso e ha finito con gli anni per diventare stereotipo insopportabile (un po’ tipo i bambini pallidi e corvini dell’horror giapponese). E anche la scena d’azione con la musica lirica che copre spari e botti non nasce certo in M:I II. Qui, però, Woo va oltre e realizza un film che è un intero balletto, uno spettacolo musicale, dall’inizio alla fine, in cui c’è un percorso che si apre sulle prime immagini e accompagna le azioni con un crescendo coreografato ininterrotto. Tutto quello che avviene sembra voler seguire un interminabile tappeto musicale e questo contribuisce a maggior ragione al senso di accumulo che esplode improvvisamente, vomitando fuori all’improvviso il minestrone di romanticismo, passione, autoironia (anche dopo aver detto la frase maschia e promesso amore eterno, Cruise fugge via facendo la capriola inutile solo perché è ganza). Aggiungiamo la voglia di sperimentare con una costruzione di alcune scene dalla matrice volutamente molto televisiva (penso alla bella parte ambientata all’ippodromo), quasi per riflettere sulle origini della saga, e, guarda un po’, c’è pure materia per sostenere che Woo non si limiti al compitino e provi invece a fare qualcosa di diverso dai suoi film precedenti, o perlomeno a portare a ulteriore evoluzione il suo stile.

Inoltre, chiaro, c’è il macello finale, un fantastico carosello di azione, maschere, spettacolo e caos. Tom Cruise che frega i cattivi con un colpo di teatro, fugge col malloppo, inforca gli occhiali scuri e salta in moto (fra le fiamme) sulle note dei Limp Bizkit per poi mettersi a sparare prendendo la mira nello specchietto retrovisore è di un badass che non ci si crede. E lo scontro finale rappresenta al meglio il carico di tensione, fastidio, rabbia e passione accumulati fino a quel momento: spettacolare, elegante, fighetto (e con Tommaso che si diverte a fare i calci volanti per lo più di persona), ma contemporaneamente violento, furioso, ruvido, rabbiosissimo. E pure con la capriola a colpi di pistola, inevitabile, immancabile, perché è quel che ci deve essere nel filmetto su commissione firmato da John Woo. Può non piacere, e capisco perfettamente i motivi per cui possa non piacere, ma Mission: Inpossible II è un film spettacolare, estremamente ben confezionato, diretto da un regista dalla tecnica e dalla padronanza del ritmo sopraffini. Mantiene alla perfezione tutte le promesse che ci si aspetta di veder mantenute da un’operazione del genere, messa in mano a John Woo, a quel John Woo di quel momento lì. Insomma, whatever.

Poi, intendiamoci, non vale un’unghia del miglior Woo e siamo tutti d’accordo. Ma del resto, il primo Mission: Impossible non sarà mica paragonabile al miglior De Palma, no? No. Purtroppo il successo mondiale di questo film John Woo l’ha usato per buttarsi in Windtalkers e caracollare quindi in Paycheck. Anche se, va detto, ha poi finito per tornarsene in Cina e tornare in gran forma.


Eppoi c’è Tom Crooze.

5 pensieri riguardo “Mission: Impossible II”

  1. L'avrò preso per il verso sbagliato, ma io tutta sta autoironia in sto film non ce l'ho mai vista, anzi mi sembra tutto pesantemente, atrocemente seriosamente serio e quindi quasi comico (ma dal lato sbagliato). E' questo che mi ha sempre infastidito, più due piccoli aspetti: un product placement insensato (tra Gucci Prada e le altre marche sembra uno spottone continuo) e le gomme delle moto dell'inseguimento finale che magicamente passano da stradali a sterrato manco ci fosse il pitstop in mezzo.
    Tutto qui 🙂

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  2. Fa entrambe le cose: il romanticismo è serissimo ed esasperato, senza ombra di dubbio, ma l'autoironia è continua, appunto nel modo in cui devono esserci continuamente balzi, piroette, cazzimmate furiose. E in ogni caso, anche senza volerci leggere dell'autoironia in quelle esagerazioni (secondo me è palese ma, oh, sono interpretazioni), ce n'è a pacchi nei dialoghi. Sul serio: fra i primi tre, fidati che li ho riguardati nel giro di tre giorni, è quello con più battute, fra Anthony Hopkins che dice solo minchiate, Dougray Scott che prende costantemente per il culo Tom Cruise, Ving Rhames che fa Ving Rhames eccetera.

    Il product placement non mi sembra particolarmente diverso da quello del terzo episodio (dove a un certo punto, per dire, inquadrano un GPS totalmente senza motivo che non sia appunto quello di farlo vedere). Le gomme che cambiano in corsa mi han sempre fatto morir dal ridere, ma direi che fanno parte della consapevole cazzonaggine: Woo sa perfettamente che cambiano, eppure (proprio per quello) le inquadra continuamente, in primo piano, te le fa vedere. Davvero, tutto il film è un continuo “oh, qui facciamo le cazzate”. 😀

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  3. Devo ammettere che ai tempi MI:II mi aveva spiazzato non poco. E' parecchio strano e così diverso dal primo che trovo ancora difficile dire se mi sia effettivamente piaciuto o meno.

    L'autoironia io ne ho trovata a pacchi e credo che sia tutta voluta(vedi la scena delle moto e il finale), tanto che a volte pare che il regista si diverta a parodiare il primo film.

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  4. Pure io lo vidi alla supersala di Melzo (era, tipo, la prima volta che in Italia si azzardavano a distribuire un kolossal all'inizio dell'estate, se non ricordo male), e lo trovai (lo trovo) fantastico, tipo il mio MI preferito e uno dei migliori film d'azione USA dello scorso decennio. Se mai a Hollywood qualche sballato si decidesse a fare un film su Metal Gear, vorrei che fosse come MI2.

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