Gargoyle’s Quest

Reddo Arīmā Makaimura Gaiden (Capcom, 1990)
sviluppato da Capcom – Tokuro Fujiwara

Ho preso in mano Gargoyle’s Quest, nella sua riedizione per Virtual Console 3DS, sapendo sostanzialmente solo che si trattava di uno spin-off da Ghosts ‘n Goblins (con non molto più che un protagonista pescato da lì e qualche piccola citazione sparsa in giro) e che ha uno zoccolo duro di fan adoranti, di questo episodio come dei due successivi. E non sapevo praticamente null’altro, anche perché mai in vita mia ci avevo messo mano (stranamente, considerando che al contrario ho giocato tutti gli episodi della serie “mamma”). E cosa ho trovato, oggi, nell’anno 2011? Un gioco divertente, che tutto sommato vale la manciata di euro richiesta, ma che è anche invecchiato piuttosto male e, giocato oggi, appare forse un po’ sopravvalutato.

La struttura è sostanzialmente quella del secondo Zelda uscito su NES, o perlomeno di come me lo ricordo: un GdR all’acqua di rose, in cui si esplora il classico overworld ma le fasi d’azione sono rappresentate sotto forma di un gioco di piattaforme 2D. Ed è soprattutto il lato GdR ad essere oggi impresentabile, con la sua esplorazione ridotta all’osso, i suoi incontri casuali (che si risolvono in micro-combattimenti all’interno di livelli minuscoli), le sue cittadine con quattro case e due personaggi in croce con nulla da dire e le sue missioni da minimo indispensabile. A conti fatti, su tutto il gioco, ci sono al massimo un paio di situazioni in cui l’overworld diventa qualcosa di più che un tedioso passeggiare fra un livello e l’altro. Poi, certo, la parte importante del gioco è quella d’azione, però è chiaro che se me lo vendono come gioco eccellente e all’epoca innovativo anche per la sua mescolanza di generi, beh, io un po’ ci rimango male, quando vedo che parte di quella mescolanza è davvero poca cosa. Insomma, non è giusto confrontarlo con un gioco Nintendo uscito tre anni dopo, però su quella stessa macchina s’è visto Link’s Awakening.

Ma in ogni caso, passato lo smarrimento iniziale, tutto questo cessa di essere un problema, perché nelle fasi action, nei livelli di gioco veri e propri, c’è parecchio da divertirsi. C’è un level design preciso al millimetro, c’è una struttura piuttosto lineare ma dall’azione ben calibrata, ci sono livelli che si dipanano in tutte le direzioni e si spalancano basandosi sull’utilizzo dei poteri a disposizione del protagonista, c’è un bel senso di progressione, con un continuo arraffare nuove abilità per poter proseguire. Manca del tutto l’esplorazione vera e propria, anche perché le capacità conquistate mano a mano da Firebrand servono solo per andare avanti e mai per rileggere in maniera diversa zone già esplorate, ma nel complesso la struttura funziona, anche col suo proporre, nelle fasi finali, momenti in cui diventa necessario utilizzare assieme diverse abilità, selezionandole in corsa, intuendo il modo migliore per avanzare.

E poi c’è un tasso di sfida adorabilmente vecchia scuola, impegnativo, da padroneggiare, che dà soddisfazione vera quando ne esci vivo, anche se in un paio di passaggi verso la fine mi sembra francamente superare almeno un po’ il confine della frustrazione. Per fortuna, in salvataggio del giocatore pigro e moderno, giunge l’opzione per creare punti di ripristino che è propria della Virtual Console 3DS. Che la si voglia utilizzare solo per poter salvare il gioco nell’overworld senza doversi appuntare le scomode password, o che si decida di andare oltre e crearsi i propri checkpoint all’interno dei livelli, al fine di evitare un’esplosione di bile, obiettivamente su un gioco del genere questa opportunità ci casca a pennello. Di contro, questo è proprio l’esempio di gioco che mette in luce la scarsa ergonomia del 3DS. Quando ci si ritrova a svolazzare in giro, mentre si cerca di far fuori tre nemici e si schivano spuntoni letali nel giro di tre pixel, eh, i crampi sono sempre dietro l’angolo.

Nintendo mi regala venti giochi per la Virtual Console del 3DS e io cosa faccio? Ne compro e gioco un altro, chiaro. Certa gente non è mai contenta.

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