Shingo Araki

C’è stato un momento, da qualche parte all’inizio degli anni Novanta, in cui fumetti e cartoni animati sono diventati qualcosa più che un semplice passatempo a cui appiccicarmi, sdraiato sul divano, con sguardo vitreo e bavetta all’angolo della bocca. Intendiamoci, anche prima erano poco meno di una fissazione, ma in quel periodo cominciai ad andare oltre nell’interesse, a informarmi, leggere riviste, conoscere nomi degli autori e via dicendo, in un tripudio di allegria. Fu a quel punto che cominciarono a fioccare i nomi dei character designer, questi loschi figuri che si occupavano di dare un taglio, un’immagine, una faccia ai personaggi dei cartoni animati. A oggi, se mi sforzo, mi vengono in mente quattro nomi. Masami Obari, per i lungometraggi di Fatal Fury. Akemi Takada, per (quasi) tutti i cartoni animati tratti dai manga di Rumiko Takahashi e per, ovviamente, Orange Road (sì, insomma, È quasi magia Johnny). Per Akemi Takada avevo una passione smisurata. Ho ancora qui con me a Monaco un artbook dedicato al suo lavoro su Orange Road e ricordo che lo avevo messo in mano a mia cugina (l’artista) chiedendole di realizzarmi un mega poster che ne riproduceva i disegni migliori. Non ebbe mai tempo di completarlo, ma ce l’ho ancora, incompleto, ma molto figo, arrotolato da qualche parte a Milano. Poi Kazuo Komatsubara, che faceva le cose di Go Nagai ed era ganzo. E poi lui, Shingo Araki. Sigla.

Ora, a lungo, per me Shingo Araki, è stato semplicemente “quello dei Cavalieri dello Zodiaco”. Poi mi sono reso piano piano conto che aveva fatto circa un miliardo di altre cose (e che andava spesso mano nella mano con Michi Himeno). E poi c’è stato il momento in cui ho cominciato a sgamarlo. A sgamare le puntate che erano veramente sue. Sì, perché ok lo studio dei personaggi, ma poi, in una serie da cento e passa episodi, fra animazioni riciclate e bassa manovalanza, questo studio un po’ si perdeva per strada. Ma ogni tanto, cacchio, capitava la puntata semplicemente, indescrivibilmente stupenda, dallo stile furioso, che ti strappava le pupille dagli occhi. Insomma, gli episodi direttamente curati da lui, da Shingo, in cui il suo tratto emergeva con una prepotenza insostenibile e bellissima. O magari non erano direttamente curati da lui e c’era qualche altro motivo per cui la firma emergeva tanto di più. Non lo so, non me ne intendo dei processi produttivi. Fatto sta che praticamente tutte le serie che portavano il suo nome vantavano almeno un paio di episodi così. Per esempio quello di Goldrake tutto poetico con quella ragazza aliena depressa che alla fine ci restava secca. O qualche episodio di Lady Oscar. O certi momenti fuori scala de I Cavalieri dello Zodiaco. I quattro lungometraggi, certo (soprattutto gli ultimi tre), ma anche alcuni singoli episodi della serie. Che forse facevano ancora più impressione perché spuntavano fuori all’improvviso nel mezzo di una saga per il resto qualitativamente piuttosto media e con, anzi, un sacco di puntate dall’estetica mediocre. In particolare ho irrimediabilmente stampato nella retina un episodio, il primo della brevissima saga nordica. Subito dopo la fine della parte sui cavalieri d’oro. L’ho pure pescato su Youtube, anche se in spagnolo. No, dico, guardate che roba, specie tenendo conto che si tratta di un episodio di una serie televisiva trasmessa nel 1988.

A quanto pare Shingo Araki, alla bellezza di settantadue anni, ha deciso di abbandonare questa valle di lacrime e andare a pasturare in ben altri pascoli, assieme a Elvis, Marilyn e Mike Bongiorno. È accaduto la scorsa settimana, in un tripudio di “no aspetta non è confermato” e improvvisi pianti isterici. Ed è un’altra di quelle occasioni in cui ti fermi un attimo e ripensi a tutto quello che ha fatto e ti ha dato, a come una persona che non hai mai visto, conosciuto, indagato abbia saputo toccarti, in qualche modo, negli anni. Shingo Araki ha messo la firma su una marea di cartoni animati, spesso anche in maniera piuttosto invisibile, senza che ti potesse passare per la testa che si trattasse di lui. A volte sembrava nascondersi totalmente al servizio del progetto, altre volte rispettava pesantemente lo stile del manga da cui era tratto il cartone di turno ma si lasciava un po’ andare, mettendoci lo zampino, e altre volte ancora, invece, spazzava via tutto con l’eleganza, la potenza, la carica del suo tratto. E tante, tantissime persone che hanno la mia età, con quel tratto, ci sono cresciute. Araki è dentro di loro, anche se magari non hanno la minima idea di chi fosse.

È sempre strano quando queste morti in qualche modo ti toccano, o forse no. È sempre un po’ assurdo vedere tutto il fiorire di rattristamenti, la gente con l’avatar di Steve Jobs e quelli che sbrottano perché nessuno si strugge per il bambino morto in Africa o l’operaio suicidato in fabbrica. Però è anche un po’ normale. Quando con le tue azioni tocchi l’anima di persone lontane un intero universo, eh, hai fatto qualcosa di speciale, e forse un pochino questa tristezza passeggera che le colpisce alla tua scomparsa te la meriti. A me cosa è venuto in mente, di fronte alla notizia? Mi è venuto in mente quando ero in ospedale, convalescente per un’operazione, che chiedevo di accendermi la TV, perché proprio in quei giorni, per la prima volta, Junior TV trasmetteva la seconda parte della avventure dei Cavalieri dello Zodiaco. Dopo che per due o tre volte mi avevano lasciato appeso con Pegasus che si prendeva a ceffoni con il cavaliere del Leone. Ecco, questo ricordo qui, subito seguito dall’episodio di Asgard qua sopra. E alla fine, non ci posso fare niente, per me i Cavalieri dello Zodiaco sono soprattutto Shingo Araki. Con buona pace di Masami Kurumada.

Per la cronaca, la pagina italiana di Shingo Araki su Wikipedia elenca quanto segue. Non so se manchino cose, ma fa comunque una certa impressione.

1965 – Kimba il leone bianco
1966 – Marine Boy
1967 – La principessa Zaffiro
1968 – Tommy, la stella dei Giants
1969 – Quella magnifica dozzina
1969 – Attack No. 1
1970 – Una sirenetta fra noi
1970 – Rocky Joe
1971 – Ryu il ragazzo delle caverne
1972 – La maga Chappy
1972 – Devilman
1973 – Babil Junior
1973 – Cutie Honey
1973 – Sam il ragazzo del west
1974 – Bia, la sfida della magia
1975 – La sirenetta
1975 – UFO Robot Goldrake
1976 – Il Grande Mazinga, Getta Robot G, UFO Robot Goldrake contro il Dragosauro
1976 – Il gatto con gli stivali
1977 – Danguard
1978 – Addio incrociatore spaziale Yamato
1979 – Lulù l’angelo tra i fiori
1979 – Lady Oscar
1980 – Lalabel
1980 – Ulisse 31
1981 – Lupin III
1982 – L’ispettore Gadget
1983 – Occhi di gatto
1983 – Lupin III
1983 – Kiss Me Licia
1983 – Memole dolce Memole
1984 – Il grande sogno di Maya
1986 – Maple Town
1986 – G.I. Joe
1986 – I Cavalieri dello zodiaco
1987 – D’Artagnan e i moschettieri del re
1987 – I Cavalieri dello zodiaco: La dea della discordia
1988 – I Cavalieri dello zodiaco: L’ardente scontro degli dei
1988 – I Cavalieri dello zodiaco: La leggenda dei guerrieri scarlatti
1991 – Fuma no Kojiro
1991 – Yokoyama Mitsuteru Sangokushi
1992 – Babel II OAV
1994 – Alè alè alè o-o
1998 – Yu-Gi-Oh!
2002 – I Cavalieri dello zodiaco, The Hades Chapter, Sanctuary
2003 – Ring ni kakero (produttore)
2004 – Yu-Gi-Oh! Duel Monsters
2004 – I cavalieri dello zodiaco, Tenkai-Hen Overture
2006 – I cavalieri dello zodiaco, The Hades Chapter, Meikai-hen
2006 – Ring ni Kakero 1: Nichibei Kessen Hen
2008 – I cavalieri dello zodiaco, The Hades Chapter, Elysion

Fra l’altro, sempre su Wikipedia, leggo che negli anni lo spettro della censura è piovuto rabbioso sulle repliche de I Cavalieri dello Zodiaco. Ah, i nostri bambini da proteggere! Sigla, vah.

4 pensieri riguardo “Shingo Araki”

  1. Bellissimo ricordo.

    Dagli anni '70 in poi un vero, silenzioso forgiatore dell'estetica pop – anime, ma non solo.

    Ed e' la scomparsa che mi ha piu' colpito nel 2011. Persino piu' di quella di Carlos Trillo.

    "Mi piace"

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