The Walking Dead 02X05: "Chupacabra"

The Walking Dead 02X05: “Chupacabra” (USA, 2011)

creato da Frank Darabont e Robert Kirkman
episodio diretto da Ernest R. Dickerson
con Andrew Lincoln, Jon Bernthal, Sarah Wayne Callies, Norman Reedus

Prometto che è l’ultima volta che lo scrivo e poi mi limito a masticare amaro nel silenzio della mia triste vita, però non c’è niente, proprio niente da fare: ho scelto la serie sbagliata per concedermi un’eccezione e mettermi a seguirla un episodio a settimana, perché The Walking Dead mette in scena in maniera lancinante quel che non mi piace del seguire un telefilm in questo modo. E invece di godermi il flusso continuo di eventi fra cui spiccano i punti più alti e in cui si perdono le trovate meno convincenti, così come è accaduto quando mi sono riguardato a maratona la prima stagione, ecco che invece quei bei momenti diventano più che altro quelli da salvare in un pantano di narrazione che avanza a difficoltà.


Perché poi alla fin fine di buono ce n’è parecchio, ed è sempre in quei piccoli quadretti di normalità disperatamente inseguita in un mondo di sopravvivenza. Il modo in cui si conclude quel dialogo fra Glenn e Dale, certi scambi fra i personaggi buttati lì con naturalezza e tutto sommato anche il lavoro svolto sull’evoluzione dei caratteri. La costruzione di Andrea e l’evoluzione del suo rapporto con Dale, per esempio, è davvero piacevole da seguire, così come il confronto fra Rick e Hershel. Già meno convincente l’evoluzione di Daryl, anche se lui è ganzo e ci va bene così, un po’ burino anche nella scrittura. E poi, insomma, il momento del risveglio in cui alza la testa, smartella, sradica, trapana, scala, urla, sbiascica e si trascina sbavando… su, dai, è ganzo.


Spacco culi, stacco orecchi.



E poi, per fortuna, le cose cominciano a smuoversi e sembra che finalmente ci si stia per decidere a far succedere qualcosa, sembra che tutta questa staticità e questo girare attorno un po’ a vuoto stiano per prendere una direzione ben precisa, che poi è quella che sappiamo. Chiaro, poi il dubbio rimane: se non fossi qui ad aspettare come uno scemo le cose che verranno, troverei altrettanto fastidioso questo tirare per le lunghe? O mi sembrerebbe un solido lavoro di costruzione dei personaggi in attesa dell’arrembante esplosione che mi attendo per i prossimi due episodi? Magari sì, magari no, magari a breve non sarà più un problema. Eppure, rimane l’impressione che quando, se, mi riguarderò un giorno tutto in fila, sarà un piacere ben diverso. Boh.



Dai, voglio crederci, secondo me nel prossimo episodio ne succedono di tutti i colori e ci si diverte un sacco, anche nell’ottica di chi ha letto il fumetto e si aspetta certe cose che invece…

L’ultimo anno e un mese a fumetti di giopep (Prima parte)

Ed eccoci di nuovo con il regolarissimo appuntamento che tutti aspettano, quello in cui ogni settimana commento i fumetti che mi passano per le mani. Solo che il regolarissimo appuntamento non si presenta da ottobre 2010, quindi ci sarebbe in teoria una valanga di roba di cui parlare. Ovviamente la teoria non corrisponde alla pratica, anche perché, siamo seri, come cacchio faccio a parlare di un fumetto che ho letto, per dire, ad agosto 2010? Senza contare che sarebbe anche un po’ tanta roba di cui scrivere e che dubito di essermi realmente appuntato tutto quello che ho letto in questi tredici mesi. Il fatto che però abbia continuato ad appuntarmi quasi sempre le cose nella bozza di questo post ha, in effetti, un non so che di inquietante. Comunque, ci provo, buttando nel mucchio ovviamente roba nuova e roba molto meno nuova e roba proprio vecchissima. Vediamo che ne esce fuori.

Quelli su cui credo di avere qualcosa da dire
Ignition City #1 ***
Rappresentante della categoria “western strambi”, propone le avventure di frontiera trasportate in un’ambientazione fantascientifica piena di alieni disgustosi, ma in cui alla fin della fiera ruota sempre tutto attorno alle solite cose: soldi, alcol, sesso, sceriffi corrotti e pistole molto potenti. Divertente, non poi troppo prevedibile, tenuto in piedi da una protagonista dura come la sella di un cosacco.

Un marzo da leoni #1/3 ***
Un manga di quelli assurdamente strani, che racconta di giovani depressi, partite a go, amori e pianti a profusione. Logorroico tanto nella scrittura quanto, talvolta, nel riempire le tavole di elementi, dettagli, trovate, ha sicuramente un taglio tutto suo e affascinante e merita ulteriore investigazione. Sono usciti altri numeri, ma in fumetteria mi hanno saltato il quarto e sono fermo lì. 😐

Fables #14: “Witches” ****
Fables #15: “Rose Red” ****

E anche la seconda grande saga di Fables si è conclusa, in maniera spettacolare, convincente, emozionante. Francamente, nel momento successivo al termine della guerra con l’Avversario, non avrei mai detto che si sarebbe tornati su questi livelli. Errore mio, immagino, perché a quanto pare Willingham ha ancora parecchio da raccontare e se da un lato è inevitabile che dopo cento numeri la carica sia un po’ andata persa, dall’altro il livello è ancora altissimo. E, soprattutto, ancora riesce a mettere addosso curiosità di scoprire come andranno avanti le cose. Non è poco.

Cinderella ***

Un racconto delizioso, divertente, senza grosse pretese, che approfondisce un personaggio spesso lasciato un po’ in disparte nel colossale affresco di Fables. È impressionante come anche le piccole storie di contorno, anche quelle che alla fine sono semplici, oneste divagazioni, riescano a mantenere questo livello qualitativo. Ed è forse testimonianza dello strepitoso lavoro svolto da Bill Willingham, che si mantiene tale anche quando al timone non c’è lui.

Jack of Fables #7: “The New Adventures of Jack and Jack” ***
Jack of Fables #8: “The Fulminate Blade” ***
Jack of Fables #9: “The End” ***

Per esempio, anche Jack of Fables, che per sua inevitabile natura cazzona e sopra le righe non avrebbe mai potuto raggiungere le vette qualitative dei migliori momenti di Fables, è e rimane una serie dalla coerenza strepitosa, capace di rimanere intrisa dello spirito assurdo che la caratterizza fino all’ultima, singola vignetta. Scemo, dissacrante, ammiccante, divertente fino in fondo, tale e quale al suo protagonista.

Invincible #12: “Still Standing” ****
Invincible #13: “Growing Pains” ****
Invincible #14: “The Viltrumite War” *****
Il dodicesimo paperback in realtà l’ho lasciato lì per completezza, ma l’ho letto talmente tanto tempo fa che nemmeno ricordo di cosa parli. I due successivi, comunque, tirano le fila di praticamente tutti i discorsi aperti fino a oggi, e del resto il titolo del quattordicesimo è piuttosto esplicito. Volano un sacco di centre, in un tomo fra l’altro un po’ più corposo del solito, e si chiude in maniera drammatica e intelligente una saga che va avanti da ormai parecchio tempo. Anche se ovviamente restano aperti una marea di discorsi. La lettura è come al solito eccellente, ed è fra l’altro molto gradevole vedere come Kirkman, nel suo piccolo, sia riuscito a costruire un piccolo universo narrativo carico di personaggi e spunti che hanno vita propria altrove. Sono curioso, comunque, di vedere come andranno avanti le cose, visto che siamo a uno spartiacque un po’ sullo stile dell’ottavo TP di The Walking Dead. Vediamo adesso che succede.

The Astounding Wolf-Man #2 ****
Ecco, a proposito di universo allargato, questa è appunto una serie che sta lì in mezzo, da cui – visti il titolo e il soggetto – non mi aspettavo molto e che invece mi sembra davvero parecchio divertente e coinvolgente. Non c’è niente da fare: Kirkman, sui personaggi di sua ideazione, è proprio bravo.

Crossed #1 *****
Un’apocalisse (pseudo) zombi ideata  e scritta da Garth Ennis in versione “faccio sul serio”, senza buttarla sul dissacrante, ma pestando durissimo col suo solito stile che non guarda in faccia a nessuno. Agghiacciante, appassionante, mozzafiato. Sono poi uscite altre storie ambientate nello stesso contesto, ma con altri personaggi e scritte da David Lapham. Quelle non so come siano, ma questa merita davvero.

The Boys #4: “We Gotta Go Now” ***
L’altro Ennis, quello cazzone, sboccato e che pensa solo a riempire le storie di piscio, sangue e merda. Sono parecchio indietro con la lettura, anche perché ho mollato la pubblicazione italiana e sto piano piano recuperando i volumi in originale, ma per il momento continua ad essere una roba piuttosto divertente – a patto che piaccia il genere – anche se, tolto l’effetto sorpresa dei momenti iniziali, mi sembra abbia perso un po’ di forza. In questo volume, comunque, si prendono pesantemente per il culo gli X-Men.

American Vampire #1 *****
Premio Eisner 2011 per la miglior nuova serie, American Vampire è una creatura di Scott Snyder, alla cui scrittura di questa prima saga ha partecipato Stephen King. In pratica si sono divisi i compiti: King ha scritto la parte ambientata nel far west, Snyder quella ambientata negli anni Venti, e le due storie procedono in parallelo con montaggio alternato. Di che si parla? Ovviamente di vampiri, ma con la voglia di approcciarli secondo un taglio magari non nuovo, ma sicuramente piuttosto raro, specie negli ultimi tempi. Via i fighetti barocchi, spazio alla furia animale e a a creature che davvero abbracciano fino in fondo la loro natura, senza farsi tante paranoie. Non so se sia davvero spaventoso come lo dipingono, però l’ho trovato molto molto valido, appassionante, carico di idee e con un ricco potenziale per il futuro, soprattutto contando che sembra voler giocare molto (altra cosa non nuovissima, per carità) sull’immortalità dei personaggi per raccontare la loro epopea in epoche sempre diverse. È già stato raccolto in volume il secondo ciclo, ma fa parte di quelle serie per le quali fanno i furbi e pubblicano prima il cartonato, per passare al paperback solo in un secondo momento. Non mi avranno, posso aspettare. Ah, ne ho parlato nel diciottesimo episodio del Podcast del Tentacolo Viola, casomai.

Blue Exorcist #1/2 ***
Esorcismi, passati oscuri, comicità standard nippo, potenziale per essere un simpatico guilty pleasure di quelli che seguo più per abitudine che per altro (ciao Naruto!). Non ho idea di come sia proseguito, dato che la roba italiana la recupero quando, ehm, passo in Italia, e non ci passo da giugno. Ne riparliamo a Natale, insomma, anche se c’è la crisi e i guilty pleasure magari li posso anche evitare, su.

Locke & Key #2: “Head Games” ****
Locke & Key #3: “Crown of Shadows” ****
Ho letto il primo paperback di Locke & Key ormai due anni fa, eppure ero convinto di averlo letto non più di qualche mese fa. Come passa il tempo quando ci si diverte! Ma in effetti, a far mente locale, questo spiega come mai non mi ricordassi un tubo di quel primo volume e abbia avuto bisogno di rileggerlo per non sentirmi completamente perso. Ad ogni modo, direi che a questo punto è confermato che si tratta di una serie spettacolare, una specie di horror/fantasy che mescola suggestioni inquietanti, trovate da romanzo per ragazzi, sangue, crudeltà, divertimento e un sacco di idee fenomenali nel dare un senso alle chiavi “magiche” attorno a cui ruota la storia. Lo sceneggiatore, Joe Hill, è il figlio di Stephen King ed evidentemente qualcosa dal padre ha ereditato. Oltre alla faccia, che è uguale. È già uscito il quarto volume, ma ancora solo cartonato, e me lo devono puppare.

The Walking Dead #12: “Life Among Them” ****
The Walking Dead #13: “Too Far Gone” *****
The Walking Dead #14: “No Way Out” ****
E anche questa nuova lunga saga di The Walking Dead è arrivata al dunque, e ci è arrivata in maniera molto riuscita ed emozionante, per quanto tutto ‘sto continuo alzare il tiro dei pugni nello stomaco, non so, forse mi sta anestetizzando un po’ al dramma che vivono i vari protagonisti. Aggiungiamo che comunque, inutile girarci attorno, i personaggi patiscono un po’ il non essere convincenti come quelli che c’erano prima, e l’impressione è che cominci un po’ ad essere ora di pensare a una conclusione. Sbaglio?

RASL #1: The Drift ****
Il nuovo fumetto dell’autore di Bone, e già questo da solo basterebbe. Poi è pure bello. Una storia allucinata, piena di misteri, appassionante, violenta, splendidamente raccontata. È andata parecchio avanti e leggo in giro di qualche calo. Boh, vedrò. Certo è che l’inizio è fenomenale.

Dragonero ***
Mh. Non so bene cosa dovrei aspettarmi da questi “romanzi a fumetti Bonelli”, anche se d’istinto mi viene da pensare a storie un po’ fuori dagli schemi dell’editore, a racconti autoconclusivi belli spessi e ricchi e un certo margine per la sperimentazione. Ora, da un lato, volendo, Dragonero è esattamente questo, dato che si tratta del primo fantasy “puro”, classico, totalmente ortodosso di casa Bonelli. Il problema, però, è sempre lo stesso: non è che siccome per la prima volta esce in casa Bonelli una storia di questo tipo, automaticamente mi devo dimenticare tutto quel che altri hanno fatto prima. Mettici in mezzo che a me il fantasy “standard” affascina fino a un certo punto e, boh, per quanto non sia un prodotto mal confezionato, mi sono ritrovato in fretta a chiedermi perché lo stessi leggendo. Errore mio.

Gli occhi e il buio ****
Un bel poliziesco a tinte fosche, che ha il vantaggio di sfruttare come si deve l’ambientazione italiana non proprio – paradossalmente – comunissima nel fumetto popolare italiano, che non si vergogna a puntare su scene abbastanza forti e che gioca come si deve sui diversi punti di vista dei suoi personaggi. Forse, da quel che leggo in giro, un po’ sopravvalutato, forse un po’ troppo alla ricerca del colpo a effetto e con protagonisti non tratteggiati bene fino in fondo, ma insomma, è anche un po’ volergli fare il pelo. Una storia solida, interessante, gradevolissima e sicuramente superiore alle altre due che ho letto in questa collana di “romanzi”.

Sighma ***
Una storia di fantascienza che verrebbe voglia di definire banale e già vista ma, vai a sapere, magari è solo che vuole citare i classici con tanto amore. C’è però davvero poco di interessante o sorprendente e alla fine si va avanti in maniera prevedibile solo per stare dietro ai bei disegni di Casini. Insomma, altra roba un po’ sprecata.

Ayako #1 *****
Su questo magari scriverò qualcosa dopo aver recuperato gli altri due volumi, comunque mi sembra un Osamu Tezuka ai massimi livelli. Splendidamente disegnato e raccontato, agghiacciante e crudele come al solito nel tratteggiare dinamiche che hanno poco (o magari tantissimo) di umano. Per non apprezzarlo bisogna odiarlo.

Quelli che ne ho scritto su Players e quindi se vi interessa potete andare a leggere lì
Cerebus #1/2 ***** (Ne ho scritto sul numero 2 di Players)
Y-The Last Man ***** (Ne ho scritto sul numero 1 di Players)
Nemesis **** (Ne ho scritto sul numero 7 di Players)
Ex Machina **** (Ne ho scritto sul numero 5 di Players)
Eden ***** (Ne ho scritto sul numero 3 di Players)

Quelli che veramente non c’ha senso stare a commentare ogni singolo numero, eddai
Berserk #69/70, Birdy The Mighty #4/5, Cross Game #15, Echo #3/4, Gantz #27, Homunculus #11/12, iComics #3/4, Il grande sogno di Maya #45/46, Lilith #5/6, L’immortale #26, Naruto #49/53, Vagabond #48/50, Worst #21/22
Sempre intriganti Echo e Homunculus, che delusione Birdy The Mighty, non ce la faccio a seguire iComics nonostante sia in fondo un peccato, comincio a stancarmi un po’ di tutto il resto.

Ce ne sarebbe un’altra manciata che avevo appuntato e di cui voglio scrivere, ma questo post mi ha già stroncato le forze così com’è, quindi facciamo che diventa la prima parte e la seconda vedrà la luce appena possibile. Anche perché ci tengo a pubblicare un post alle 11:11 del giorno 11/11/11. Oh.

Il regno del fuoco


Reign of Fire
(USA/UK, 2002)

di Rob Bowman
con Matthew McConaughey, Christian Bale e Izabella Scorupco

La prima volta che ho visto Il regno del fuoco era il 2002, ero al cinema, Gerard Butler era meno famoso del dottor Bashir di Deep Space Nine, Christian Bale era quello ganzo che forse non hai ben presente chi è ma a me piace un sacco e poi mi han detto che era il bambino di quel film di Steven Spielberg, Matthew McConaughey era il più famoso dei tre. Quasi dieci anni dopo, ho visto lo stesso film spaparanzato sul divano grazie a un DVD da cestone del supermercato e le cose sono un po’ cambiate, ma la sostanza è rimasta la stessa, ovvero quella di una scemenzina simpatica, divertente, con un bello spirito smargiasso da filmetto un po’ horror, un po’ fantasy, un po’ d’azione, un po’ Nati per Vincere su Italia Uno. Sigla.

Ok, non è la sigla di Nati per Vincere, ma quella non l’ho trovata e il senso si capisce lo stesso. Il regno del fuoco è il film con l’apocalisse e i mostri cattivi che hanno spazzato via l’umanità tranne una sacca di coraggiosa resistenza che finirà per ricacciarli a calci in culo nel buco da cui sono usciti. Solo che i mostri cattivi sono i draghi, proprio quelli fantasy che volano e sputano fuoco, e il buco da cui sono usciti è quello della metropolitana di Londra. Ora, il film di Rob Bowman (uno che si è fatto vent’anni di televisione, poi ci ha provato al cinema con questo, poi ha diretto Elektra e giustamente l’hanno rimandato in TV accompagnandolo con dei dolci coppini) cerca di viaggiare dall’inizio alla fine su quel simpatico confine, così tanto amorevolmente anni Ottanta, che separa la serietà dal cazzeggio.

L’impianto narrativo si prende sul serio, i draghi sono cupi, carnivori e violentissimi, i personaggi fanno battute su Camelot e approcciano la fisiologia dei dragoni con fare scientifico e alla fin fine è tutto un piangersi addosso, un rimpiangere il passato e uno sperare nel futuro. A stuprare qualsiasi dubbio che ‘sta roba voglia fare il film di spessore, però, ci pensa Van Zan, idolo delle folle: interpretato da un McConaughey ovviamente quasi sempre mezzo nudo, però tatuato come se non ci fosse un domani, disinteressato ad essere il bello della situazione, pelato, con il culo di un sigaro sempre in bocca, passa più tempo a grugnire che a parlare. Il film lo tiene praticamente in piedi lui da solo con le sue sbiascicate, mentre il resto fa da puro contorno di rappresentanza. Oltre a quello ci sono gli incontri coi draghi, tutti secondo copione, i personaggi che hanno scritto in faccia “morirò” lo fanno tutti al momento giusto e insomma ci si diverte in maniera buzzurra e tranquilla senza pretendere nulla di più.

I draghi fanno la loro figura, anche se ovviamente gli effetti speciali sono invecchiati un po’ peggio rispetto, che so, a un Jurassic Park qualunque. Bowman fa il suo sporco lavoro senza inventarsi nulla di particolarmente creativo e regalando una sola immagine davvero (molto) suggestiva, che però è copiata di netto da Pitch Black. E lo scontro finale, per quanto prevedibilissimo, funziona esattamente come funziona il timballo della zia ogni volta che lo mangi: sai cosa sta arrivando, non ti sorprenderà di certo, però è sempre un piacere. Vogliamo aggiungere che il dragone acquattato per terra che si muove guardingo e fa i versacci è affascinantissimo e caga ancora in testa a quello tamarro e noioso di Zack Snyder? Aggiungiamolo. E aggiungiamo anche che sull’uscita di scena di Van Zan, a un Dylan Dog Horror Fest qualunque, sarebbe scattata un’ovazione che rimbomberebbero ancora le orecchie oggi.

Alla fine era meglio lui di Emily Browning, dai.

Chiudiamo con un’altra sigla che ci ricorda di quando da piccoli guardavamo le cose educative in TV.

Non ricordo come Il regno del fuoco fosse doppiato, però guardarlo in originale è divertente per tutta la questione degli accenti e dei britannici che si azzuffano con gli yankee, oltre che perché Gerard Butler è sempre uno spacco da ascoltare, con le sue errre tutte spesse.

The Good Wife: errore mio?

C’è un motivo se The Good Wife non aveva mai attirato la mia attenzione, neanche per sbaglio, ed è che si tratta di una serie “drammatica” CBS, e a me quelle serie là, le varie CSI, NCIS e proceduralità assortita, non hanno mai detto nulla. Non mi affascina la struttura del caso della settimana, così come non mi affascina un certo modo di “fare” personaggi e intrecci narrativi, anche se ovviamente mi rendo conto che non è il massimo gettare tutto in un gruppone qualunquista. Limite mio, per carità, ma così è. Col senno di poi, quindi, è ovvio che il mio radar non poteva proprio farcela a intercettare la serie prodotta dai simpatici fratelli Scott.

Il senno di poi, però, arriva appunto poi. Prima, c’è della gente dai gusti confortanti (Mad Men, per dire) che te ne parla benissimo, c’è il fatto di Ridley e Tony coinvolti, che comunque un minimo di fiducia ancora te la ispirano, e soprattutto c’è lo spunto di partenza piuttosto intrigante. Abbastanza da convincermi a dare una chance senza stare a informarmi ulteriormente. E così mi guardo l’episodio pilota. Che parte benissimo, con una scena ottima per regia e scrittura, oltre che per una davvero brava Julianna Margulies. Solo che poi c’è il resto dell’episodio e, ehm, si rientra nel territorio del “no, dai”. Tutti quei personaggi prevedibili ai limiti del macchiettismo, tutte quelle passeggiate con loro che si parlano portando avanti il caso, tutte quelle situazioni che è evidente già alla prima volta che saranno tormentoni, tutti quei momenti da lampadina accesa sopra alla testa… pelle d’oca, fastidio, noia, sconforto, non ce la posso fare.

Il problema è che la faccenda di fondo, la storiella personale della protagonista, mi affascina, e mi piacerebbe troppo guardare una bella serie HBO dedicata alla cosa. Quello che non mi va di guardare è una serie di casi dei quali non me ne frega nulla con attorno dei pezzetti della storia che mi interessa seguire. Anche se, sicuramente, ogni tanto ci sarà l’episodio bellissimissimo con il caso davvero interessante e intrigante. Quindi, insomma, croce sopra. Solo che poi, comunque, uno sguardo in giro per l’internet l’ho dato, e OVVIAMENTE nelle recensioni si legge tutto e il contrario di tutto. Chi lo critica, alla fin fine, esprime per filo e per segno il mio pensiero. Però chi ne parla bene dice cose interessanti. Aggiungiamo che al mio check-in su Miso ricevo due risposte su Twitter un po’ dissonanti: “Secondo me è una grande serie, ben sviluppata e ben recitata, con qualche personaggio davvero riuscito.” e “the good wife è terribile fermati finché puoi ;-)”.

Insomma, boh.

Ora, la questione è in linea di massima piuttosto semplice, dato che ho subito calato il sipario e non mi sono messo a guardare nemmeno il secondo episodio. Croce sopra e fine. Però, lo ammetto, il dubbio che alla fin fine possa valerne la pena mi è venuto, presumo alimentato dalla fatica patologica che faccio a iniziare un libro/film/fumetto/videogioco/[aggiungere a piacere] e mollarlo prima di averne visto la fine. Quindi chiedo delle risposte a chiunque sia in ascolto e abbia risposte da darmi. Ne vale la pena? Ci sono momenti di grandissima televisione che non mi posso perdere? La parte che mi interessa è talmente azzeccata che vale la pena di sorbirmi tutto quel che, per quanto magari ben fatto, non ha proprio modo di piacermi? Ma soprattutto: la detective ganza muore di morte violentissima e/o dolorosissima e/o soffrendo tanto e male stile Gwyneth Paltrow in Contagion? No, eh? 😦

Ovviamente non mi risponderà nessuno e non guarderò mai più un singolo episodio di The Good Wife. Bene così.

Oplà, nuova faccia

Ieri sera, che si è velocemente trasformata in notte e che sto scrivendo questo post (quasi) alle due e adesso non so se mettermi a guardare la diretta degli Eagles fra mezz’ora… Dicevo, ieri sera, colto da voglia improvvisa di fare ‘sta roba che volevo fare da qualche centinaio di settimane, ho cambiato il template del blog. Nel farlo, sono andati persi dei pezzi, ho deciso di eliminare dei pezzi, ho aggiunto dei pezzi, però mi sembra di essere riuscito a fare più o meno tutto quel che volevo fare. Sicuramente mancheranno cose, ci saranno cose che devo sistemare e ci saranno pezzetti che mi sono perso per strada senza accorgermene. Ovviamente accetto suggerimenti di qualsiasi tipo, dritte, insulti, pacche sulle spalle.

Di mio posso dire che mi sembra un pochino più snello e leggibile, che finalmente tornano ad essere evidenziati i link senza che io debba farci le magie attorno, che il nuovo slideshow in home page mi piace parecchio, che non sono ancora del tutto sicuro di cosa ho messo e cosa ho tolto lì a destra, che però mi piace il selettore per vedere tre diversi pezzi di colonna lì a destra, che i menu là in cima mi piacciono, che in fondo in basso ci ho messo le cose dell’amicizia perché è giusto stiano in fondo dato che l’amore è sofferenza, che già da solo vedo qualche cosa strana e qualche cosa che non sembra funzionare come dovrebbe, che chissà che razza di avanzi di html stanno infilati in giro e non so bene dove scovarli e che basta.

Il momento in cui sì, ok, dai, carica il nuovo template, cambia tutto, sono sicuro, clic, è sempre un momento di grande panico. Che ancora non sai quanto andrà completamente in disastro tutto quanto, ancora non sai quanto ci vorrà per mettere tutto a posto, ancora non sai se ne uscirai vivo. In compenso sai di non poter più tornare indietro.

The Walking Dead 02X04: "La rosa Cherokee"



The Walking Dead 02X04: “Cherokee Rose” (USA, 2011)

creato da Frank Darabont e Robert Kirkman
episodio diretto da Bill Gierhard
con Andrew Lincoln, Jon Bernthal, Sarah Wayne Callies

L’inizio di questa puntata mi ha fatto dire “oh”. Perché per la prima volta ho trovato una delle robe che più mi avevano gasato della prima stagione di The Walking Dead, ovvero quei due o tre avvii di episodio che ti fanno dire “oh”. Tutta la parte del funerale, anche se l’avevo già vista nello sneak peak su Youtube, soprattutto con poi il crescendo della solita e sempre fichissima musica che sale e lancia i titoli di testa (che non sarà Bad Things, ma insomma, rimane una gran bella sigla da telefilm) mi ha fatto dire “oh”. Il problema è che poi si torna nel mondo di una serie che continua ad alternare cose molto riuscite, cose che ti solleticano sotto il mento nel modo giusto se hai letto il fumetto (grande Glenn, sei tutti noi!) e cose che funzionano molto meno.

Più in generale, c’è sempre quella sensazione di girare in tondo per allungare un po’ il brodo, anche se tutto sommato qua, pur nella natura dalla logica insensata di un po’ tutta la faccenda del pozzo, lo svolgimento mi è parso meno sconclusionatamente inutile che nel terzo episodio. In più, stanno prendendo l’avvio alcune cose di là da venire, la stalla comincia a puzzare di marcio, i personaggi si lanciano gli sguardi torvi e si sta palesemente preparando il terreno per diverse situazioni note e altre un po’ meno note. Solo che, appunto, sembra sempre un po’ tutto un preparare, mentre preferirei che ci fosse più succedere, perché a furia di promettere e basta poi va a finire che scoppia tutto in una bolla di sapone.


Di contro va pure detto che continuano ad esserci quelle piccole cose di questa serie che mi piacciono davvero tanto, sia per i fatti loro, sia per il modo in cui rielaborano elementi presi dai fumetti. Per esempio quel bel momento fra Rick e suo figlio a letto, il modo in cui si sta sviluppando il rapporto con Hershel o l’evoluzione che sta subendo il personaggio di Andrea, il lento trasformarsi in quel che poi sarà. A non funzionare, invece, è il crescendo finale, la “grande rivelazione” che praticamente chiunque si aspettava dalla fine della prima stagione o che comunque, insomma, m’è parsa proprio costruita in maniera poco convinta, per quanto interessante in prospettiva futura (non dimentichiamoci che quando è saltata fuori nel fumetto era già accaduto quel che doveva accadere).

Di sicuro, comunque, è evidente che il lavoro su Daryl, pur dalla qualità che va e viene, è finalizzato al rientro in scena di Merle. Magari legato alla bimbetta scomparsa? Boh, non so, ero qui che me lo chiedevo e mi dicevo che sarebbe ora di tirarlo nuovamente fuori e poi sono andato a guardarmi su Youtube il promo del quinto episodio. E, ehm, ecco.

Rainbow 6 7

L’unico Rainbow Six che abbia mai provato a giocare per davvero è il primissimo, del quale ho fra l’altro un ricordo piuttosto confuso. Apparteneva a una categoria di giochi per me affascinantissima, quella delle robe che a sentirle descrivere mi gasavo e mi veniva una voglia matta di giocarci, ma poi, quando mi ci mettevo, facevo una fatica bestia, perché alla fine forse non sono abbastanza intelligente. Al di là di quello, ho giusto messo mano velocemente alla versione console di Rainbow Six 3, durante il mio primo press tour di un certo spessore (primo viaggio a San Francisco, con tanto di visita ad Alcatraz), maturando una certa qual vaga impressione che si fosse mandato al macero tutto quanto per venire incontro agli siemi come me, e ora che ci penso forse ho pure provato la demo di Rainbow Six: Vegas. Fine. 
Presumo che questa mancanza nel mio curriculum sia assimilabile al motivo per cui – attenzione – non ho mai giocato un singolo FPS ad ambientazione guerresca (se non per motivi di lavoro, magari per fare un’anteprima a qualche evento). Niente Medal of Honor, niente Call of Duty, niente Battlefield, niente Ghost Recon. Niente. Ho sempre pensato fosse perché non mi affascina giocare uno sparatutto ad ambientazione guerraiola, ma forse, facendo mente locale su Rainbow Six, la parola chiave è “realismo”. Oppure anche “casualità”. Comunque, basta divagare: l’altro giorno ha visto la luce questa specie di trailer, non trailer, prototipo, c’era stato il leak, adesso ve lo mostriamo noi, del nuovo Rainbow 6 Patriots
Casomai qualcuno non l’avesse visto: qua di seguito commento quel che succede.



Ora, questa roba, innanzitutto, è forse il primo gioco del quale si fa veramente fatica a dire che non sia stato influenzato da Heavy Rain. Dirlo per tutti i quick time event a valanga che si vedono di recente, non so, mi sembra un po’ pretestuoso, perché quello è un fenomeno che va avanti da prima di David Cage e che mi sembra sia veramente esploso con God of War. Ma, cacchio, qua dentro di Heavy Rain ce n’è davvero parecchio. Ce n’è in maniera fin troppo palese nell’avvio, nel farti provare a vivere una sequenza “tranquilla”, normale, di vita, facendotela giocare e non solo guardare, per darti immedesimazione naturale coi personaggi, basata su sensazioni che non siano solo da action movie. Ce n’è, ovviamente, in quei comandi contestuali che appaiono in giro per lo schermo in quella maniera lì. E ce n’è poi anche in maniera forse meno appariscente nel modo in cui si gioca con la prospettiva, col punto di vista, con la narrazione.

Ti fa vivere il momento drammatico di un personaggio e poi ti mette nei panni di un altro che quel personaggio se lo trova davanti e si trova costretto a doverlo uccidere. E compiere quell’azione, se già sarebbe un gesto “forte” di suo, assume tutta un’altra emotività nel momento in cui tu, fino a pochi minuti prima, “eri” il personaggio che se ne deve cascare giù dal ponte. Chiaro, poi si mette sempre in mezzo il problema dell’interattività, del giocare e del modo in cui uno si pone di fronte a queste cose, perché è ovvio che se le vivi solo come una serie di pupazzetti a cui sparare in faccia, beh, ti fai due risate e vai avanti. Però c’è uno sforzo di andare oltre il “semplice” darti la possibilità di uccidere gente a caso in aeroporto e mi piace, mi sembra interessante.

Più in generale, oltre a questo, il trailer mi piace per un po’ di motivi. Intanto perché mostra le classiche tematiche scomode (o magari comode) che genereranno tanta polemica e tanta pubblicità, ma che mi fa piacere vedere affrontate. Poi perché sperimenta appunto con la narrazione interattiva, che è una cosa che mi affascina e mi piace molto. Per cui, insomma, sono intrigato. Allo stesso tempo, però, ho un po’ il timore che dietro questi momenti dalla coreografia azzeccata finisca poi per esserci qualcosa di molto meno interessante, un gioco a cui se levi queste due o tre trovate lineari e gradevoli non rimane altro che una serie di sparatorie mediocri (e, a dirla tutta, già nel trailer la parte di sparatoria mi sembra di una noia mortale: “Fai questo, fai quello, vai di su, vai di là”). Poi si parla di sistema di scelte, moralità, decisioni, e già mi immagino i soliti bivi con addosso il peso del mondo in cui se vai a destra muoiono in dieci e se vai a sinistra muoiono in altri dieci e, boh, mi viene voglia di andare avanti a giocare a Fallout 2, che ha una storia semplice semplice, la butta tutta sul ridere, ma altro che bivi, è una rotonda continua.

Ma quanto è impossibile, su una scala da Resident Evil 6 a Van Buren, che un giorno salti fuori un nuovo Rainbow Six sullo stile dei primi due? Ma quanti grideranno allo scandalo perché questo gioco non c’entra nulla con il Rainbow Six che conoscono loro e che non c’entrava nulla con il Rainbow Six che non riuscivo a giocare io? Ma quanto sarebbe bello se lo intitolassero Rainbow 6 7?

Tentacolazzo

Così tante cose da fare, così poco tempo per farle, meglio dedicarsi allo spam. In attesa che mi colga fuoco sacro e ritorni ai livelli di produzione di due mesi fa, segnalo che i miei sicuramente tantissimi ed esigentissimi fan possono continuare a seguirmi in quell’altro posto di là, dove sto scrivendo come un ossesso, come non manco di segnalare su Facebook, su Twitter e negli appositi spazi accessori di questo blog. Sempre a loro, segnalo che domenica scorsa Davide ha pubblicato il nuovo episodio del Podcast del Tentacolo Viola, in cui si parla di qualsiasi cosa ci passi per la testa, anche se nominalmente il tema è “videogiochi”. Lo trovate a questo indirizzo qui.

Fra le tante cose da fare, ci sarebbe anche il cambio di template del blog, ché finalmente ne ho trovato uno che mi aggrada. Però è uno sbattimento, nun c’ho voglia. Fra l’altro devo pure sistemare i link dei vecchi episodi di Outcast post cambio di server. Madonna che palle ‘ste attività collaterali fatte per passione e che non portano soldi.

Grand Theft Auto V e il suo trailer

Il mio rapporto con Grand Theft Auto è sempre stato un po’ conflittuale, diciamo. All’epoca giocai il primissimo episodio in 2D e, pur riconoscendone i limiti, lo trovai una roba smodatamente divertente, oltre che animata da uno spirito di libertà, di “fai un po’ quel che ti pare”, che già allora si stava facendo piuttosto raro. Mi persi per strada il seguito e la divagazione londinese, ma mi ritrovai sparato in faccia il terzo episodio da recensire ai bei tempi di PSM. Terzo episodio a cui diedi un voto sicuramente non adeguato all’importanza storica che quel gioco ha poi finito per avere, ma del quale resto ancora convinto in relazione alla qualità vera e propria del gioco stesso. Voto che ovviamente non ricordo, ma probabilmente era un 4 (su scala da uno a cinque, eh!).
A questo punto ci starebbe bene un bell’amarcord relativo a tutte le discussioni sulla portata innovativa di GTA III, sul fatto che era sicuramente notevole anche se poi, di fondo, la maggior parte delle idee che conteneva (sì, anche quelle che eri convinto fossero inedite) erano “semplicemente” un traslare nella terza dimensione quel coacervo d’inventiva che erano stati gli episodi bidimensionali e un tipo di approccio ampio e libero che fino a quel punto s’era visto solo nei GdR di una volta. Che poi non è stato certo poco, traslarlo con quella potenza e quella bravura, intendiamoci. Oppure potrei mettermi a blaterare del fatto che, forse, quel che non ho mai perdonato a GTA III è il fatto di aver reso il free roaming commercialmente obbligatorio, così che ce lo ritrovassimo infilato a calci in culo dappertutto, completamente a cazzo di cane, col solo risultato di rendere dispersivi, noiosi, brutti, sostanzialmente brodaglia, tanti giochi che sarebbero potuti venire fuori tanto meglio. Ma ho già dato.
Poi c’era pure, ad avermi indisposto, la scelta di abbandonare quella libertà totale accennata in 2D, quando si aveva il permesso di fallire più e più missioni, proseguendo comunque nel gioco con lo scotto di pagarne le conseguenze. Con GTA III, invece, si optava per una struttura ultra libera sull’accessorio, ma totalmente inquadrata nel cuore del gioco. Insomma, in un videogioco che mi prometteva di poter andare in giro a fare quello che volevo e spaccare tutto, mi dava fastidio non avere il permesso di fallire manco mezza missione. Problemi miei, seghe mentali.
Infine, c’è il fatto che Gran Theft Auto, fino a che è stato sulla passata generazione di console, mi ha sempre fatto cacare come estetica, come immaginario, come faccia. Non mi ha mai affascinato, non mi ha mai detto niente, non mi ha mai fatto venire voglia di passarci del tempo. Sicuramente è andata meglio con GTA IV, ma per qualche motivo, nonostante il miglioramento estetico, l’immaginario dipinto ha continuato ad affascinarmi come una maratona degli ultimi dieci film di De Oliveira. Ed è proprio solo una questione di “faccia”, perché la tematica criminosa in fondo mi aggrada, tant’è che sono perfino arrivato a giocarmi i due Kane & Lynch. No, dico.
Aggiungiamo che si tratta di giochi lunghi, e che per me, da ormai tanti anni, la lunghezza è un difetto, non un pregio, un po’ perché non ho più il tempo, la forza e la voglia di dedicare tante ore allo stesso gioco, un po’ perché sono e rimango convinto che quasi nessun gioco abbia idee di gameplay a sufficienza per giustificare tante ore senza cadere braccia e gambe nel riciclo, nella ripetizione, nella brodaglia allungata. Insomma, il risultato di tutta questa manfrina è che ho infilato nel lettore della console di turno ogni signolo GTA uscito dopo il terzo, con tutti ho passato un paio d’ore cazzeggiando, distruggendo, viaggiando, visitando e nessuno mi ha fatto venire voglia di andare avanti, di giocarlo “sul serio”. Dove stia davvero il problema non lo so, quel che so è che a conti fatti  L.A. Noire è stato il primo gioco Rockstar che mi ha convinto a giocarlo per davvero (a meno che non vogliamo considerare anche Max Payne II). E si potrebbe pure sostenere che non sia veramente un gioco Rockstar. 
Comunque, ieri è uscito il trailer di GTA V.
Ed è il solito, splendido trailer Rockstar Games, realizzato con una cura e un gusto cinematografico che forse nessun altro ha nel settore. Mostra degli scorci che davvero fanno dire pure a me “cacchio, questa roba la voglio giocare”. Suggerisce l’idea dei tre possibili protagonisti, fa fantasticare i fan sulla possibilità che ci siano dentro Vercetti e CJ, si propone di chiudere un’era e di essere un giocone come davvero pochi. E di avere ancora quelle qualità cinematografiche e narrative così rare e che a me piacciono così tanto.
Solo che poi penso al fatto che è ancora una storia di uno che vuole smettere di fare il criminale ma non lo fa. Solo che poi penso a tutto quel gameplay approssimativo strizzato fra un pezzetto di storia e l’altro e a questi mondi che vogliono essere veri e mi sembrano per questo ancora più finti. Solo che poi penso che boh, continua a non affascinarmi proprio per niente, e non capisco perché. O forse lo so, il perché. Forse il fatto è che un mondo da girare liberamente, da esplorare, da vivere, mi interessa se è un posto lontano nel tempo, nello spazio, nella fantasia, ma di camminare e guidare per quella merda della Los Angeles moderna anche nei videogiochi non me ne frega proprio nulla. Mah. Problemi miei, comunque, buon divertimento a chi lo aspetta.
Che poi, vai a sapere, magari ci gioco per davvero, invece che per le canoniche due ore. In fondo con L.A. Noire ho rotto un embargo che durava da praticamente dieci anni e devo ammettere che ho una certa voglia di Red Dead Redemption

Le avventure di Tintin: il segreto dell’unicorno


The Adventures of Tintin: The Secret of the Unicorn (USA, 2011)

di Steven Spielberg
con Jamie Bell, Daniel Craig, Andy Serkis

Mi sono avvicinato a questo film senza, lo ammetto, avere mai letto nulla di Tintin, ma con quella discreta voglia e quel pochetto di speranza generate dall’unione dei cognomi Spielberg, Jackson, Moffat, Wright e Cornish. Che, voglio dire, ok, nessuno di loro è infallibile, e inoltre vai a sapere come lavorano tutti frullati assieme, ma nelle potenzialità di un simile coacervo di belle teste devi crederci per forza, altrimenti non ha senso il mondo. E il coacervo ha funzionato a meraviglia.
Le avventure di Tintin è un bellissimo film, diretto da uno Steven Spielberg in formissima e in chiara sindrome da paese dei balocchi: fa tutto quello che gli passa per la testa, si diverte come un matto e non sbaglia una virgola che sia una. Aiutato magari, rispetto a ciccio Zemeckis, anche dai passi avanti tennologici, Stefanino bello abbraccia completamente un modo di girare per lui nuovo e lo sfrutta per tirar fuori un’avventura variopinta, eccitante, spettacolare, carica di invenzioni visive, ritmo e divertimento. I personaggi appiccicati sugli attori sono vivi come mai si era visto in questo genere di produzioni, tanto che si smette in fretta di preoccuparsi se si tratti di realtà o finzione: è la realtà di Tintin, quella in cui esseri virtuali si muovono come se fossero reali ma fanno cose che in un film tradizionale non potrebbero mai fare.

Tutta la parte in cui Haddock racconta del suo antenato è semplicemente meravigliosa per fascino, inventiva, capacità di stupire, e l’inseguimento a bordo del sidecar è un’unica sequenza, senza un singolo stacco, che ha dell’incredibile. Ma è l’intero film, dai titoli di testa a quelli di coda, ad essere delizioso per atmosfera, soluzioni visive, lievi omaggi, simpatico umorismo, adorabile leggerezza. Non conoscendo l’opera di Hergé, come detto, non sono in grado di dire se avesse ragione nel ritenere che Spielberg fosse l’uomo perfetto per dirigere Tintin, ma certo ci aveva azzeccato nel pensare che ne avrebbe tirato fuori un filmone.

Un filmone che è allo stesso tempo Spielberg al 100% ma anche qualcosa d’altro, di lontano e stupefacente. C’è tanto Indiana Jones, e capisco chi sostiene che questo è il vero quarto film di quella serie, anche se francamente non mi sembra che il tono sia poi tanto diverso e che tutti quei salti e quelle capriole siano molto distanti dal frigorifero e dalle liane di quell’altro film là. Il problema, casomai, è proprio la faccia, e il fatto che certe cose in questa via di mezzo fra il digitale e il reale te le puoi permettere molto di più che in un film “vero”. Certo, qui c’è anche una sceneggiatura di altro spessore e ci sono soprattutto una freschezza e una fantasia che raramente si vedono in giro.

Insomma, un’operazione perfettamente riuscita, un bellissimo film e una gran voglia di scoprire cosa combinerà Peter Jackson con il promesso secondo episodio.

L’ho visto venerdì scorso qua a Monaco, in 3D e in lingua originale. Il 3D mi è sembrato piuttosto inutile, come sempre mi sembra piuttosto inutile il 3D fatto bene e in maniera non troppo invadente: quando te ne accorgi è perché ti sta dando fastidio tirandoti della roba in faccia, mentre per il resto del film neanche ti accorgi che c’è. Poi magari si può discutere di quanto dia o non dia in più, in termini di percezione, a livello inconscio, ma che ne so? In compenso so che per qualche motivo, più di altre volte, ho trovato un po’ fastidiosa quell’impressione di stare guardando un film con addosso gli occhiali da sole. Ah, è un film da guardare al cinema, comunque, ad ogni costo, ma certo è che perdersi la strepitosa interpretazione di Andy Serkis è davvero un peccato.