Le avventure di Tintin: il segreto dell’unicorno


The Adventures of Tintin: The Secret of the Unicorn (USA, 2011)

di Steven Spielberg
con Jamie Bell, Daniel Craig, Andy Serkis

Mi sono avvicinato a questo film senza, lo ammetto, avere mai letto nulla di Tintin, ma con quella discreta voglia e quel pochetto di speranza generate dall’unione dei cognomi Spielberg, Jackson, Moffat, Wright e Cornish. Che, voglio dire, ok, nessuno di loro è infallibile, e inoltre vai a sapere come lavorano tutti frullati assieme, ma nelle potenzialità di un simile coacervo di belle teste devi crederci per forza, altrimenti non ha senso il mondo. E il coacervo ha funzionato a meraviglia.
Le avventure di Tintin è un bellissimo film, diretto da uno Steven Spielberg in formissima e in chiara sindrome da paese dei balocchi: fa tutto quello che gli passa per la testa, si diverte come un matto e non sbaglia una virgola che sia una. Aiutato magari, rispetto a ciccio Zemeckis, anche dai passi avanti tennologici, Stefanino bello abbraccia completamente un modo di girare per lui nuovo e lo sfrutta per tirar fuori un’avventura variopinta, eccitante, spettacolare, carica di invenzioni visive, ritmo e divertimento. I personaggi appiccicati sugli attori sono vivi come mai si era visto in questo genere di produzioni, tanto che si smette in fretta di preoccuparsi se si tratti di realtà o finzione: è la realtà di Tintin, quella in cui esseri virtuali si muovono come se fossero reali ma fanno cose che in un film tradizionale non potrebbero mai fare.

Tutta la parte in cui Haddock racconta del suo antenato è semplicemente meravigliosa per fascino, inventiva, capacità di stupire, e l’inseguimento a bordo del sidecar è un’unica sequenza, senza un singolo stacco, che ha dell’incredibile. Ma è l’intero film, dai titoli di testa a quelli di coda, ad essere delizioso per atmosfera, soluzioni visive, lievi omaggi, simpatico umorismo, adorabile leggerezza. Non conoscendo l’opera di Hergé, come detto, non sono in grado di dire se avesse ragione nel ritenere che Spielberg fosse l’uomo perfetto per dirigere Tintin, ma certo ci aveva azzeccato nel pensare che ne avrebbe tirato fuori un filmone.

Un filmone che è allo stesso tempo Spielberg al 100% ma anche qualcosa d’altro, di lontano e stupefacente. C’è tanto Indiana Jones, e capisco chi sostiene che questo è il vero quarto film di quella serie, anche se francamente non mi sembra che il tono sia poi tanto diverso e che tutti quei salti e quelle capriole siano molto distanti dal frigorifero e dalle liane di quell’altro film là. Il problema, casomai, è proprio la faccia, e il fatto che certe cose in questa via di mezzo fra il digitale e il reale te le puoi permettere molto di più che in un film “vero”. Certo, qui c’è anche una sceneggiatura di altro spessore e ci sono soprattutto una freschezza e una fantasia che raramente si vedono in giro.

Insomma, un’operazione perfettamente riuscita, un bellissimo film e una gran voglia di scoprire cosa combinerà Peter Jackson con il promesso secondo episodio.

L’ho visto venerdì scorso qua a Monaco, in 3D e in lingua originale. Il 3D mi è sembrato piuttosto inutile, come sempre mi sembra piuttosto inutile il 3D fatto bene e in maniera non troppo invadente: quando te ne accorgi è perché ti sta dando fastidio tirandoti della roba in faccia, mentre per il resto del film neanche ti accorgi che c’è. Poi magari si può discutere di quanto dia o non dia in più, in termini di percezione, a livello inconscio, ma che ne so? In compenso so che per qualche motivo, più di altre volte, ho trovato un po’ fastidiosa quell’impressione di stare guardando un film con addosso gli occhiali da sole. Ah, è un film da guardare al cinema, comunque, ad ogni costo, ma certo è che perdersi la strepitosa interpretazione di Andy Serkis è davvero un peccato.


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