Shadow Complex


Shadow Complex (Microsoft Game Studios, 2009)

sviluppato da Chair Entertainment

Shadow Complex l’ho comprato un annetto fa, in occasione di un qualche sconto, e l’ho giocato quest’estate, nell’arco di un paio di mesi, a cavallo fra un viaggio di lavoro e l’altro. Il che, in sostanza, forse significa che l’ho giocato fuori tempo massimo, troppo tardi per non trovare semplicemente folle la considerazione di cui ancora oggi gode, con un sacco di persone che lo reputano un gioco di eccellenza pura e fra le migliori dieci cose mai uscite su Xbox Live Arcade.

Magari, nell’agosto del 2009, veder spuntare sui server Microsoft una roba con questi valori produttivi, queste quantità, questo tipo di cura formale, faceva un’impressione che oggi non può più fare, e in nome di quell’impressione, di quel contesto, di quel che ha significato per lo sviluppo dei giochini scaricabili, la fama e il rispetto di cui gode hanno un senso ben preciso. Può essere. Senza contare l’effetto “ah, caspita, anche gli occidentali sanno fare un gioco di questo genere”. O magari sono semplicemente io che non lo capisco, il valore sempreverde di Shadow Complex. Fatto sta che, giocandolo oggi, non ho visto molto più che un compitino diligente, un clone con tutte le cosette al suo posto, totalmente però privo di personalità e carattere, oltre che pieno di limiti e difetti nella pura esperienza di gioco.

Piatto, banale, antipatico, noioso, sostanzialmente inguardabile nel design estetico, con alla base un racconto pedestre che, certo, ha scarsa importanza per il genere di gioco, ma intanto è lì fra i maroni e continua a inserirsi senza che glie l’abbia chiesto nessuno, Shadow Complex ha un sistema di controllo da immersione nella melassa – quantomai anacronistico dopo aver giocato Outland, che pure non mi ha fatto impazzire ma caspita come si controlla – e una gestione piuttosto barbosa del backtracking. L’intelligenza artificiale dei nemici è da coma etilico, i boss sono fra i più noiosi e superflui nella storia del videogioco e lo stesso design dei livelli ha davvero pochi guizzi. Certo, ci sono anche dei bei pregi, per esempio un approccio assolutamente a prova di scemo alla ricerca dei segreti, che si presentano in maniera meno frustrante rispetto ai nippo-capisaldi cui il gioco si ispira, e una seconda parte che cresce un po’ in divertimento grazie all’acquisizione dei vari pezzi d’armatura (ma tanto poi li si usa per combattere nemici totalmente idioti e che non ti fanno venire voglia di combatterli).

Ma il punto è che alla fine fine ho trovato l’esperienza complessiva davvero noiosa e priva di fascino. Ogni volta che stavo cominciando a divertirmi, ecco che arrivava a farmi cascare le palle un segmento un po’ mal progettato, un palloso boss o un insostenibile momento di narrazione. E a conti fatti sono arrivato fino in fondo solo perché sono fatto così e non mi piace mollare i giochi a metà. Esagero? Mah…

In più, ma questo è davvero un problema mio, tanto sono disposto ad accettare il respawn in un contesto fantasy e sopra le righe come quello dei Castlevania, tanto ho trovato inguardabilmente ridicolo veder costantemente riapparire le grate di ventilazione in questa roba che si racconta prendendosi tremendamente, micidialmente, insopportabilmente sul serio. In compenso devo dire che ho trovato quel poco che ho provato delle sfide extra anni luce più interessante della campagna, sia sul piano stilistico, sia su quello del design dei livelli. Ma, stremato dalla noia e ormai totalmente disamorato, non avevo veramente più alcun interesse e volevo solo riporre sullo scaffale virtuale. Dovevo farmi subito (e solo) le sfide, altroché. 

Halloween II (2009)


Halloween II (USA, 2009)

di Rob Zombie
con Scout Taylor-Compton, Tyler Mane, Danielle Harris, Malcolm McDowell, Brad Douriff, Sheri Moon

Il secondo Halloween di Rob Zombie è un film strano e sorprendente, che parte in una maniera e prosegue poi in tutt’altra, fa di tutto per spiazzare le aspettative che uno può essersi creato e nella sua malsana maniera riesce ad essere cinema fortemente d’autore. L’incipit, precisino e perfettino, sembra spingere nella direzione del remake svogliato, della marchetta che magari molti s’aspettavano vista l’improvvisa realizzazione di questo seguito, anche perché di fatto prosegue sui binari intrapresi nella seconda parte del precedente film. Poi, però, dopo questo avvio divertito che riprende alla sua maniera l’Halloween II del 1981, Laurie e il film si risvegliano da tutt’altra parte, in tutt’altro mondo, e comincia il vero Halloween II di Rob Zombie.
Che è un Halloween II molto più personale, privato e ambizioso, anche se più ambizioso che riuscito. Recuperando gli spunti del quarto e quinto episodio della saga originale (dove, guarda caso, c’era una giovanissima Danielle Harris fra i protagonisti), ma puntando in una direzione tutta storta e squilibrata, Zombie si diverte con un film un po’ alla George Romero, in cui sfrutta il mostro per raccontare altro. Mette in scena un Michael Myers de-mitizzato, stanco, dalla maschera fatta a pezzi e dagli omicidi arrancanti, faticosi, brutali, col fiato pesante, lontani dalla ricerca estetica del primo film. Piazza al centro dell’azione una protagonista sfatta e imbruttita, lontana pure lei anni luce dalla ninfetta vista due anni prima. E prova a raccontare un delirio mistico fatto di visioni assurde e davvero mal messe in scena, che ammazzano il film col loro tonfo nel ridicolo, ma che insistono nel voler inseguire un’idea particolare e nel voler raccontare qualcosa che non sia semplicemente un altro mucchietto di omicidi ben girati e parolacce a caso.
Insomma, il punto è che se Zombie avesse girato il seguito che l’avvio di Halloween II sembrava indicare, beh, probabilmente avremmo avuto un film ben più divertente, gradevole e banale. Invece ha fatto altro e ne è venuta fuori una roba sconclusionata, dalle ambizioni incontrollate e sostanzialmente poco riuscita. Però, forse, più simpatica, apprezzabile e che proprio in nome delle intenzioni non autorizza a bollare come bluff uno che comunque ha dimostrato, quando tutto gira al meglio, di saper essere all’altezza delle sue ambizioni.
Il film l’ho visto un mesetto fa, in lingua originale (non c’è altro modo per ascoltare i dialoghi scritti da Zombie), grazie a un bel Blu-ray comprato in offerta al Saturn qua a Monaco. Il fatto che tutto sommato, nel ricordo, mi dia sensazioni migliori rispetto a quelle che ho provato guardandolo, beh, va piuttosto d’accordo con il discorso generale: si apprezzano le intenzioni, molto meno la realizzazione delle stesse. Ma insomma, tutto sommato, a conti fatti, mi sembra probabile che Patrick Lussier dirigerà un terzo episodio magari più gustoso da guardare, ma decisamente meno interessante. Cosa sia meglio non lo so. So però che The Lords of Salem, prossimo progetto del Rob, mi incuriosisce ben di più.

Mobilpep

L’altro giorno mi sono accorto che – chissà da quanto – è apparsa su Blogger l’opzione per creare in automatico la versione mobile del blog. L’ho attivata, ché ‘sto template è già sufficientemente pesante su un PC, e dare la possibilità di leggermi in maniera più snella tramite smartcosi mi sembra carino. C’è comunque il link in basso per visualizzare il blog nella sua versione normale, se si vuole.

Fra l’altro questo template lo sto usando da ormai quasi due anni e devo dire che mi ha spaccato un po’ i maroni. Vorrei cambiarlo, ma non trovo nulla che mi soddisfi. Mmm…

Comunicazione di servizio: è online il programma completo della rassegna del Festival di Venezia a Milano, che si terrà dal 14 al 21 settembre. E, porco il maialo, il primo anno che non frequento da quindici anni a questa parte (bla bla bla) hanno messo assieme un programma bomba, maledetti bastardi impestati fracichi. Il programma sta a questo indirizzo qui.

Dieci anni fa

Una delle cose che si dissero dieci anni fa suonava più o meno così: “Questo è uno di quei momenti che ti ricorderai sempre con chiarezza estrema. Ti ricorderai dov’eri, con chi eri e cosa stavi facendo”. Io ero al cinema. Stavo seguendo la rassegna dei film del festival di Venezia a Milano ed era ancora il periodo in cui ero capace di spararmi una quarantina di film in una settimana o poco più. Lavoravo già in Future, da un annetto scarso, e ricordo che la mattina dopo in ufficio mi raccontarono di aver seguito la cosa in televisione. Io, invece, ero con la Rumi al cinema Cavour, che oggi neanche esiste più, perché mi prendevo le mezze giornate di ferie per stare dietro alla rassegna.

Il momento in cui si è consumato il fattaccio non me lo ricordo, semplicemente perché non me ne sono accorto, così come non se ne sono accorti quelli che come me erano chiusi in quella sala a guardare un film coreano di cui non ricordo nulla, ma che da quel che leggo doveva essere davvero orrendo. Mi ricordo, però, che in quella sala guardammo due film di seguito, e il secondo era il brutto Dust. In attesa che cominciasse, ero andato in bagno e, rientrando in sala, avevo sentito di sfuggita delle persone raccontarsi una scena: “E poi si vede l’aereo che si schianta sul palazzo… “. Pensavo che quel tizio stesse raccontando di un qualche film, magari una roba con Bruce Willis.
Poi, dopo quella sfrangitura di maroni di Dust, totalmente ignari, ce ne usciamo dalla sala e incrociamo Surgo e Tifa in coda per entrare. E Surgo mi chiede se sappiamo, se abbiamo visto. Che si è schiantato un aereo sulle Torri Gemelle, mi dice. Tutto lì, eh, anche perché stavamo andando via, c’era un altro film da guardare. Che roba assurda. Pensavo quelli di prima parlassero di un film, invece parlavano di questo.
Neanche mi ricordo quando, come, dove, perché ho poi visto, ascoltato e letto i dettagli, le immagini, le sfumature della cosa. Quel filmato ripreso da sotto e ripetuto mille volte, la gente che si butta e cade. Zero, non ricordo minimamente. Però, in effetti, dieci anni dopo, ancora me lo ricordo, dove stavo, con chi ero e cosa facevo quando è successo.
A febbraio 2002 siamo andati a New York, negli ultimi tre giorni di una gran bella vacanza, che fu fra l’altro il mio primo viaggio negli Stati Uniti. Una vacanza progettata e organizzata mesi e mesi prima, quando ancora le Twin Towers c’erano. Ai controlli in aeroporto passavano i tamponi nelle scarpe. Ricordo chiaramente di aver provato compassione per chi doveva maneggiare le mie scarpe dopo che mi ero sorbito quel lungo viaggio.

Fun Fact: nel 2001 questo trailer e la locandina là in cima parvero improvvisamente fuori luogo per il solo fatto che si vedevano le Twin Towers. Nel solo 2011 si contano (almeno) tre videogiochi fra i cui selling point c’è la distruzione di New York City. Il tempo passa.

Neinneinneincast

L’altro giorno ho pubblicato finalmente il nuovo Outcast, con un reportage bello corposo sulla nostra partecipazione a Game Developers Conference Europe 2011 e Gamescom 2011. Ci ho messo un po’ perché dovevo seguire il Fantasy Filmfest e perché poi si sono messi di mezzo pure dei problemi tennici, ma insomma, alla fine ce l’ho fatta. Trovate tutto a questo indirizzo qui.

La qualità della registrazione, anche in termini di volumi, è un po’ peggio del solito. È che sono reduce da un formattone e non m’ero appuntato le impostazioni di Pamela. Vedrò di aggiustare per il futuro. A proposito di futuro: ce la farò a registrare e pubblicare un altro episodio prima di partire per le agognate ferie? Vai a sapere.

Super 8


Super 8 (USA, 2011)

di J.J. Abrams
con Joel Courtney, Riley Griffiths, Ryan Lee, Elle Fanning, Kyle Chandler


È curioso che il caso mi porti a scrivere di Super 8 il giorno dopo aver tessuto le lodi di Attack the Block, perché alla fin fine sono due film che – per quanto molto diversi nel tono e nello stile – guardano entrambi con grande amore a un certo tipo di cinema degli anni ottanta. Ed è difficile non vedere in entrambi un recupero, seppur appunto in maniere piuttosto differenti, della formula perfettamente cristallizzata ne I Goonies e così tanto ben riciclata poi da tonnellate di altre pellicole del periodo. Proprio in questo, e nel suo prendersi sostanzialmente molto più sul serio pur senza rinunciare a un forte umorismo, si riassumono alla fin fine i pregi e i limiti di Super 8.

Super 8 è figlio dell’amicizia e della collaborazione fra Abrams e Steven Spielberg, e lo è non solo nel suo essere appunto un recupero di quei film là, ma anche nel taglio autobiografico, nel raccontare di bambini che – come loro due – passano il tempo improvvisandosi registi in otto millimetri. E proprio nel raccontare di questi ragazzini, delle loro storie e passioni, dell’inevitabile difficile situazione familiare del protagonista e del rapporto con gli amici (e le amiche), Super 8 dà il suo meglio. Un meglio che magari non dice nulla di nuovo e si limita ad appoggiarsi, ancora, su cose viste mille volte venti e trent’anni fa, ma che lo fa meravigliosamente bene, grazie soprattutto a un cast perfetto, in cui splendono tutti i ragazzini (non solo Elle “sono meglio di mia sorella” Fanning) e si dan da fare anche gli adulti, compreso un Coach Taylor che però davvero non riesco a fare a meno di pensare con addosso la solita giacchetta, anche se qui lo fan parlare di baseball.

Fino a che si limita a questo, a parlare di ragazzini, di emozioni, di nostalgia e di umanità, Super 8 è un film bellissimo ed emozionante. Poi scatta la piega un po’ più action, e lo fa anche a costo di qualche passaggio dalla logica rivedibile, ma alla fin fine il giochino non è che si rompa particolarmente, perché comunque Abrams riesce a mescolare con grazia le due anime del film, a mantenere l’obiettivo puntato sull’atmosfera magica e sentimentale e a tenere acchiappato chi si vuole far acchiappare. Perché poi il problema sta anche nell’approccio e nella voglia di vivere nuovamente un tipo d’avventura che da tanti anni non si vedeva, men che meno realizzato in quest’ottima maniera. Se ci si incancrenisce sugli stereotipi e gli archetipi, non se ne viene più fuori. Se ci si lascia assorbire dalla magia, dall’amore per il cinema, dalla voglia di divertire e far sognare e dalla capacità – buttala – di girare momenti d’azione vibranti, potenti, coinvolgenti e in cui si capisce cosa cacchio accada sullo schermo, beh, sono un paio d’ore da commovente sogno.

L’ho visto a inizio agosto qua a Monaco, subito prima di partire per Colonia, e mi sono tenuto da scrivere il post fino a oggi per stare dietro alle letargiche uscite italiane. Da qui la coincidenza della visione di Attack the Block. Comunque, guardatevelo al cinema, perché se lo merita. E pace per il doppiaggio.

[FF11] Attack the Block



Attack the Block (UK, 2011)

di Joe Cornish
con John Boyega, Jodie Whittaker, Alex Esmail

Non c’è, veramente, non c’è, non ci può essere e non ci sarà mai modo migliore di chiudere una rassegna come il Fantasy Filmfest che riempire una sala di gente e proiettare un film come Attack the Block. E, in maniera simile, non c’è modo migliore di guardare Attack the Block che infilarsi in una sala strapiena di gente pronta a divertirsi, gasarsi, ridere, ululare, applaudire, godere del divertimento puro che l’impressionante esordio alla regia di Joe Cornish è in grado di regalare. Compratevi il blu-ray, guardatevelo nella saletta di provincia, scaricatevelo con un torrent, fate come vi pare e gustatevi comunque un gran bel film, ma sul serio: se avete l’occasione, andate in un cinema pieno di gente, nachos, pop corn, coca cola e birra come è capitato a me. No contest.

Attack the Block è un gioiello, un film divertentissimo per lo spirito comico e allo stesso tempo di puro thrilling, il taglio action, la voglia di sorprendere, il ritmo e la bravura di Cornish, che ti piazza lì, come se niente fosse, almeno un paio di scene d’azione perfettamente costruite e realizzate, senza però sentire il bisogno di ostentare chissà quali virtuosismi. Dentro c’è tutto, veramente tutto, da Carpenter a Coppola, passando per Dante, Spielberg, McTiernan e la serie B dei mostriciattoli. Non c’è il citazionismo smaccato e fastidioso, ma c’è la voglia di omaggiare un certo tipo di fare cinema senza rinunciare al divertimento puro e coinvolgente di chi guarda. E cazzo, se è divertente.

La prima metà è da incorniciare, con quei loschi teppistelli incappucciati che aggrediscono la passante, per poi ribaltare il tutto trasformandosi negli adorabili protagonisti, condurti per mano nel block del titolo e regalarti la pioggia di alieni, la corsa agli armamenti e la bellissima e lunghissima fuga dal parco. Ma poi tutto il film, gli assurdi personaggi di contorno, la comicità perfetta, la puffettosità micidiale delle creature, le morti lancinanti, la bravura dei ragazzetti protagonisti, le musichette in stile Carpenter… aaahhh, mamma mia, ma che scrivo a fare? Bello, bellissimo, emozionante, appassionante, divertente. Un’ora e mezza di meraviglioso luna park, filtrato da una lente tutta brit pop che lo rende unicissimo. Fantastico.

Ovviamente, potendo, va visto in lingua originale. Certo, al prezzo di impiegare una mezz’oretta per cominciare a capire che cacchio di lingua parlino i teppistelli protagonisti, ma tanto leggo che funziona così anche per chi l’inglese lo parla dalla nascita, e comunque il film – incredibile ma vero – è scritto tremendamente bene anche in questo senso e nel modo perfettamente comprensibile in cui usa i suoi termini e le sue incomprensibili espressioni da cacaziretti di periferia londinese.

[FF11] The Revenant


The Revenant (USA, 2009)

di Kerry Prior
con David Anders, Chris Wylde, Louise Griffiths, Jacy King
Il tizio che faceva Takezo Kensei in Heroes, e che evidentemente interpreta solo personaggi immortali, è un soldato americano ucciso in missione che si risveglia nella sua bara dopo il funerale. Non si sa perché, non si sa percome, si sa solo che è un non morto, un po’ zombi (l’aspetto e il “funzionamento” del corpo sono quelli) un po’ vampiro (ha conservato l’intelletto, va in vulnerabilissima catalessi quando sorge il sole, si accontenta di bere sangue senza bisogno di masticare carne). Assieme al suo amico scemo, che in questo genere di film non può mancare, decide di unire l’utile al dilettevole e si trasforma in un vigilante non morto, che ammazza criminali per cibarsi.

Messa così pare una minchiata, e in effetti The Revenant è esattamente quello, ma lo è in maniera consapevole, voluta, divertita. Scemotto e demenziale, butta in campo comicità di grana grossa, battute, gag a getto continuo, seppellendo però il tutto sotto una patina depressa, grigia e pessimista che regala al film un taglio a modo suo particolare. Minchiatona è e minchiatona rimane, divertente e adattissima a scatenare applausi continui in uno scenario come quello del Fantasy Filmfest, ma certi lampi di cupa tristezza che si manifestano ogni tanto e quel finale così opprimente riescono comunque a lasciare il segno, magari proprio perché stonati rispetto al resto del film.

Il film è del 2009 ma, come tanti altri della rassegna, fino a oggi si è visto solo in giro per festival e occasioni speciali. Pare che quest’anno sarà distribuito negli Stati Uniti, magari poi seguirà anche altrove.

[FF11] In Her Skin / I Am You


In Her Skin (Australia, 2009)

di Simone North
con Guy Pierce, Miranda Otto, Ruth Bradley, Kate Bell, Sam Neill


Girato e distribuito in Australia nel 2009 e giunto altrove rimbalzando fra i festival, I Am You racconta l’allucinata storia di Caroline Reid, ragazza piuttosto squilibrata che in quel di Melbourne decide di farsi prendere dalla rabbia e dall’invidia e fa fuori una sua conoscente più bella, brava, semplice e fortunata di lei. Ispirato a una storia vera, anche se con qualche nome un po’ cambiato, il film di Simone North si concentra su tre punti di vista differenti per raccontare la stessa vicenda, tramite gli occhi della vittima, dei suoi genitori, della carnefice. Ne viene fuori, soprattutto, un lavoro pazzesco di almeno tre attori.

Guy Pierce e Miranda Otto sono fenomenali nei panni di genitori attanagliati dal non sapere e dalla preoccupazione e il film è fantastico nel concentrarsi sulle loro umane reazioni senza uscire mai dal seminato, senza buttarla sul patetico o sull’esagerazione. Già solo per godere di questi due attori in azione, vale la pena guardarselo. E poi c’è Ruth Bradley, che interpreta la folle Caroline e fuori giri ci va più e più volte, ma riesce comunque a mettere sullo schermo un personaggio capace di provocare reale inquietudine nella sua disperata carica autodistruttiva.

A rovinare quello che sarebbe  potuto essere uno splendido film e finisce invece per vivere di alti e bassi ci pensa la regia di Simone North, che se da un lato firma con la scena dell’omicidio un momento lacerante, intenso per davvero, dall’altro tende a perdersi in insopportabili, presuntuosi svolazzi di macchina da presa e simbolismi da quattro soldi che nulla hanno a che vedere coi toni pacati del racconto. Se a questo aggiungiamo una colonna sonora insensata, con quei sussurri e bisbigli da Venerdì 13, davvero non si capisce che razza di idee schizoidi ci fossero dietro alla confezione di questo film. Ed è un peccato, però, perché nei suoi momenti buoni I Am You (o In Her Skin) è cinema davvero potente e che lascia il segno.

E poi c’è Sam Neill, che non fa molto più che interpretare il ruolo di Sam Neill, ma è pur sempre Sam Neill.

[FF11] The Divide

The Divide (USA, 2011)
di Xavier Gens
con Lauren German, Milo Ventimiglia, Michael Biehn
The Divide si apre sull’immagine di una bomba atomica che devasta New York e di un gruppo di poveretti che trovano rifugio chiudendosi nella cantina del loro palazzo. Come inizio, non si scherza affatto. Da questa premessa si sviluppa poi un film tutto claustrofobico, psicologico, ansiogeno e privo di speranza o vie di fuga consolatorie. Il mondo esterno viene appena intravisto, giusto in un paio di inquietanti occasioni, e per il resto le quasi due ore di pellicola sono interamente dedicate alla classica storia di gente confinata in uno spazio ristretto che se ne va psicologicamente in vacca.
Perché un film del genere funzioni fino in fondo, il bel talento visivo di Gens e le buone prove di quasi tutti gli attori sicuramente servono e danno una mano, ma contano fino a un certo punto e riescono a renderlo appena gradevole se la scrittura, come in questo caso, non è all’altezza della situazione. Tutto si svolge come da copione, con i personaggi psicologicamente più deboli che piano piano perdono il senno, seguiti poi a ruota da tutti gli altri, in una spirale di violenza psicologica, fisica, sessuale senza fine. I vari protagonisti cadono sempre più a pezzi, mentalmente e fisicamente, (anche se, ovvio, fra caduta di capelli, dimagrimento ed escoriazioni assortite sono quelli più antipatici a ridursi peggio, mentre i “positivi” mantengono tutto sommato un bell’aspetto fino alla fine) e piano piano si arriva a un atto conclusivo in cui è ormai tragedia spinta.
Alla fin fine The Divide non sarebbe neanche male perlomeno nelle intenzioni: tutto concentrato in un ambiente ristretto, concede davvero poco o nulla al lieto rassicurare lo spettatore e prova ad affondare anzi una coltellata – emotiva e letterale – dietro l’altra. Il problema è che i personaggi faticano ad andare oltre la macchietta e finiscono per ricordare più la teppa di Ken il guerriero che i protagonisti di un dramma fantascientifico. Se a questo aggiungiamo che le idee sono tutte concentrate nella prima parte, per poi lasciare spazio a una serie di sviluppi visti mille volte e che non hanno nulla di sorprendente, beh, allora è evidente che le ambizioni di Gens vanno oltre le capacità sue e di chi gli ha scritto il film. Anche se il finale è piuttosto efficace, bisogna ammetterlo.
Fantastico, comunque, scoprire che il tono di voce normale di Milo Ventimiglia non è il bisbiglio da ganzo che utilizza in Heroes