Morti viventi a Dallas


Living Dead in Dallas (USA, 2002)

di Charlaine Harris
Il secondo libro della serie di Sookie Stackhouse è una di quelle cose che, di primo acchito, mai mi metterei a leggere. Ho una certa antipatia a pelle per le “grandi saghe” di romanzi, figlia sicuramente di un preconcetto sballato ma anche dell’essermi scottato con qualche delusione e del ricordarmi come pure cose iniziate bene (vedi alla voce Ann Rice) col tempo abbiano la tendenza ad andare in vacca. In più qua si parla di amori e di vampiri in era Twilight, cosa che provoca giusto un po’ di repulsione a pelle (anche se va detto che Twilight nasce quattro anni dopo questa roba qua, e ti viene pure il dubbio che ci sia un motivo). Epperò, dopo la sorpresa amichevole del primo romanzo, dopo essermi divertito con la prima stagione di True Blood, non potevo che avere voglia di andare avanti, anche solo per provare a leggere la Charlaine in lingua originale.
Purtroppo, ‘sto secondo capitolo della serie si è rivelato una discreta delusione, a livelli “lo sapevo che non avrei dovuto mettermici” e “ok, mi fermo qui”. Verrebbe da pensare che dopo essermi abituato al maggiore approfondimento regalato in TV a diversi personaggi e al modo in cui il telefilm anticipa determinati eventi e mescola le carte, beh, tornare al cast ridotto dei libri, in cui magari un protagonista fisso del telefilm muore come se niente fosse, un po’ faccia cascare le braccia. E magari è in parte vero, ma solo fino a un certo punto, visto che (META-SPOILER) in questo periodo sto leggendo il terzo libro che mi diverte ben di più. Il problema è che in questo secondo capitolo c’è una sensazione di mosciaggine totale, con personaggi che si sviluppano proprio pochino e con due vicende parallele intriganti ma gestite maluccio. Se ancora ancora ho trovato interessante tutta la faccenda a Dallas, fosse anche solo perché allarga un po’ i confini dell’assurdo universo in cui si ambientano le vicende, il rimbalzo a Bon Temps mi è sembrato sbrigativo e confuso.

Più in generale, Morti viventi a Dallas sembra un libro in cui succedono tante cose senza che accada davvero nulla di interessante. Il che, per carità, in un contesto seriale capita purtroppo più spesso di quanto si vorrebbe, ma insomma, già al secondo episodio non è il massimo. Specie considerando che al primo impatto, ok, puoi vivere anche solo del fascino dell’ambientazione, del taglio sporco, rozzo e vivo di luoghi e personaggi e delle belle intuizioni che caratterizzano l’universo narrativo, però poi deve essere pure appassionante il racconto, altrimenti non si va da nessuna parte.

META-SPOILER: Con la seconda stagione del telefilm va molto meglio. Questo libro, comunque, fa parte del cumulo di scellerati acquisti compiuti da Waterstone a gennaio dell’anno scorso, e l’ho quindi letto in lingua originale (a inizio estate di quest’anno), con tutti i vantaggi di un certo modo d’esprimersi da ammerigani del sud che è ovviamente difficile rendere in traduzione. Esiste comunque un’edizione italiana curata da Delos Books, che sta pubblicando tutta la serie.

1 commento su “Morti viventi a Dallas”

  1. il secondo libro è proprio brutto 😀

    e non oso immaginare quanto peggio possa essere in italiano, probabilmente una roba infinibile

    cmq terzo e quarto secondo me risollevano parecchio il livello della serie. cioè, rotfl. risollevano.. sono appassionanti, ecco

    "Mi piace"

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