Super 8


Super 8 (USA, 2011)

di J.J. Abrams
con Joel Courtney, Riley Griffiths, Ryan Lee, Elle Fanning, Kyle Chandler


È curioso che il caso mi porti a scrivere di Super 8 il giorno dopo aver tessuto le lodi di Attack the Block, perché alla fin fine sono due film che – per quanto molto diversi nel tono e nello stile – guardano entrambi con grande amore a un certo tipo di cinema degli anni ottanta. Ed è difficile non vedere in entrambi un recupero, seppur appunto in maniere piuttosto differenti, della formula perfettamente cristallizzata ne I Goonies e così tanto ben riciclata poi da tonnellate di altre pellicole del periodo. Proprio in questo, e nel suo prendersi sostanzialmente molto più sul serio pur senza rinunciare a un forte umorismo, si riassumono alla fin fine i pregi e i limiti di Super 8.

Super 8 è figlio dell’amicizia e della collaborazione fra Abrams e Steven Spielberg, e lo è non solo nel suo essere appunto un recupero di quei film là, ma anche nel taglio autobiografico, nel raccontare di bambini che – come loro due – passano il tempo improvvisandosi registi in otto millimetri. E proprio nel raccontare di questi ragazzini, delle loro storie e passioni, dell’inevitabile difficile situazione familiare del protagonista e del rapporto con gli amici (e le amiche), Super 8 dà il suo meglio. Un meglio che magari non dice nulla di nuovo e si limita ad appoggiarsi, ancora, su cose viste mille volte venti e trent’anni fa, ma che lo fa meravigliosamente bene, grazie soprattutto a un cast perfetto, in cui splendono tutti i ragazzini (non solo Elle “sono meglio di mia sorella” Fanning) e si dan da fare anche gli adulti, compreso un Coach Taylor che però davvero non riesco a fare a meno di pensare con addosso la solita giacchetta, anche se qui lo fan parlare di baseball.

Fino a che si limita a questo, a parlare di ragazzini, di emozioni, di nostalgia e di umanità, Super 8 è un film bellissimo ed emozionante. Poi scatta la piega un po’ più action, e lo fa anche a costo di qualche passaggio dalla logica rivedibile, ma alla fin fine il giochino non è che si rompa particolarmente, perché comunque Abrams riesce a mescolare con grazia le due anime del film, a mantenere l’obiettivo puntato sull’atmosfera magica e sentimentale e a tenere acchiappato chi si vuole far acchiappare. Perché poi il problema sta anche nell’approccio e nella voglia di vivere nuovamente un tipo d’avventura che da tanti anni non si vedeva, men che meno realizzato in quest’ottima maniera. Se ci si incancrenisce sugli stereotipi e gli archetipi, non se ne viene più fuori. Se ci si lascia assorbire dalla magia, dall’amore per il cinema, dalla voglia di divertire e far sognare e dalla capacità – buttala – di girare momenti d’azione vibranti, potenti, coinvolgenti e in cui si capisce cosa cacchio accada sullo schermo, beh, sono un paio d’ore da commovente sogno.

L’ho visto a inizio agosto qua a Monaco, subito prima di partire per Colonia, e mi sono tenuto da scrivere il post fino a oggi per stare dietro alle letargiche uscite italiane. Da qui la coincidenza della visione di Attack the Block. Comunque, guardatevelo al cinema, perché se lo merita. E pace per il doppiaggio.

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