Triangle

Triangle (UK/ Australia, 2009)
di Christopher Smith
con Melissa George e dell’altra gente inutile

Ci sono film per i quali anche il solo fatto di accennare all’esistenza di un importante colpo di scena significa dire troppo. Fare un spoiler. Perché se sai in partenza che a un certo punto succederà qualcosa in grado di sconvolgere completamente quanto ti hanno raccontato fino a lì, beh, è davvero facile ritrovarti nella condizione di sgamarlo ben prima. Anche involontariamente. L’approccio, lo stato mentale, contano troppo. Se passo due settimane a sentirmi dire da tutti “non capirai mai chi è l’assassino”, appena vedo apparire sullo schermo il tizio zoppo, un po’ fesso ma tanto buono non posso fare a meno di considerarlo il primo sospetto. O, perlomeno, con me funziona in questo modo.

Triangle non è uno di questi film perché non c’è un vero e proprio colpo di scena che si manifesta all’improvviso e stravolge tutto. Qualcosa viene svelato, da qualche parte verso metà, ma in maniera poco chiara, ancora tutta da capire e fra altro suggerita fin dai primi minuti. Si fa sgamare in fretta e lo fa volontariamente, perché non è certo lasciarti di sasso con la rivelazione improvvisa, il punto. Il punto è che il colpo di scena in Triangle dura tutto il film, dall’inizio alla fine, si dipana piano piano e si racconta in maniera quasi perfetta, al di là di qualche forzatura serenamente perdonabile nella sorprendente visione d’insieme.

Pulito, preciso, sostanzialmente impeccabile nella direzione, nella scrittura e nella messa in scena, interpretato in maniera adeguata da un manipolo di facce anonime su cui svetta il reggiseno di Melissa George, Triangle è un horror intelligente e interessante. Non di quelli “ti sfrutto il genere per raccontarti ben altro, fra politica, storia, disagio sociale e grandi temi”, ma di quelli “guarda che idea figa che ho avuto e soprattutto guarda come te l’ho sviluppata bene”. Non è il primo e non sarà l’ultimo film a raccontare questo tipo di storia, ma lo fa bene, e questo conta. Volendogli trovare un difetto, sta proprio nel suo essere forse interessato a fare solo questo.

Fin dai primi minuti c’è il sospetto che a Triangle non interessi poi tanto essere un film horror, o che sia troppo impegnato a far quadrare tutto per riuscirci fino in fondo. Certo, ci sono tante classiche situazioni che dovrebbero far paura, c’è l’assassino incappucciato, c’è del sangue e c’è della gente che scappa in preda al panico, ma le sensazioni sono più di straniamento, di mistero da svelare, di curiosità per cosa stia realmente accadendo. E quel minimo di tensione svanisce completamente nel nulla una volta scoperte le carte, perché davvero non c’è più da aver paura.

È un problema? No, non è necessariamente un problema, perché il meccanismo funziona benissimo, la voglia di far quadrare i pezzetti va subito alle stelle, e l’atmosfera da destino ineluttabile e crollo nel vortice della follia cresce senza tregua, regalando tutto sommato anche un filo d’ansia. Mancano un po’ di emozioni forti, di visceralità, perse negli ingranaggi dell’esperimento d’autore. E magari, chi ha avviato la visione aspettandosi tutt’altro può rimanerci male. Ma ci si può benissimo accontentare.

L’ho visto in lingua originale e in ottimo Blu-Ray, comprato su Play.com perché il Cego insisteva che bisognava guardarlo e in Italia ‘sto film non è mai arrivato. Ne parleremo nel prossimo Tentacolo Viola, immagino. Si registra domani sera.

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