Il segreto dei suoi occhi

El secreto de sus ojos (Argentina/Spagna 2009)
di Juan José Campanella
con Ricardo Darín, Soledad Villamil, Pablo Rago, Guillermo Francella

Il segreto dei suoi occhi è un film convinto di essere molto bello, molto ben scritto, molto ben recitato, molto ben diretto. Ha anche convinto parecchia gente di questa cosa, tanto da arrivare a vincere l’Oscar per il miglior film straniero sopra a Il nastro bianco (santoddio) e a Il profeta (che non ho visto). Poi, ok, lo capisco anche, è sicuramente un film più facile e vendibile, e se hai dato un Oscar a Roberto Benigni non lo vuoi dare a Juan José Campanella? Certo che glie lo dai. Però anche no, eh, essù.

Il campanello di Campanella, comunque, non ha convinto solo chi l’ha votato nell’Academy, ma pure quelli che gli han fatto raggiungere 8.4 su IMDB, quattro stelle su Flixster e chissà quali altri mirabolanti risultati altrove. È piaciuto pure a Roger Ebert, che gli ha messo quattro stelline e ha argomentato per benino. Quindi probabilmente non capisco nulla io e potremmo chiuderla qui. Ma io non la chiudo qui. Proprio per niente. Perché senza tutti quei pareri positivi, avrei creduto a quell’aria da Ispettore Derrick che avevo respirato guardando il trailer e me ne sarei rimasto a casa. E invece no, mi ci avete fatto andare. E adesso ve la beccate, la mia sbrodolata.

Parliamo, per esempio, di come è scritto, questo film. Che all’inizio ti fa pure quasi credere sia intelligente, col modo in cui si ride addosso su quella voce narrante pomposa e leccatina, ma poi parte per la tangente del melodramma con la musica tutta intensa e le mezze frasi e le coincidenze che tarpano le ali all’amore che neanche in una canzone di Alanis Morissette e gli sguardi languidi e lei che corre dietro al treno e come si fa a vivere una vita vuota e guarda io non lo so però forse lo preferirei rispetto a star qui a guardare la tua faccia da fesso che si spara le pose. Mi dicono che la faccia non sia da fesso e che sia pure un bell’uomo. Non so, a me sembrava avere il carisma del mio divano. Quello che non si regge più in piedi ed è pure stato pisciato e squartato svariate volte dal gatto.

Oltretutto, questo grande avvocato / detective abile con le donne più o meno come Yota Moteuchi è pure convinto di stare in un film di Quentin Tarantino. Anzi, in un film di un fan di Quentin Tarantino. Che ha quindici anni. E sta girando la scemenza coi suoi compagni di classe perché da grande vuole fare il regista. E quindi dice tante parolacce. E a un certo punto ci regala tutta una corposa riflessione sui vari tipi di coglioni che ci sono al mondo (alcuni fanno la cacca). Del resto, in questo film c’è della sottile ironia. Lo dimostra in abbondanza quella sagoma della spalla comica (ma anche un po’ drammatica, perché le spalle comiche moderne sono alcolizzate pesanti). E che succede, alla spalla comica, in qualsiasi poliziesco che si rispetti? Bravo, hai indovinato. Solo che questo poliziesco non si rispetta, quindi la spalla comica ti sta sui maroni, quindi non ti dispiace per niente. Anche se quella scena è ben diretta.

Che poi, ecco, ‘sto Campanella è pure discreto. Qualche bello sguardo ogni tanto te lo piazza, anche se magari alla centododicesima inquadratura da sotto il posacenere ti chiedi se stai guardando In the Mood For Love e alla ottocentesima ti viene il dubbio di essere tornato a villa Derceto. Per non parlare poi di quel modo così sottile e uau in cui ti fa il parallelo fra gli sguardi del protagonista e quelli del maniaco sessuale assassino stupratore. Perché in fondo siamo tutti arrapati. E sì, poi c’è il piano sequenza clamoroso dello stadio. Che è piano sequenza finto e poco emozionante, però la sua scena la fa. E sta lì apposta per quello, no? Fare scena.

Del resto, le cose che devi fare per essere un film bello, rispettato e amato nei salotti bene mi sembra ci siano tutte. C’è il piano sequenza figo (ma finto e poco emozionante), c’è l’autoironia, c’è il tono crudo e drammatico che ti spezza il sorriso sulle labbra e ti fa riflettere, c’è il sottotesto politico che non serve a una sega ma ti mette nella posizione dello stronzo se non ti è piaciuto il film, ci sono un po’ di frasi impegnative dette con sguardo intenso e a un certo punto si vede il cazzo.

E in più alla fine c’è il colpo di scena. Che sarebbe anche abbastanza sorprendente, essendo di quelli “ti ho fatto capire che qualcosa non torna, ma non ti ho dato abbastanza indizi da capire cosa”, ma introdotto da quella specie di spiega col montaggio veloce e la faccia da trota che ci illumina col suo sguardo, davvero, non si può vedere.

Insomma, Il segreto dei suoi occhi mi ha fatto piuttosto cacare. Anche se Soledad Villamil è gnocca e brava. E io lo sapevo, che mi avrebbe fatto cacare. Ma non mi sono creduto.

Magari è colpa del doppiaggio italiano, che non è neanche del tutto malvagio, pur con qualche interpretazione agghiacciante (la vecchia al telefono, per la madonna). Ma tanto in spagnolo non ci avrei capito nulla.

2 pensieri riguardo “Il segreto dei suoi occhi”

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