Shutter Island

Shutter Island (USA, 2010)
di Martin Scorsese
con Leonardo Di Caprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Max von Sydow, Michelle Williams

Shutter Island è, tanto per cominciare, il primo film di Martin Scorsese che non mi lascia addosso una sensazione “meh” dai tempi di Casino. Oh, son passati quindici anni, hai detto niente. Questo non significa che sia uno Scorsese ai suoi massimi livelli, o che sia un capolavoro. Proprio per niente. Però è un bel film, che mi sono goduto dall’inizio alla fine, che ha momenti davvero memorabili e che, insomma, mi ha dato soddisfazione. Boh, sarà anche che gioca con il mio genere preferito, vai a sapere.

Comunque, pare che il problema di Shutter Island sia che si sgama il colpo di scena a metà film. Io, pensa, l’ho sgamato nei primi cinque minuti. Quando i due protagonisti scendono dalla barca, per capirci. Ok, è successo probabilmente perché sapevo che c’era un qualche colpo di scena da sgamare, ma in ogni caso è successo, e ho passato praticamente tutto il film sapendo cosa m’avrebbero svelato a un certo punto. È stato un problema? No, visto che mi è piaciuto lo stesso da matti. Anzi, mi son goduto di più tutto quel lavoro di regia e di cura per il dettaglio messo in scena da Scorsese. Quelle cose per cui tipicamente si dice: “Vorrei guardarlo di nuovo per farci caso”.

Ora, data la premessa, facciamo che non ho proprio voglia di girare attorno alle cose ed evitare gli spoiler. Quindi, chi non vuole sapere cos’è ‘sta roba che ho capito dopo cinque minuti smetta di leggere dopo questo paragrafo, sapendo che Shutter Island è un gran bel film, con una splendida atmosfera, una fantastica sensazione di degrado costante e di continuo scivolare verso la follia, un fortissimo e per nulla sterile spirito cinefilo, delle sequenze oniriche dal fascino pazzesco, degli ottimi interpreti, qualche idea di sceneggiatura molto raffinata, un paio di spiegoni finali forse eccessivi ma che in effetti chiariscono altrettanti concetti non semplicissimi, un finale, quello sì, bellissimo e un regista che sembra dire: “Ora gli spiego io a ‘sti stronzetti giovincelli come si fa il film di paura e col colpo di scena. Sì, sto parlando pure con te, indiano”. Ah, occhio: può anche capitare che il taglio cinefilino e il colpo di scena sgamabile ti fottano un po’ il coinvolgimento. A me non l’hanno fottuto, ma insomma, capita.

Dunque, si diceva: Di Caprio in realtà non è più un “federal marshall” da tempo ed è invece un paziente dell’istituto di Shutter Island. Ma per dimenticarsi l’orrore che l’ha portato lì, si è convinto di stare facendo ancora il suo lavoro e s’è inventato una roboante sequela di fesserie a giustificazione della cosa. Fesserie che il personale dell’isola decide di assecondare nell’estremo tentativo di farlo scendere a patti con la realtà. Il film si basa su quest’idea, certo, ma l’apice del racconto non è tanto la rivelazione, che avviene relativamente presto anche per chi non l’ha sgamata in anticipo, quanto piuttosto il tremendo, disperato, cupissimo finale, in cui un Teddy ormai guarito decide di fingersi ancora preda dell’illusione per ottenere il metodo di fuga definitivo. Una cosa poco più che suggerita, ma che tira un ulteriore pugno nello stomaco già indebolito dal precedente gioco di sguardi fra il personale dell’istituto, convinto che il loro lavoro sia tragicamente fallito.

Per il resto, fra quello sbarco sull’isola e quella terribile conclusione, c’è un film diretto con mano divina, che elargisce atmosfera a pacchi e generose manate, che dipinge un’immagine abbagliante dietro l’altra, che regala tanti piccoli e gustosissimi dettagli (sì, sì, il bicchiere, quello l’han visto tutti), che parla della morte di giovani virgulti con una forza e una sincera tranquillità non esattamente all’ordine del giorno nel cinema hollywoodiano. E che si interroga in maniera amara e fortissima sul senso di colpa e di accettazione, mostrando un protagonista che fugge dalla consapevolezza di aver in qualche modo permesso alla moglie di fare ciò che ha fatto e che arriva addirittura a inventarsi dal nulla un dolore fittizio, un malessere da reduce di guerra costruito a tavolino nel laboratorio della sua mente.

Certo, dopo una prima metà dalla bellezza sublime, il film sbanda un pochino, si dilunga in alcuni passaggi, ma paga anche il coraggio di tentare strade difficili e riesce comunque a percorrerle in maniera eccellente. E poi arriva quel finale lì, con quegli sguardi lì, quell’amarezza lì, quelle decisioni lì. Lì.

Il film l’ho visto in lingua originale al cinema Arcobaleno di Milano, nel contesto del sempre amabile ciclo Sound & Motion Pictures. Stavano insolitamente tutti zitti, al di là delle solite risatine/chiacchiere di chi si sta cacando sotto nei momenti di tensione e vuole nasconderlo facendo il figo. Importanza di guardare questo film in lingua originale? Beh, gli attori sono bravi e se lo meritano, per dirne una. Per dirne un’altra, riporto quanto trovato in coda a questo post: “Ovviamente traduzione e doppiaggio italiani penalizzano pesantemente anche questo film. I piani sonori di un film così ambientale sono – ci scommetto una palla – curati minuziosamente; l’edizione italiana presenta le voci tutte fuori e l’ambiente in cantina, come al solito. Il personaggio del medico interpretato da Max von Sydow è tedesco, e ha un accento tedesco che nel doppiaggio italiano manca del tutto. Questo rende assurda una serie di battute, e indebolisce una parte della trama. Poi, per fare un esempio, se «It’s out of the question» fosse stato tradotto «È fuori discussione» e non «È fuori questione», saremmo stati tutti più felici. Gli errori simili sono numerosi e insopportabili. E non ce ne frega un cazzo del labiale.”

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