Game Pro, una storia vera #2

Qualche tempo fa è stato ospite di non ricordo quale podcast americano (direi 1up o Gamers With Jobs) un giornalista di cui non ricordo il nome. E cominciamo bene. Scorro il colophon di GamePro e mi viene da pensare che si tratti di Mike Weigand, attuale managing editor della rivista. Comunque, non importa. Quel che importa è ciò che veniva detto da questo ospite sconosciuto in quel podcast misterioso. Per esempio che “We don’t write stories anymore”. Ora, forse il verbo non era “write” (do? make?), ma il punto rimane quello: le riviste di videogiochi sono un po’ diventate la discarica del marketing organizzato dai publisher. Si fanno anteprime, interviste, speciali, anteprime, anteprime, speciali, interviste, anteprime, recensioni, anteprime e recensioni, il tutto scritto sulla base di quel che arriva dall’alto.

Occhio, non sto dicendo che sia tutto corrotto (e pagato dall’avvocato Agnelli), dico solo che il grosso del materiale che finisce nella maggior parte delle pubblicazioni nasce in quel modo lì. Il publisher invita all’evento, propone l’intervista, manda il gioco da provare o da recensire e l’articolo vien fuori così. È un po’ scomparsa la voglia di approfondire, di parlare d’altro, di ragionare sugli argomenti, di decidere in autonomia quando pubblicare cosa, di raccontare quel che c’è dietro. Le persone, le storie (per l’appunto), i meccanismi. Ora, tutto questo, il Weigand (o chi per lui) lo diceva ovviamente in riferimento all’imminente rilancio per mano anche sua di Game Pro. Game Pro la rivista americana che sta al numero 259, non quella italiana defunta ormai da tempo.

Insomma, tutto un bel bla bla bla su come avrebbe voluto provare a reinventare una rivista ormai priva di direzione dandole un taglio tutto diverso, tutto nuovo e tutto moderno, magari anche un po’ pop, di sicuro lontano da quel che era la vecchia Game Pro. Voglio dire (e lo voleva dire pure lui): se l’editoria sta morendo, e se la morte va ormai a valanga, perché non provare a fare qualcosa di diverso, che magari potrebbe catturare un pubblico diverso, o recuperare parte del pubblico che si è perso? Male che vada si muore lo stesso, ma almeno ci si è provato. Certo, provarci su un mercato ampio come quello americano e “mondiale” come quello delle riviste scritte in inglese è più facile, ma ci siamo capiti.

Da quando ho ascoltato quel podcast a oggi è passato del tempo e sono successe delle cose. In questo tempo e fra queste cose mi è capitato di capitare sul sito, di GamePro. Quello che sta all’indirizzo http://www.gamepro.com/. Ci sono capitato seguendo un link a un articolo di Leigh Alexander che presentava un punto di vista femminile sulla caratterizzazione di Bayonetta (personaggio e gioco). Un punto di vista interessante, ben scritto e ben argomentato, anche se magari un po’ sopra le righe. E mi son detto: “uhm”.

Un paio di settimane fa, mentre vagavo in aeroporto attendendo il volo di ritorno da San Francisco, m’è capitata l’occasione di acquistare non uno, ma addirittura due numeri di Game Pro. Così, per vedere l’effetto che fa. E ho scoperto una rivista che – chi l’avrebbe detto? – non è affatto male. Cosa contiene, questa rivista? Dunque:
– 92 pagine, pubblicità comprese, che sono pochine, ma sufficienti, visto che…
– … ci sono 5/7 recensioni a numero…
– … non ci sono anteprime (rendiamo grazie al Signore).

Ci sono, in realtà, articoli che si potrebbero considerare anteprime, ma il taglio è abbastanza diverso. Diciamo che li chiameremo “speciali”. Ecco, GamePro è una rivista fatta prevalentemente di speciali. E qualche recensione. E un po’ di altre cose.

Sfoglio il numero 258 e noto che gli articoli sono impaginati in quella maniera un po’ alla Max, alla Slam, alla Wired. Quella maniera che quando la proponevo al grafico di PSM (ciao Vito!) lo vedevo che si bagnava tutto. Quella maniera che quando la proponevo a quell’altra persona lì che non voglio nominare mi diceva che nonono ma sei pazzo le riviste di videogiochi non si fanno così e poi i lettori ci dicono che sprechiamo spazio e la tradizione e la traduzione e ai miei tempi qui era tutta campagna e non si esce vivi dagli anni ottanta.

Poi lo leggo, il numero 258, e ci trovo colonne d’opinione intelligenti, una rivista che cerca effettivamente di fare quel che si diceva là sopra e degli articoli dal taglio – colpo di scena – interessante. Per dire, c’è un’intervista agli sviluppatori di Mafia II in cui si parla di fonti, di lavoro di documentazione, di scelta dei doppiatori, delle difficoltà di scrivere una sceneggiatura per un videogioco, di aneddoti legati allo sviluppo. E non si citano multiplayer, DLC o durata del gioco. Cose da pazzi! Per non parlare poi dell’intervista ai “Tier 1 Operators” supersegretissimi legati a Medal Of Honor. E poi ci sono altri articoli. Che so, uno sul modo in cui viene affrontata la discriminazione razziale nei videogiochi, uno sulla difficoltà nel bilanciare tradizione e innovazione nello sviluppo di Final Fantasy XIII, uno sul “doppiaggio” dei giochi sportivi, uno su Suda 51. E altro. E poi ci sono le (cinque) recensioni, sì, ma i voti non li metto. Tanto non penso sia difficile trovarli altrove. SPOILER: nel numero successivo ce ne sono sette.

Poi leggo il numero 259. Nel numero 259 la posta è interessante. Ci sono addirittura due lettere interessanti. Roba da pazzi. E poi, ci sono ancora colonne d’opinione (fra l’altro variabili: non c’è la stessa gente tutti i mesi), si parla di università, dell’ Independent Games Festival e dello sviluppo indie, c’è un articolo di sei pagine su NeoGAF e c’è un’intervista a Hideki Kamiya (ah, fra l’altro, per chi se lo stesse magari chiedendo: al design di Bayonetta, del personaggio, ha lavorato una donna). Pezzo di copertina è Civilization V. Si parla del gioco, certo, delle grandi novità, ma si parla soprattutto della storia dietro al gioco, di come il giovane studente Jon Shafer si sia ritrovato ad essere pupillo di Sid Meier prima e capo del mondo dello sviluppo di Civilization V poi. E questo articolo, fra l’altro, è – ottimamente – impaginato in quel modo lì che nonono non si fa.

Altro? Altro. Ripercorro un attimo all’indietro la rivista e mi casca l’occhio sull’editoriale, che mi ricordavo interessante. Weigand spiega l’idea di base per questa nuova GamePro, secondo cui ogni numero dovrebbe avere un percorso tematico. Un fil rouge che vada a legare tutti gli argomenti trattati (immagino con la perlomeno parziale eccezione delle recensioni, per ovvi motivi di tempistica). Nel numero 258 si parlava – cito – di “New Beginnings”, mentre in questo numero 259 si discorre dei diversi percorsi che un game designer può seguire per ottenere il successo. Pensa un po’, la rivista a tema. La concept magazine.

Ora, è GamePro la rivista perfetta? No. Fosse anche solo perché non mi sembra che tutti gli articoli siano sullo stesso livello e che, insomma, riesca a mantenersi in maniera costante sui livelli che le sue ambizioni reclamano. È una rivista interessante, stimolante, che prova a fare qualcosa di un pochino diverso dal solito? Sì, dai. È una bella rivista? Avoglia. Sarebbe bello vederla crescere rigogliosa alla faccia di tutto il resto? Certo, ma credici.

Fra l’altro, almeno per quanto riguarda quel che ho giocato, faccio fatica ad essere d’accordo con praticamente ogni singola recensione pubblicata su quei due numeri. Eppure, nonostante questo, o magari anche per questo, GamePro entra al volo nell’ambito club delle riviste che compro ogni volta che ne ho occasione e alle quali dovrei troppo abbonarmi ma caspita costa troppo e poi mi dimentico e poi e poi e poi. Le altre: Duellanti, GamesTM, Internazionale, Edge, Retrogamer, Empire.

7 pensieri riguardo “Game Pro, una storia vera #2”

  1. Qualcuno che ne parla, grande Giopep 🙂 Mi abbonai a GamePro lo scorso gennaio, appena venuto a sapere dello stravolgimento editoriale, e sono assolutamente soddisfatto.

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  2. Non so chi fosse “quella persona lì”, magari ero io. 🙂 O magari no.

    Ma, ad ogni modo, resta una cosa da dire: quando tu proponevi, PSM stava messa bene sul mercato. Poteva essere l'occasione per tentare strade nuove? Forse. Ma è difficile affrontare rischi del genere quando si è quotati in borsa.

    Precisato questo, interessante l'articolo. Era una cosa di cui avrei voluto dire da parecchio tempo, ma alla fine non c'avevo dove dirla. E ora che ce l'avrei sei uscito con questo. 🙂

    Comunque la vedo da un angolo un pelo diverso. Ho la sensazione che il rapporto causa-effetto sia un po' differente. Ci ragiono, magari poi qualcosa scrivo. Se scrivo linko qua. A meno che tu non voglia regalarci il pezzo anche per Daily. 🙂

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  3. Tranquillo, non eri tu. E se ci pensi un attimo dovresti ben capirlo, di chi si tratti. Quello che dopo che se n'è andato io e Ualone abbiamo fatto raddoppiare le vendite della rivista.

    Poi non è che io abbia mai proposto di rivoluzionare la rivista, si parlava solo di far uscire un attimo l'impaginazione dalle solite gabbie, cosa che comunque, seppur in misura minore, si è poi fatta. Sempre dopo che se n'è andato quello là.

    Non mi è chiarissimo a cosa tu ti riferisca con il discorso sulla causa-effetto. Non è che volessi fare particolari analisi, qua, era solo per segnalare una rivista molto valida. 🙂

    Su dailyrando volentieri, è che in 'sti giorni non ho tempo, ma a breve comincio a spammare pure lì. 😀

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