Segreti di famiglia

Tetro (USA, 2009)
di Francis Ford Coppola
con Vincent Gallo, Maribel Verdú, Alden Ehrenreich

Mentre guardavo Segreti di famiglia, pensavo a Bastardi senza gloria. Due film che, pur avendo poco a che vedere l’uno con l’altro, hanno generato in me la stessa sensazione. La sensazione di stare osservando il lavoro di un regista che sa quel che fa e quel che deve fare con la macchina da presa. Che può anche dirigere una puttanata cosmica, ma lo fa in una maniera che comunque mi stampa un sorriso in faccia. I movimenti di macchina, il montaggio, la pura composizione dell’immagine, di cosa mettere qui, lì e là in fondo. Roba che fatta così bene, in questo modo fuori dalla grazia di Dio, non trovo quasi da nessun’altra parte.

Insomma, Coppola non se li inventa più, gli Apocalypse Now, però di sicuro non s’è scordato come fare il suo lavoro. In Segreti di famiglia ogni singola immagine è una bellissima fotografia, messa assieme come meglio non si potrebbe fare, dipinta in quello splendido bianco e nero digitale, che davvero ti mozza il fiato. Solo che non è una fotografia, perché gli ometti si muovono, gli animali zompettano, l’inquadratura si sposta. E come si sposta, mamma mia.

Poi c’è anche un racconto, che è il dramma famigliare di due fratelli ritrovati, del loro ripristinato contatto umano, dei segreti nascosti nel loro passato e tutti legati al tumultuoso rapporto con un padre impossibile. C’è molto di autobiografico, pare, ma nulla di realmente accaduto. “Nothing in it happened, but it’s all true”, dice Coppola, e noi ci fidiamo, perché Segreti di famiglia si racconta con una visceralità e un’intensità che te lo fanno diventare molto, molto sincero, nonostante quella patina d’esercizio di stile che lo ricopre renda il tutto un po’ asettico.

Il problema, se problema dev’essere, è proprio quello. La teatralità eccessiva, sbrodolata, ammorbante, che esplode senza più pudore nell’atto conclusivo e finisce per straniare completamente lo spettatore (o, perlomeno, questo spettatore qui che sta scrivendo). Il racconto svanisce un po’, e rimane solo una splendida messa in scena, che comunque t’ipnotizza e t’affascina, ma un pochino d’amaro in bocca, pure, te lo lascia. Ma ti lascia anche rinnovata fiducia in un autore che credevi perso. Hai detto niente.

Il film l’ho visto in lingua originale con sottotitoli in italiano al cinema Arcobaleno di Milano, nel contesto del sempre amabile ciclo Sound & Motion Pictures. Importanza di guardare questo film in lingua originale? Non saprei, dipende anche un po’ da come han gestito nel doppiaggio il continuo alternarsi di inglese e spagnolo. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Berlin – Black Rebel Motorcycle Club. Masticavo formiche.

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