Capitalismo: Una storia d’amore

Capitalism: A Love Story (USA, 2009)
di Michael Moore
con Michael Moore e un po’ di altra gente

Mi sento un po’ scemo a parlare dello “stile” Michael Moore, del suo modo di girare, esprimersi e raccontare che è sempre lo stesso, sempre efficace allo stesso modo, sempre basato sugli stessi modi di fare e di dire, sempre con quello stesso pizzico di “scorrettezza” nel volerti far incazzare con la musichetta giusta sull’inquadratura giusta, nell’essere magari un pochino troppo furbetto sul suo spingere senza tregua la dimostrazione dell’assunto di partenza. Mi sento un po’ scemo più che altro perché ho visto solo Sicko e Capitalism, quindi magari sto parlando a vanvera. Eh, sì, lo so, lo so, niente Fahrenheit e niente Columbine. Ci ho provato, eh! Li avevo registrati entrambi su Sky. Ma poi mi si è brasato il decoder. Quindi, insomma, magari mi manca la visione d’insieme, però mi sembra comunque abbastanza evidente lo stampino, il modo di fare cinema (sì, perché questa roba, oltre che documentario, è palesemente cinema).

Ed è un bel modo di fare cinema, pur coi suoi limiti e i suoi alti e bassi. Moore non è Morgan Spurlock, parla semplice e chiaro ma non disdegna la citazione mirata e il riferimento colto. Ha qualcosa da dire e lo dice bene. Il suo meglio lo dà forse quando fa il Michael Moore macchietta, quando se ne va in giro a rompere le palle e a fare le domande con spirito bambinesco e ingenuotto, ma nel complesso mi sembra che l’obiettivo, più o meno, lo raggiunga sempre. Obiettivo che, chiariamolo, non è spiegare tutto a tutti sull’argomento in questione. Guardando Capitalism non ottieni una profonda conoscenza dei meccanismi che stanno dietro ai disastri commessi in nome del capitalismo. No, perché magari qualcuno ci crede pure.

Chiudiamo con una considerazione tutta personale – come se quanto scritto prima non lo fosse, tutto personale – sulla reazione viscerale di fronte al Michael Moore “scorretto” di cui si diceva. Guardando Sicko, sei ovviamente colpito allo stomaco da quelle assurde storie di gente lasciata a morire dagli assicuratori cattivi, ma un pochino, almeno un pochino, te ne senti distante, perché in fondo, oh, è uno schifo, ma succede agli americani, mica a noi. Guardando Capitalism, guardando gente sfrattata perché senza soldi, boh, istintivamente, un po’ lo sfintere ti si stringe. Perché se va a puttane l’economia iuessei, con tutti i se e tutti i ma opponibili, non è che nel resto del mondo ci sia troppo da rallegrarsi. No, dico, Tremonti.

Il film l’ho visto in lingua originale con sottotitoli in italiano al cinema Mexico di Milano, nel contesto del sempre amabile ciclo Sound & Motion Pictures. Importanza di guardare questo film in lingua originale? Relativa, per quanto sia sempre affascinante ascoltare le variegate cadenze dell’America Bassa. I sottotitoli danno una mano, anche se pure l’ultimo dei provincialotti parla in maniera sorprendentemente chiara e comprensibile. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Sogna – Ritmo Tribale. Mentre scrivevo questo brutto post mi chiedevo se fosse il caso di andare a mangiare da Burger King.

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