Motel Woodstock

Taking Woodstock (USA, 2009)
di Ang Lee
con Demetri Martin, Henry Goodman, Imelda Staunton, Emile Hirsch, Eugene Levy, Liev Schreiber

L’ultimo film di Ang Lee racconta la tre giorni di Woodstock senza far vedere, se non dalla totale distanza, un singolo minuto di concerto. Mostra il dettaglio dell’esperienza di Elliot Tiber, ingranaggio organizzativo casualmente fondamentale che non andò mai a piazzarsi sotto il palco. Ma nel farlo mette lo stesso splendidamente in scena Woodstock, o comunque una delle sue facce. È così. Ed è bello. Farsene una ragione o accomodarsi fuori dalle scatole, gentilmente, ché qui l’incapacità di capire, intendere e/o volere non è gradita. Il caro Ang (Lee per gli amici), che magari un po’ ‘sta rottura di maroni se l’aspettava, lo fa pure dire chiaro e tondo da Paul Dano nel suo adorabile cameo. O forse non lo dice Paul Dano e lo dice qualcun altro. Non lo so, non mi ricordo, ero assorbito dall’atmosfera del film. Probabilmente stavo sotto acidi pure io.

Ecco, Taking Woodstock magari è il film minore e vacanziero che sembra, ma non è un film piccolo nella misura in cui non può essere piccolo un film tanto bravo a far quel che si propone. Son contorto, ma è contorto il meccanismo: io a Woodstock non ci sono stato, anche perché nel 1969 avevo meno otto anni, ma caspita quanto si sente, si vive, si respira l’atmosfera di un festival rock in questo film. Forse per capirlo davvero è necessario non solo esserci stati, a una roba anche solo minimamente paragonabile a quella, ma pure averla vissuta a pieni polmoni e – soprattutto – averla amata. Il piacere puro di stare lì, di vivere quell’esperienza, Ang Lee me l’ha fatto rivivere seduto su un seggiolino al cinema. Roba che quando esci ti viene l’istinto di grattar via il fango dalle scarpe.

Il film l’ho visto in lingua originale al cinema Arcobaleno di Milano, nel contesto del sempre amabile ciclo Sound & Motion Pictures. Importanza di guardare questo film in lingua originale? Abbastanza, ché c’è tutto un gioioso modo di parlare inadattabile. Senza contare i genitori del protagonista, diamine. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Rebellion – Arcade Fire. L’ho mai detto che gli Arcade Fire sono strepitosi? Lo dico ora: sono strepitosi. Mattia, cazzo, Funeral dovevi almeno citarlo, qua. Mi raccomando nel 2007, eh! Mentre scrivevo questo brutto post sognavo di felafel e Kotobuki (e pure moussaka, dai).

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