Cannes a Milano 2009

Otto film. Solo otto film. Come due anni fa, quando però fui rapito per un weekend dal tifone di Mestre. Mi vergogno di me stesso. Forse è il caso di appendere le occhiaie al chiodo e dedicarmi ad altro. Non dico di voler mirare ancora alle vette da quaranta film dei bei tempi, ma caspita, neanche la doppia cifra ho toccato. E l’ho visto ieri, dopo l’ultimo film, quanto sia diverso. Non mi sentivo provato nella mente e nel fisico come avrei dovuto, e un po’ mi mancava. Ma soprattutto mi mancava quella sensazione di essere arrivato in fondo a qualcosa, quel pizzico di malinconia, di “è finita”. Quel guardare le solite facce allontanarsi pensando che, beh, dai, li rivedo a settembre. Nah, stavo semplicemente uscendo dal cinema, come se avessi appena guardato un film qualsiasi a uno spettacolo qualsiasi.

Di buono, perlomeno, c’è che la censura preventiva ha fatto il suo dovere: ho visto solo roba perlomeno piacevole e addirittura qualche bel film. Fra l’altro, cosa curiosa, tutte pellicole di nazionalità diverse. Però otto. E poi, se vogliamo, il fatto di averne visti solo di piacevoli è pessimo, perché è molto più divertente – e semplice – scrivere insultando le merdate, che parlar di bei filmetti. Probabilmente è anche molto più divertente da leggere. E poi… otto. 😦

Un Certain Régard
Tales from the Golden Age (Romania, Francia)
di Hanno Hofer, Razvan Marculescu, Cristian Mungiu, Costantin Popescu, Ioana Uricaru
Cinque racconti leggeri, autoironici e velati da un filo di profonda amarezza, che parlano dei primi anni di Romania comunista. Leggende metropolitane, dicerie, piccoli miti e squallidi pettegolezzi che superano forse il confine dell’assurdo, ma dipingono un luogo, un momento e un popolo tanto quanto può farlo un melodrammone straziante e asfissiante, senza però grattuggiare gli zebedei. Simpatico, piacevolissimo, incostante come tutti i film a episodi, strappa qualche risata di gusto e lascia addosso un bel senso di fastidio e pesantezza.

Un Certain Régard
No One Knows About Persian Cats (Iran)
di Bahman ghobadi
con Hamed Behdad, Ashkan Koshanejad

La vita per la musica dei ragazzi di Teheran, l’amore, la passione viscerale, la lotta contro un sistema che vuole impedire loro di esprimersi, il desiderio di fuga, l’inevitabile spirale verso il fallimento. Un po’ film di denuncia, un po’ videoclippone sbrilluccicoso, un po’ melodramma e un po’ commedia, un po’ affascinante ritratto di una realtà lontana anni luce, un po’ insopportabile quella specie di Jack Black iraniano, un po’ tutto, ma non abbastanza. Gli inserti musicali spezzano e staccano troppo dal racconto per i miei gusti, ma li si perdona per la splendida confezione che li racchiude. Forse troppo splendida, ecco, che magari, fosse stato un filo più crudo e sporco, quel finale sarebbe anche riuscito a graffiarmi le budella.

Quinzaine des Réalisateurs
J’ai tué ma mère (Canada)
di Xavier Dolan
con Anne Dorval, Xavier Dolan
Premio Art Cinema Award
Premio SACD

Un tuffo nell’adolescenza di un ragazzo canadese, nell’esplorazione della sua omosessualità, nel difficile rapporto con una madre che non può fare a meno di immaginarsi arpia intenzionata a rovinargli la vita. Divertente parziale autobiografia diretta e recitata dal ventenne Xavier Dolan, che cerca troppo lo spunto poetico e si fissa su scene madri e monologhi pretenziosi, ma dipinge rapporti umani credibili e intensi e arriva perfino a buttare qua e là qualche bella idea di regia.

Quinzaine des Réalisateurs
La merditude des choses (Belgio)
di Felix van Groeningen
con Valentijn Dhaenens, Kenneth Vanbaeden, Koen De Graeve
Mention Europa Cinema

A cavallo fra anni settanta e ottanta, la storia di un adolescente belga e della sua stralunata famiglia. La nonna, il padre e i suoi tre zii, tutti uniti da una unica e fondamentale costante: l’alcolismo. Fra gag esilaranti, drammi familiari, litigi e gesti d’affetto, si racconta di quanto un figlio sia costretto a ripercorrere le orme del padre, anche (soprattutto?) quando è l’ultima cosa che vorrebbe fare. Film simpaticissimo, che va via veloce come un soffio e convince grazie al suo spirito rozzo, ruvido, sincero. Quasi commuove, addirittura, quando meno te l’aspetti, mentre fallisce un po’ nei (rari) momenti in cui prova sul serio a far venire gli occhi lucidi.

Bergamo Film Meeting
Cordero de Dios (Argentina, Francia)
di Lucia Cedròn
con Mercedes Moràn, Jorge Marrale, Leonora Balcarce

Nell’Argentina in piena crisi economica del 2002, Arturo, un anziano veterinario, viene rapito. La figlia Teresa e la nipote Guillermina si trovano ad affrontare il dramma della situazione e la difficoltà nel reperire i soldi per pagare il riscatto. Nel mentre, emerge dalla memoria il ricordo dell’esperienza vissuta da Teresa trent’anni prima, quando in piena dittatura militare venne lei stessa rapita dalla polizia a causa del proprio attivismo politico. Denuncia e dramma familiare, conflitti umani, lotta contro gli spettri del passato e l’impossibilità di affrontare i propri errori. Duro, solido, ruvido, un bel film che ha il pregio di non cedere mai al patetismo o alla facile emozione, ma forsanche per questo manca un po’ di potenza drammatica.

In concorso
Gli amori folli (Francia)
di Alain Resnais
con André Dussolier, Sabine Azéma, Mathieu Amalric, Emmanuelle Devos

Resnais è un regista delizioso, che fa film deliziosi, con attori deliziosi e storie deliziose. E Les herbes folles quello è: un film delizioso, divertente, carino, che ammalia col suo spirito leggiadro e sbarazzino. Ti sbatte lì tre o quattro misteri, un paio di storie d’amore e mezzo dramma. Racconta tutto col solito stile originale, che dona la parola ai pensieri della gente e li mostra in fumetti fluttuanti. Infila lì, così, in maniera appena appena demenziale, una colonna sonora assurda firmata Mark Snow e uscita per direttissima da un qualsiasi episodio di X-Files. Ti abbandona all’improvviso, con un finale delirante, piazzandoti sulla testa un colossale punto interrogativo. Stralunato, scombinato, incomprensibile, adorabile.

In concorso
Il nastro bianco (Austria)
di Michael Haneke
con Ulrich Tukur, Christian Friedel, Leonie Benesch
Palma d’Oro
Premio FIPRESCI della critica internazionale

Non so bene come faccia, ma Haneke riesce a toccare le mie corde in una maniera tutta particolare. Mentre guardo un suo film lo trovo miserabilmente lento, a livelli quasi insopportabili. Eppure ne rimango rapito, non mi annoio neanche per un attimo, resto ipnotizzato da queste immagini splendide, dipinte con una precisione assurda. Mi faccio trasportare nei mondi e nelle persone che racconta, vivendone con angoscia drammi lontanissimi, paradossali, che non ho modo di sentire vicini. Questo, per me, Haneke fa benissimo: ti fa viaggiare nella sofferenza altrui, te la fa vivere, la rende tua e te la lascia addosso. E poi ti abbandona, senza risolvere, senza dare speranza, senza fornirti neanche un appiglio, una via di fuga, un modo per uscirne. Così, a mollo.

In concorso
Il mio amico Eric (GB, Francia, Italia, Belgio, Spagna)
di Ken Loach
con Steve Evets, Eric Cantona

Oh, ma guarda che bel Ken Loach, simpatico, leggiadro, divertentissimo nell’aggrapparsi all’ossessione di un uomo per Eric Cantona e sfruttarla per raccontare con toni da commedia una storia d’amore, pentimento, sensi di colpa, resurrezione. Una favoletta ancorata alla realtà nella caratterizzazione di quasi tutti i personaggi ma fluttuante fra le nuvole negli sviluppi dell’esile intreccio, con un adorabile Cantona nei panni di se stesso e una serie di attorucoli/caratteristi brit che ti fanno innamorare al primo sguardo. Semplice, piacevole, certo furbetto, ma sinceramente dolce. E mi ha fatto chiudere la rassegna con un bel sorriso commosso.

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