Franklyn

Franklyn (Francia/GB, 2008)
di Gerald McMorrow
con Eva Green, Ryan Phillippe, Sam Riley

Che vuoi dire, di un film come Franklyn? Che puoi dire, di un film come Franklyn? Vediamo, posso dire che è un film che mi è stato un pochino sulle palle, perché un personaggio come quello di Eva Green mi sta per forza sulle palle, anche se, ehm, Eva Green, sulle palle, buttala, come immagine. Però devo dire che è anche un film che in fondo mi sta simpatico, perché fa un po’ quel che gli pare, fregandosene di tutto e tutti. Va avanti per la sua strada, lento, incasinato e palloso, senza spiegare nulla, buttando lì qualche indizio, certo, ma di fatto impegnandosi a non far capire una fava di niente fino a, boh, quindici, venti minuti dalla fine.

È un pregio? È un difetto? A occhio, direi che è semplicemente Franklyn. Un film che la butta sul “non facciamo capire un cazzo fino a che non decidiamo di spiegarlo” ma, sotto il casino, non sembra avere molto da dire. Sì, ok, c’è una riflessione sulla fantasia, il chiudersi in se stessi, l’arricciamento e la fuga dalla realtà, che per quanto banale è sempre intrigante. Ma che altro c’è, poi? Un paio di trovate visive gradevoli (ma anche una regia di un piatto che non ci si crede) e quattro scemate recitate dalla boccuccia di Eva Green. Fine.

In più, si diceva, è un film barboso. Il ritmo lento, a casa mia, non è un problema, anzi, qua ci si annoia con gran fatica. Ma Franklyn, soprattutto nella prima parte, mi ha veramente messo in crisi. Sarà che non mi sembrava fosse in grado di far vedere o di raccontare nulla d’interessante, a parte i poliziotti con la tuba, delle scenografie quasi azzeccate e, ehm, Eva Green? Pure il finale melodrammatico con l’incontro sotto la pioggia, m’è parso moscio. E io son parecchio sensibile, eh, ai finali melodrammatici con l’incontro sotto la pioggia!

Epperò, non so, non me la sento di dire che non vale la pena di guardarlo, perché in fondo un paio di cose interessanti le fa, e altrettante ne dice. Certo, magari non vale la pena di tornare a casa completamente inzuppati dai monsoni dell’aprile milanese, pur di vederlo.

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