Rachel sta per sposarsi

Rachel Getting Married (USA, 2008)
di Jonathan Demme
con Anne Hathaway, Rosemarie DeWitt, Mather Zickel, Bill Irwin, Debra Winger

È forse banale sottolinearlo, ma l’esperienza nel mondo del documentario fatta da Jonathan Demme nei due anni precedenti all’uscita di Rachel sta per sposarsi non può che avere un peso nella stessa natura di questo film. Film che è, di fatto, un “finto” documentario, un viaggio all’interno di un matrimonio e di tutto il microcosmo che gli ruota attorno, fatto dell’orchestrina che suona, del corteo di parenti e amici, di balli, feste e canti, ma anche di lacrime, rancori sopiti e fastidi nascosti, della rompicoglioni di turno che prova a rovinare la festa e della gioia che si cerca di far emergere a tutti i costi, magari anche forzandola e rendendola posticcia.

Il matrimonio di Rachel è il vero protagonista del film e si racconta in maniera splendida, appoggiandosi sull’utilizzo del digitale e di quel look da filmino amatoriale, ma mescolando mille tecniche diverse, spezzando la narrazione con continui cambi di registro e sfruttando in maniera meravigliosa la colonna sonora interamente costituita da musica suonata dai personaggi stessi. Demme gironzola nella casa, scivola fra i personaggi, si affaccia a una finestra e sbircia di soppiatto, rende lo spettatore un invitato al matrimonio e gli regala la sensazione di essere davvero lì, in mezzo a quelle persone e alle loro forti emozioni.

E nel farlo confeziona un bel film fatto di personaggi e delle loro storie, di interpretazioni tremendamente efficaci e sentite, di scrittura eccellente, viva, realistica. Quel classico dire cose già dette mille volte da altri, ma farlo in maniera tanto vibrante da risultare comunque nuovo, degno, forte. Rachel sta per sposarsi è un bel turbinio di emozioni che si rincorrono, di amore fortissimo e straripante, di sensi di colpa violentemente estorti a chi vorrebbe tenerli nascosti, di agonizzante tristezza e malinconia sbattute in piazza come solo un conflitto famigliare può fare. Commovente, spiazzante, coraggioso, splendido.

Resident Evil: Extinction

Resident Evil: Extinction (USA, 2007)
di Russell Mulcahy
con Milla Jovovich, Ali Larter, Oded Fehr, Iain Glen

Non credevo fosse possibile, ma il terzo film di Resident Evil è perfino peggio del secondo. Certo, qui non c’è un cattivo dei Power Rangers che gira per la città sparando razzi dal braccio in attesa di fare a cazzotti con Milla Jovovich, ma c’è una roba di una piattezza tale che, sbaglierò, ha finito per piacermi addirittura meno rispetto al pessimo ricordo che ho del precedente film. Il nulla assoluto, novanta minuti di una mediocrità e una pochezza imbarazzanti, completamente derivativi, privi di mordente, di atmosfera, di divertimento.

Certo, ci sono due belle gnocche, la scena dei corvi è quasi guardabile e il nerd (non troppo) nascosto in me può trovare sfizioso vedere in azione Claire, Wesker e il Tyrant, ma mi pare un po’ pochino, anche perché ci sono pure una serie di momenti da antologia del ridicolo e forse gli zombi più brutti nella storia del cinema (perlomeno di quello a budget medio-alto). Al confronto di questa roba, il primo film – comunque a modo suo degno e interessante – svetta come un vero capolavoro. E non è che ci sia molto da aggiungere, se non che l’idea del previsto quarto episodio comincia a sembrarmi un po’ patetica.

L’ultimo re di Scozia

The Last King of Scotland (USA, 2006)
di Kevin Macdonald
con James McAvoy, Forest Whitaker, Kerry Washington, Gillian Anderson

L’ultimo re di Scozia racconta di Nicholas Garrigan, un giovane, smargiasso e incosciente medico scozzese neolaureato, in trasferta nel cuore dell’Uganda per fare esperienza (di vita e di lavoro) sul campo. Nel corso del suo soggiorno, Garrigan entra in confidenza con il presidente Idi Amin, appena salito al potere tramite un colpo di stato e intento a promettere un futuro migliore per il suo popolo. Attraverso il rapporto di collaborazione e amicizia che si viene a creare fra i due, il regista Kevin McDonald prova a offrire uno sguardo indiscreto su questo dittatore e sul suo paese.

Gli ottimi James McAvoy e Forest Whitaker, da soli, meritano davvero la visione di questo film. Il problema è che non vanno molto lontani dall’essere anche la sola ragione per cui valga la pena di guardarlo. Se da un lato c’è una prima parte affascinante, interessante, che mescola con gusto uno stile ai margini del documentario e un impianto narrativo da film di genere avventuroso e sbarazzino, dall’altro c’è una seconda metà marchiata a fuoco da una (quasi) rovinosa caduta nel reame del ridicolo.

Purtroppo l’intero film viaggia su binari di prevedibilità estrema, seppur mantenendo un suo stordente fascino grazie alle belle immagini e alla interpretazione strabordante, mostruosa, fagocitante di Whitaker. Dal momento in cui s’infila di mezzo la tresca amorosa, però, con tanto di scopata al muro nell’oscurità, tutto deraglia e ci si tuffa in una sorta di thrillerino moscio e poco coinvolgente. E alla fin fine del film rimangono in testa giusto qualche paesaggio e la prova di Whitaker, splendido, affascinante, compagnone, pazzo, isterico, criminale, adorabile, amichevole, assassino, torturatore, dittatore, gentile, amorevole, onorevole, spiazzante, schizofrenico, traditore, crudele, impossibile uomo da cui non si può che essere attratti ma dal quale si può solo scegliere di fuggire.

Prison Break – Stagione 2

Prison Break – Season 2 (USA, 2006/2007)
creato da Paul Scheuring
con Wentworth Miller, Dominic Purcell, William Fichtner, Robin Tunney, Amaury Nolasco, Peter Stormare, Wade Williams, Robert Knepper, Sarah Wayne Callies, Paul Adelstein, Rockmond Dunbar

Il primo episodio della seconda stagione di Prison Break non è niente di speciale. Fa anzi subodorare che toccherà quanto avvenuto nel corso del primo anno, con un crescendo un po’ lento e una vera esplosione degli eventi rimandata di (almeno) cinque o sei puntate, come del resto accade fin troppo spesso nei serial da oltre venti episodi. Diventa quindi ancora più fondamentale che questo primo episodio si chiuda in quel modo, con la morte improvvisa di uno dei personaggi principali. Così, a muzzo, una roba del genere mi viene in mente di averla vista solo in avvio della seconda stagione di Buffy, ma comunque lì non avveniva così presto e, soprattutto, non si trattava di uno dei protagonisti “positivi”, anche se era un personaggio fisso della prima annata.

Con questa mossa gli autori stabiliscono uno standard, tracciano una soglia di “sicurezza” al di sopra della quale, per ovvi motivi, si trovano solo Scofield e Lincoln. I personaggi minori da eliminare sono terminati e ora tocca ai pezzi grossi. Tutti sono sacrificabili. Tutti possono lasciarci le penne. E molti di loro lo faranno, con un bodycount in continua salita, inarrestabile, che non lascia fiato e tiene alta la tensione fino alla fine, talvolta accanendosi su vittime un po’ telefonate, talvolta lasciando abbastanza di stucco.

Tutto questo è ovviamente fondamentale nel momento in cui si vuole impostare un intero ciclo da ventidue episodi su un gruppo di protagonisti in fuga, ciascuno coi suoi obiettivi e le sue motivazioni, ma tutti uniti dal pericolo costante. Da una parte le forze dell’ordine, che vogliono sbatterli di nuovo in cella per poi buttare via la chiave, dall’altra la fetida Compagnia, che vuole buttare direttamente via loro.

Ne nasce un serial d’azione frenetico, appassionante, che nei suoi momenti migliori incolla letteralmente allo schermo per il crescendo di tensione. Dopo una serie di episodi deboli, troppo giocati sui soliti, prevedibili colpi di scena (ti faccio credere che li stanno per beccare, ma poi ti “sorprendo”), gli eventi decollano quando prende ritmo la sfida d’arguzia fra Scofield e Mahoney. Lì questa seconda stagione offre il suo meglio, nell’andare a riprendere il delirante turbine di cazzate che il primo riesce a inventarsi per uscire dai guai e nel mettergli questa volta di fronte col secondo un avversario ben più che all’altezza.

Ma un altro gran pregio del serial sta sicuramente nella ricerca di un certo candido ed epico eroismo, nell’afflato cavalleresco che certi personaggi, di tanto in tanto, riescono ad assumere, nella caratterizzazione tutt’altro che povera nascosta sotto una facciata di macchiette banali. Il massimo del coinvolgimento emotivo Prison Break lo tira fuori quando la butta sul romanticismo estremo, sia esso quello dell’amore fra Scofield e Sara, dei sacrifici di un padre per la sua famiglia, della crisi di coscienza di un uomo che ha visto e fatto di tutto.

Dove invece questa seconda stagione fallisce è nel pessimo arco finale di episodi. Quando si stanno tirando le fila di tutti i discorsi, quando ciascuno dei piani narrativi sta giungendo alla sua bella e giusta conclusione, ecco che all’improvviso si inseriscono una sfilza di minchiate e forzature a caso, appiattendo mostruosamente il comportamento di almeno tre o quattro personaggi per inventarsi un seguito e andare avanti a mungere la vacca.

E ne esci fuori certo con la curiosità di vedere cos’altro s’inventeranno, come proseguiranno le storie di personaggi a cui ti sei affezionato, ma anche con in bocca un retrogusto amaro, flaccido, quasi marcio. E, oltretutto, la consapevolezza che anche nella terza stagione ti dovrai sorbire l’idiozia di Sucre e il rincoglionimento di Lincoln, che quando s’incazza è pure figo, ma passa il tempo a fare sempre e costantemente la mossa peggiore. In ogni singola situazione. Eccheccazzo.

P.S.
Mi segnalano che Jodi Lyn O’Keefe è nella terza stagione, non nella seconda. Ho corretto di conseguenza. Devo dormire di più.

Reign Over Me

Reign Over Me
di Mike Binder
con Adam Sandler, Don Cheadle, Jada Pinkett Smith, Liv Tyler, Saffron Burrows

La metabolizzazione di quanto accaduto l’11 settembre 2001 passa anche per un film come questo, che sfrutta quella tragedia come spunto narrativo, vi costruisce attorno l’essenza stessa di un protagonista, ma evita di immergersi nel melodrammatico patriottismo. Quanto avvenuto all’aereo su cui l’intera famiglia di Charlie Fineman ha perso la vita è un tragico evento come se ne verificano tanti. Se si fosse trattato di uno schianto in macchina o un terremoto, nell’economia di Reign Over Me sarebbe cambiato poco o nulla.

Al centro dell’attenzione nel film di Mike Binder c’è invece la relazione che si crea fra Charlie, un uomo che ha visto la sua vita polverizzarsi fra le proprie mani, e Alan Johnson, un dentista in piena crisi di mezz’età che non riesce a trovare soddisfazione nella sua vita apparentemente perfetta. I due si incontrano per caso e fra diffidenze, incomprensioni, difficoltà, finiscono per aggrapparsi l’uno all’altro e costruire una relazione intensa e bella. Bella non solo per loro, ma anche per chi osserva l’ottima prova di due attori azzeccatissimi e forse un po’ sottovalutati.

Il mio ragazzo Adam Sandler, con quel suo fare sbiasciato e timido, veste a meraviglia i panni di Charlie e trascina di forza all’interno della sua storia. I suoi duetti con Don Cheadle, lo sviluppo del loro rapporto, l’attenzione ai dettagli, alle sfumature, valgono da soli il film. Anche perché nella seconda parte, dopo aver sviluppato per benino il rapporto fra i due, il tutto si instrada su binari un po’ troppo canonici e prevedibili, col processo, i contrasti e l’inevitabile intenso momento di sbrocco umido con la confessione.

Binder, però, mantiene sempre un ottimo senso della misura, sdrammatizza infilando toni più leggeri quando servono e non esagera mai nel cavalcare il patetismo. Ne esce fuori un film piccolo e intenso, che colpisce con momenti davvero strazianti, riesce a infilare un pizzico di delicata e tragica ironia nelle scene più drammatiche e non straccia i maroni quando scivola nel luogo comune, cavandosela anzi alla grande anche nei passaggi più delicati. Se proprio c’è un limite, sta nella sua maggior forza, nei due strepitosi protagonisti che rubano la scena e rendono di fatto marginali quasi tutti gli altri personaggi. Però c’è Vedder che canta Townshend, quindi gli si perdona tutto.

Caramel

Sukkar Banat (Francia/Libano, 2007)
di Nadine Labaki
con Nadine Labaki, Yasmine Elmasri, Joanna Moukarzel, Gisele Aouad, Adel Karam, Sihame Haddad, Aziza Semaan, Fatme Safa, Dimitri Stancofski, Fadia Stella, Ismail Antar

Amori, valori, odori, colori, vita, sensazioni, sei donne le cui vite si arrotolano e s’intrecciano attorno a un centro estetico dalle cerette al sapor di caramello. Caramel è, banalmente, un film da festival, realizzato però con un gusto e una cura abbastanza alieni alle depressate nostrane e in grado quindi di destare un minimo d’interesse nel sottoscritto. Si parla d’amore, sesso, religione senza sbattere in faccia filippiche insostenibili e senza mai salire sul palchetto per fare la predica.

Nadine Labaki lavora su piccoli sguardi d’intesa, sorrisi accennati, sogni infranti e desideri inconfessabili, narrati con toni caldi, romantici e ironici. Un po’ ammiccante e furbetta, gradevole e non particolarmente sfrangipalle, probabilmente sopravvalutata, la regista libanese firma un film interessante e abbastanza riuscito, anche se forse ha il limite di non saper dosare al meglio i suoi ingredienti e dare troppo spazio a personaggi risibili trascurando al contrario gli aspetti più interessanti della comunità che racconta. Rimane comunque un’opera degna, ma che – al contrario di molta gente, se devo basarmi su quanto leggo in giro – fatico a trovare memorabile.

La li lu le lo

Si ricomincia a viaggiare, senza sosta e senza coscienza, lancia in resta e con la voglia di gironzolare e lavorare, ma anche con la consapevolezza che a fine mese mi aspetta un probabile ricovero per disfacimento. Domani, da qualche parte attorno a mezzogiorno, decollo per Montreal. A Milano si torna sabato. Mercoledì prossimo, probabilmente sfatto dal concerto dei Killers della sera prima, parto per Stoccolma. Due giorni dopo, probabilmente sfatto punto e basta, parto per San Francisco, causa GDC. Rientro definitivo fissato per il 28 (o il 29? non ricordo). Nel frattempo, i pochi folli che ci tengono a leggermi con continuità non disperino: son stato colto da fuoco sacro e ho preparato un po’ di roba che sarà pubblicata in automatico da Blogger. Buon Cabela & Rapala a tutti!

Watchmen

Watchmen (USA, 1986/1987)
di Alan Moore, Dave Gibbons e John Higgins
Unica edizione degna di essere letta: la Absolute americana

Ho letto Watchmen per la prima volta da qualche parte all’inizio degli anni novanta. Era l’edizione italiana in volume, probabilmente pubblicata da RCS. Dico “probabilmente” perché non so dove sia finita. Credo di averla prestata a qualcuno che non me l’ha mai ridata (ho giusto in mente un paio di nomi). Non l’ho più riletto e ne ricordavo pochissimo, se non che indubbiamente mi era piaciuto molto, anche se magari all’epoca non avevo esattamente gli strumenti per comprenderne la portata. Di sicuro ricordo che mi annoiavo un po’ a leggere gli intermezzi fra un episodio e l’altro. Anzi, probabilmente qualcuno l’avevo anche saltato.

Son passati tanti anni e se ce la facciamo fra qualche giorno vado a vedermi il film. Film che non ho atteso con la bava alla bocca, perché in un modo o nell’altro, forse per averlo letto troppo presto, forse per il non averlo mai riletto, forse perché chi lo sa, non mi sono mai affezionato più di tanto a Watchmen. E anche perché, diciamocelo, dal trailer sembra 300 con la gente in costume da supereroe invece che da bagno. E a me 300 non è che sia piaciuto molto.

Però, mi dicevo, almeno vado a vedermelo vergine, senza ricordarmi nulla del fumetto, così evito le seghe mentali. E invece, un paio di giorni fa ho deciso che era ora di rileggermelo, ‘sto Watchmen. E di far fruttare i 75 dollari spesi per comprare la Absolute Edition a San Francisco due anni fa. Anche perché, ok, anche solo avercela è bello, fa arredamento, fa colore quando si parla e si può dire “io ho la Absolute Edition, mica cazzi”, però a me le cose che compro piace usarle e consumarle. Anche se magari non sembra.

E così mi sono finalmente riletto Watchmen, in due sessioni a cavallo fra sabato notte e domenica mattina, fermandomi solo perché stavo crollando dal sonno, ma non certo quando mi sono messo a mangiare o a cacare. E fare colazione o sedersi sulla tazza sfogliando quell’incredibile mattone non è per niente facile. Ma è sicuramente più facile che staccarsi dalla lettura di quell’incredibile capolavoro. Perché la cosa più incredibile di tutte, poi, alla fine, è questa: una volta tanto le impressionanti aspettative non mi hanno fregato e in Watchmen ho trovato tutto quello che speravo e credevo di poter trovare. E se anche il film di Zack Snyder fosse una merda mostruosa, cosa che non penso sia, avrebbe comunque il merito di avermi fatto (ri)leggere questo mastodonte.

Un mastodonte che oltre vent’anni dopo magari non conserva lo stesso impatto corrosivo e di totale destrutturazione del fumetto americano, non sfoggia la stessa carica di analisi sociale e politica, non sembra più completamente “nuovo”, folle, eversivo, rivoluzionario. Ma in fondo ha anche addosso vent’anni di narrativa mondiale influenzata e pervasa a più livelli, continua a spingere ed esprimere riflessioni profonde, importanti, commoventi sulla natura stessa della vita, dell’universo, di tutto quanto e, diciamocelo, nella sua analisi del sociale, della politica, del mondo demmerda in cui si vive, non è poi così invecchiato, nonostante Richard Nixon sia ormai poco più che Frank Langella.

E d’altra parte, con tutto quello che sta capitando in ‘sti anni, non mi pare che una possibile fine del mondo autogestita da noi stessi sia meno probabile rispetto a quando Alan Moore s’immaginò il polipone. Certo, dopo l’undici settembre il polipone sembra molto meno assurdo e scioccante, ma in fondo funziona ancora, magari in maniera diversa, nella maniera in cui ti porta alla memoria devastanti spettri di qualcosa che dopotutto è ancora bello limpido nel ricordo.

Limpido come è limpida, scintillante, cristallina, la maestria con cui in Watchmen ogni cosa, ogni singola cosa, ogni cazzo di virgola, di vignetta, di nuvoletta, di tavola, di riga, parola, sfumatura di colore sia perfetta, immutabile esattamente dove deve stare. Tutto è lì, al suo posto, incredibile, meraviglioso nel singolo momento e nel suo intrecciarsi con ogni elemento che gli sta attorno, a formare un mosaico spaventoso, avvolgente, agghiacciante.

Il lavoro sul linguaggio, la perfezione nel costruire ogni anche minimo snodo narrativo, la splendida caratterizzazione di tutti personaggi, il ritmo letargico, compassato, trascinante, in continua crescita, che monta tutta la tensione possibile un pezzo alla volta e ti stronca con quello splendido negarti qualsiasi soddisfazione bassa nel finale. La devastante bellezza con cui ognuno dei dodici episodi ha una sua precisa e distinta struttura narrativa che si incastona a meraviglia con tutto il resto. La lancinante poesia di un uomo nudo e blu che passeggia su Marte riflettendo sul senso della vita. La tragica e malinconica disperazione di un folle che filtra il suo malessere attraverso l’inchiostro sparso sul volto. La tenerezza di uno sfigato panzone sognatore, ingenuo, dolce, innamorato. La tragedia e il miracolo del semplice essere umani e del vivere mostrati in ogni anche minimo personaggio di contorno. La bellezza di un capolavoro senza tempo, che non sono in grado di raccontare come vorrei. Ne ha scritto mezzo mondo, l’hanno fatto sicuramente meglio di me. Una sola cosa conta: leggerlo.