La signora Dalloway


Mrs. Dalloway (UK, 1925)
di Virginia Woolf

Mrs. Dalloway è il racconto di ventiquattro ore nella vita della signorella che dà il titolo al libro, narrate attraverso un continuo flusso di coscienza, che sciorina eventi, pensieri, sensazioni, deliri, a getto continuo e ininterrotto. E se da un lato, inutile negarlo, di ciò che passa per la testa e davanti agli occhi di ‘sta insopportabile donzella degli anni venti me n’è fregato pochino, dall’altro è stato affascinante esplorare la sua visione su un mondo lontano quasi un secolo e farmi trascinare dall’esercizio di stile con cui tutto viene raccontato.

Anche perché in realtà il punto di vista che filtra gli eventi, i personaggi e il mondo non è necessariamente quello di Clarissa, quanto piuttosto quello di un’intera classe sociale, che si guarda intorno esprimendo spocchia e altezzosa superbia, certo, ma anche vivido realismo. Clarissa è un personaggio vanesio, superficiale, insopportabile, ma allo stesso tempo affascinante per la profondità con cui viene tratteggiato. Insomma, Mrs. Dalloway è una splendida testimonianza di come, anche (soprattutto?) quasi un secolo fa in Inghilterra vivesse della gente da abbattere a testate.

E poi, ovviamente, il gusto sta anche e soprattutto nella bellezza della scrittura, nella maestria estremamente moderna con cui Virginia Woolf (nientemeno che nel 1925, mica cazzi) racconta un singolo pezzetto di vita mescolando una miriade di eventi e personaggi, aprendo e chiudendo un breve scorcio su un mondo vivo e solido. Mrs. Dalloway è un diesel: ho letto la prima ventina di pagine chiedendomi che me ne fregasse delle seghe mentali di ‘sta tizia, ma senza rendermene conto mi stavo arrendendo ed ero in procinto di essere rapito. Di essere rapito dai dettagli, dalle idee, dal realismo con cui si dipinge l’assurdità del comportamento umano, dalla cura con cui vengono espressi tutti quei piccoli pensieri che passano per la testa di una persona. Il problema, però, è che non sono mai andato troppo oltre l’essere in procinto. Perché ok la maestria, ok la bellezza della prosa, ok tutto, ma a me, di ‘sta povera fessa di Clarissa, che me ne frega?

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