Phoenix Wright: Ace Attorney – La trilogia

Phoenix Wright Ace Attorney
Phoenix Wright: Ace Attorney – Justice for All
Phoenix Wright: Ace Attorney – Trials and Tribulations

Capcom, 2005/2007
sviluppati da Capcom – Minae Matsukawa, Atsushi Inaba, Shinji Mikami

I giapponesi sono adorabili per il modo in cui se ne sbattono delle convenzioni e praticamente s’inventano un genere per classificare ogni nuovo videogioco che esca anche solo un attimo dal seminato. E così, mentre noi occidentali ci affanniamo a classificare i tre Phoenix Wright come avventure grafiche, o quantomeno evoluzioni delle stesse, loro li chiamano “Courtroom Battle Game”. Ovvio, no? In fondo è questo che si fa in Phoenix Wright. Si investiga in giro raccogliendo prove, si interrogano testimoni e si battaglia a colpi di obiezioni.

E infatti il bello di questa serie, come di parecchi altri titoli per DS, sta proprio nel suo fare genere per i fatti propri. Sicuramente è vero che le sezioni “investigative” ricordano parecchio le avventure grafiche punta e clicca, con il giocatore impegnato a parlare con chiunque gli capiti davanti e ad esplorare da cima a fondo le ambientazioni per trovare prove scottanti. E certo hanno molto di “avventuroso” anche gli sviluppi processuali, fondamentalmente incentrati sull’utilizzo delle risposte giuste al momento giusto.

Ma è il mix a creare qualcosa di folle e completamente fuori dagli schemi. Un mix fatto anche delle assurde regole di gioco e di linguaggio su cui si basa il demenziale mondo di Phoenix Wright. Un universo narrativo in costante e crescente delirio, che col passare dei casi, e degli episodi, mostra personaggi sempre più assurdi e sopra le righe. Nell’avvicinarsi alla serie Capcom non ci si può certo aspettare una simulazione rigorosa di un vero processo, quanto piuttosto una versione simpatica, stupidina, divertente del mondo giudiziario. Una versione comunque governata dalle sue brave regole ferree e punitive, che richiedono solo di saper entrare nella logica perversa che le domina.

Se se ne accetta l’impostazione demenziale e si sopravvive all’incontenibile verbosità, si trova un racconto ricco e pieno di personaggi ben caratterizzati, capace di dipanarsi in maniera coerente nell’arco di una trilogia ottimamente progettata. Il crescendo da un episodio all’altro è ben orchestrato sia negli sviluppi narrativi, sia nel ritoccare con belle aggiunte la struttura di gioco (per esempio i lucchetti psichici che appaiono a partire dal secondo capitolo). E al termine di una vera e propria epopea, quando si affronta l’ultimo caso e, nel momento chiave, i riarrangiamenti del terzo episodio lasciano posto al tema musicale ascoltato sulla primissima arringa di Phoenix, beh, è davvero difficile non gasarsi.

Phoenix Wright, insomma, è un’altra “pseudo” avventura grafica per DS, che prende parecchi elementi classici del genere e li applica a una struttura di gioco particolare e fuori dagli schemi. Dal genere prende anche qualche difetto, per esempio la linearità davvero eccessiva: in più di un’occasione capita di avere l’intuizione giusta, di sapere cosa deve essere dimostrato al giudice, ma di non riuscire a farlo perché l’approccio scelto non è quello previsto dal gioco, o perché gli sviluppatori hanno deciso che la mossa dev’essere fatta in un altro momento.

Nel complesso, però, l’esperienza è davvero divertente e di qualità, senza contare che, per essere un gioco nato su GBA, le potenzialità del Nintendo DS sono ben sfruttate. Si può fare di più, come sicuramente è stato fatto nel successivo Apollo Justice e come del resto dimostra l’interessante caso aggiuntivo sviluppato appositamente per NDS e inserito in coda al primo episodio della trilogia, ma già così non ci si può lamentare: mettersi a gridare “Objection!” mentre si è seduti sulla tazza del cesso non ha prezzo.

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5 pensieri su “Phoenix Wright: Ace Attorney – La trilogia”

  1. L’idea è veramente originale, ed è ciò che mi ha avvicinato alla serie.Tuttavia ho cominciato a sentire la “stanca” già verso 3/4 del primo capitolo, a causa della ridondanza dell’azione che praticamente ti fa assistere sin troppo passivamente ad uno scorrere di dialoghi incessante.Probabilmente la mia scarsa autonomia è dovuta anche al fatto che l’espressionismo bimbesco-demenziale alla japponese non è più nelle mie corde da tempo.Come poi accennavi tu, ogni tanto la soluzione è resa sin troppo cervellotica secondo stilemi che appaiono percorribili probabilmente solo agli sviluppatori.Sarà forse che avevo anche aspettative di alto livello, sta di fatto che sono rimasto un pò deluso, ma ancor più “stancato” dal gioco. Apprezzabile per il suo interagire con un contesto originale, ma che esaurisce forse sin troppo in fretta la sua originalità per rimanere appetibile sul lungo periodo principalmente ai mangaka.

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  2. Ma i mangaka non sono gli autori di manga?Non ti sembra di esagerare? 😀No, comunque, non ci piove che sia necessario apprezzare quel modo di raccontare e non farsi scoraggiare dalla verbosità dei dialoghi. Se si parte da queste condizioni, si trovano dei bei giochi, con un sacco di idee sfiziose e che fra l’altro a ogni episodio aggiungono trovate interessanti (tipo appunto i lucchetti psichici, che entrano in gioco dal secondo capitolo). Però giustamente se quel modo di raccontare frantuma le palle è normale stancarsi in fretta anche perché c’è pure da dire che alcuni “casi” sono obiettivamente meno riusciti e meno interessanti di altri.

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  3. Si, è proprio riferendomi allo stile che ho descritto i limiti del gioco.E' chiaro che a chi apprezza lo stile non pesano così tanto quelle ore di testo.La mole di testo non mi peserebbe se avesse un'altra caratura stilistica.L'altro grande difetto è quello che hai descritto tu: gli enigmi a volte sono sin troppo intuibili, eppure il modo in cui si vuole che tu li risolva è a volte “stralunatico”.Peccato non facciano un Law&Order in versione DSizzata, questo il succo.

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  4. Sì sì, capisco benissimo.C’è anche da dire che lo stile assurdo e demenziale rende più accettabili i compromessi che per forza di cose bisogna inserire in termini di procedure. Un “simulatore di processo” davvero realistico sarebbe folle…🙂

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