Stranglehold

Stranglehold (Midway, 2007)
sviluppato da Midway Chicago/Tiger Hill Entertainment

Lo dico subito: il primo Max Payne l’ho giochicchiato un po’ senza mai mettermici sul serio e il secondo l’ho solo visto giocare da Ualone e Paglianti in redazione. Questo, forse, considerando anche il mio gradire abbastanza una certa cinematografia orientale, mi ha messo nelle condizioni migliori per godermi Stranglehold. Perché sì, per carità, pure a me può dare l’impressione di essere una specie di figlio illegittimo di Max Payne, ma perlomeno la sensazione di déjà vu risulta meno forte che per altri.

Comunque, con Stranglehold, il punto è che si è voluto realizzare una specie di seguito (non del tutto) ufficiale di Hard Boiled, il film la cui trama è “demoliamo quell’ospedale”. E cosa ne è venuto fuori? Ne è venuto fuori un gioco totalmente ignorante, tutto fatto di proiettili, sparatorie, salti, capriole e mosse speciali. Un coacervo d’azione e spettacolo, intervallato da tanti piccoli omaggi alla cinematografia cinese di John Woo e a quel modo delizioso di mettere su schermo spettacolari e dozzinali melodrammi d’azione.

In termini d’atmosfera funziona tutto molto bene. Oddio, l’impressione è che manchi qualcosa, che non si sia riuscito a cogliere in pieno il gusto per l’assurdo e l’esagerazione tipico di quei film, che ci siano di mezzo un po’ troppi creativi occidentali, perché potesse venirne fuori un qualcosa dall’anima davvero “hongkonghese” (hongkonghiana? hongkongara?). Ma probabilmente sono tutte pippe mentali, figlie anche un po’ dell’aura mitologica che i vari The Killer e A Better Tomorrow si portano dietro.

Quel che conta è che con Stranglehold ci si diverte a pacchi, sia dedicandosi al massacro incondizionato, sia provando a giocare con quel minimo di strategia e di attenzione in più richieste dalla ricerca degli achievement. Senza dimenticare il pizzico di varietà che gli sviluppatori si sono sforzati di introdurre con situazioni e ambienti di gioco molto diversi fra di loro e il livello di difficoltà che cresce in maniera solida e armoniosa. Ciliegina sulla torta, un sistema di combo e accumulo delle stesse molto ben pensato, che obbliga a non affrontare tutto il gioco unicamente come sparatoria senza senso e “costringe” a provare tutte le deliranti mosse rubacchiate in giro (e fra carrelli su cui sdraiarsi, lampadari a cui appendersi e minchiate varie su cui correre ce n’è davvero per tutti i gusti).

Tutto quanto poi è infilato un po’ a forza nel solito Unreal Engine, che fa sicuramente il suo sporco dovere nel dare un bel tono massiccio e spettacolare al gioco, pur mostrando qualche impaccio nelle animazioni di personaggi abbastanza legnosi e imbolsiti. Ma ai difetti si sopravvive, e anzi, volendo si potrebbe pure poeticamente pensare che gli impacci tecnologici si allineano a quell’aria da produzione a basso budget, grezza, povera e adorabile, che caratterizzava la cinematografia d’ispirazione. Insomma, Stranglehold non è un capolavoro, proprio no, ma fa estremamente bene quel che si era proposto di fare. Mica tutti ci riescono.

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