My So-Called Life

My So-Called Life (USA, 1994/1995)
creato da Winnie Holzman
con Claire Danes, A.J. Langer, Wilson Cruz, Jared Leto, Devon Gummersall, Bess Armstrong, Tom Irwin, Devon Odessa

La cosa peggiore degli anni Ottanta è che sono andati avanti per buona parte degli anni Novanta. Fa veramente impressione mettersi a guardare un telefilm del 1994 e scoprire che il look, le acconciature, i vestiti dei personaggi sono quelli che mi aspetterei da una produzione del decennio precedente. Immagino sia un problema mio, di memoria selettiva, ma certo è che ci vuole un attimo per abituarsi. Passato quell’attimo, però, ci si può godere un vero gioiello, per il quale tutte le lodi e i rimpianti che si leggono in giro sono assolutamente meritati.

My So-Called Life racconta l’adolescenza con uno sguardo adulto, crea un microcosmo narrativo fatto di credibili persone, non personaggi, che interagiscono fra di loro, dipinge in modo realistico e delizioso la fantastica tendenza a vivere i sentimenti “per assoluti” che hanno i ragazzini e rapisce con la poesia della semplice e complessa quotidianità. Una Claire Danes che così bene non ha probabilmente mai più recitato in vita sua racconta in prima persona le sue giornate, i suoi pensieri, i suoi sentimenti, la cotta per il misterioso Jordan Catalano, il melodrammatico evolversi delle sue amicizie, il bel rapporto coi genitori. Tutta la serie, tranne un paio di splendide puntate “alternative”, passa tramite i suoi occhi e la sua voce, regalando una visione stereotipata nella misura in cui quel che si vive a quell’età non può che esserlo.

Realistico, dolce, a modo suo anche abbastanza crudo, My So-Called Life funziona ancora così bene a distanza di tanti anni proprio perché è pensato e costruito per non essere legato alle mode del momento e per avere una sua efficacissima coerenza. Ogni personaggio è caratterizzato benissimo e ha una sua ricca storia personale, compresi quei genitori che in tanti altri serial fanno da tappezzeria e qui sono invece personaggi ricchi e vivi. Il tutto all’insegna di una ricerca del credibile che si manifesta anche nei dettagli, per esempio nella presenza di un vero e proprio guardaroba per ogni personaggio: invece di tirar fuori a ogni episodio un nuovo abito alla moda, ciascuno degli attori aveva un set di vestiti fra cui scegliere, regalando quindi continuità, credibilità e coerenza anche a questo aspetto.

E del resto la coerenza e il senso di continuità si ritrovano anche nel modo di scrivere, nell’armonia con cui le varie tematiche affrontate vengono inserite all’interno del racconto. Non c’è l’episodio del gay, quello della violenza sui minori, quello della droga e quello della cotta per il figo della classe accanto. Ci sono tante tematiche interessanti, inserite con gusto e delicatezza, portate avanti nell’arco del racconto in maniera coerente e armoniosa. E c’è anche una colonna sonora efficacissima e un bel gusto per l’immagine, con una regia tutt’altro che banale e insolitamente curata per quella che, teoricamente, dovrebbe essere poco più che una sit-com giovanile.

C’è il coraggio di inserire un ragazzo nero e omosessuale fra i protagonisti fissi di un serial TV del 1994, c’è una lunga serie di personaggi a tutto tondo, modellati per non rappresentare uno stereotipo manicheo, ma sfaccettati e dalla personalità interessante. Angela, Rayanne, Brian, Sharon e gli altri non fanno di tutto per risultare simpatici, anzi, finiscono spesso per essere odiosi ed è anche per questo che diventano i meravigliosi personaggi che sono.

E poi c’è ovviamente la tenerezza che solo dei ragazzini di quell’età sono in grado di regalare, per la melodrammatica serietà con cui vivono ogni lotta, ogni battaglia, ogni pensiero. Quella sensazione di portarsi il peso del mondo intero sulle spalle, di affrontare anche semplicemente un enorme brufolo sul mento come se per causa sua non ci fosse un domani. Insomma, un telefilm strepitoso, splendidamente confezionato e raccontato, con diciannove episodi uno più bello dell’altro, a parte forse quello natalizio, decisamente pacchiano (ma comunque importante per il modo in cui andava a introdurre il tema della violenza sui minori)

Fa rabbia il pensiero che un gioiello come questo sia durato solo diciannove episodi mentre Beverly Hills andava avanti per duecentonovantasei. E non è neanche tanto il fatto di voler sapere come sarebbe andata a finire, anche se il finale di questa “prima” stagione te ne mette addosso una voglia pazzesca. Perché in fondo è bello e appropriato che sia una semplice finestra aperta per un breve periodo sulla vita di quelle persone. Il problema è che così è troppo breve. Se ne vuole ancora, se ne vuole di più, come per tutte le cose belle che durano troppo poco.

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3 pensieri su “My So-Called Life”

  1. E’ vero, verissimo purtroppo. Ma forse anche per la sua brevità my so called life c ha insegnato un’altra cosa importante e realistica: che le cose belle sono rare, durano poco, sono intense, e le ricordi per sempre, e vivi alla loro ricerca, o di un qualcosa che le assomigli. ma non ci sarà mai più niente simile…a quello che è stato my so called life. :*

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  2. scusate se casco dalla nuvola dell'ignoranza, ma vorrei sapere come siete riusciti a vederlo visto che in Italia pare non sia mai giunto.
    Se gentilmente mi illuminate sarei bel lieta di vedermi questo tanto acclamato capolavoro anni 90…per nostalgia XD

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  3. Io ho comprato il cofanetto DVD su play.com: ormai, se becchi il momento in cui c'è l'offerta giusta, lo porti via anche a 15 euro.
    Però si tratta del cofano inglese, con audio e sottotitoli solo in inglese.
    Non escludo che in Rete si trovino dei sottotitoli in italiano, ma vado a spanne, non ne ho idea. 🙂

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