Battlestar Galactica – Stagione 2

Battlestar Galactica – Season 2 (USA, 2005/2006)
creato da Ronald D. Moore
con Edward James Olmos, Mary McDonnell, Katee Sackhoff, Jamie Bamber, James Callis, Tricia Helfer, Grace Park, Michael Hogan, Aaron Douglas, Tahmoh Penikett, Kandyse McClure, Lucy Lawless

La seconda annata di Battlestar Galactica riprende ovviamente il discorso dal punto in cui si era interrotto nella stagione precedente, con il comandante Adama in pericolo di vita, una parte dell’equipaggio bloccata su un pianeta ostile e Starbuck impegnata in una complicata missione solitaria. Una serie di situazioni dalla forte tensione narrativa, che vengono raccontate in un continuo crescendo di eventi fino alla fragorosa esplosione di metà anno, con l’entrata in scena della nave da battaglia Pegasus e dell’insopportabile ammiraglio Cain, intepretato dalla sempre efficacissima Michelle Forbes.

Dodici episodi che vanno via in un soffio, procedendo sui fantastici binari a cui la miniserie e la prima stagione avevano abituato. A dominare sono la fantapolitica e le tensioni religiose, i conflitti umani basati su un ricco approfondimento psicologico dei personaggi e dei loro sentimenti. In Battlestar Galactica si parla di onore, rispetto, amore, odio razziale, terrore dell’ignoto e lo si fa con un’intensità e una delicatezza davvero rare, senza fra l’altro rinunciare a una sana autoironia e a un gran gusto per lo spettacolo, alimentato del resto da una messa in scena molto efficace.

Il problema, però, è che dopo aver scollinato con la dodicesima puntata la serie si perde un po’ e paga forse l’aver voluto “ampliare” fino a venti episodi rispetto ai tredici del precedente anno. Prima che abbia inizio la spettacolare storyline di chiusura, infatti, si manifesta un gruppetto di puntate autoconclusive abbastanza deludenti. Episodi che si dedicano ad approfondire questo o quel personaggio e che, pur non rinunciando ad avvenimenti significativi per la serie (come la morte di un personaggio abbastanza importante o la chiusura di alcune sottotrame), risultano “scollegati” dal flusso narrativo.

Ma il vero problema non sta certo nella voglia di staccarsi un pochino dalla struttura a racconto unico, quanto piuttosto nella qualità deludente dei singoli episodi. Che sia per l’utilizzo di poco convincenti deus ex machina nella risoluzione di snodi narrativi (Epiphanies), o per il semplice fatto che si tratta di episodi brutti e francamente noiosetti (Scar, Black Market), a conti fatti viene un po’ a mancare il travolgente e incalzante mordente che rende grande questa serie nei suoi momenti migliori.

Per fortuna, come detto, nel finale la stagione si riprende alla grande, con un crescendo che sembra voler tirare i nodi al pettine, una serie di rivelazioni scottanti e due o tre svolte narrative di peso. Ci si lascia con un epilogo gustosissimo, che crea un punto di partenza davvero intrigante e azzeccato per la stagione successiva (nella quale, però, mi dicono essere ulteriormente aumentati gli inutili episodi riempitivi).

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