Fight Club

Fight Club (USA, 1996)
di Chuck Palahniuk

Leggere Fight Club parecchi anni dopo aver visto il film di David Fincher è un po’ strano. Ci si ritrova ovviamente a sapere già quel che c’è da sapere, il colpo di scena finale, che poi è fra i pochissimi elementi del film che davvero ricordo (assieme al “momento Ikea” e alle facce degli attori). E se da una parte questo mi ha levato il gusto della scoperta, dall’altra mi ha permesso di assaporare meglio tutti i giochetti, i trucchetti, gli indizi sparsi e le prese per il culo nei confronti del lettore che Palahniuk ha seminato in giro.

Fight Club, però, non è solo un gran bell’esercizio di stile, è anche un racconto intrigante e potente. Un uomo senza nome che odia la propria vita e il proprio lavoro decide improvvisamente di dare una svolta… solo che lo fa in una maniera assurda e schizofrenica, affidandosi anima e corpo a un altro uomo uscito da non si sa dove e che lo coinvolge prima nella creazione di un club dedicato ai combattimenti clandestini, poi in un progetto rivoluzionario anarchico e selvaggio.

Palahniuk, al suo primo romanzo pubblicato, mette nero su bianco le contraddizioni delle personacce che siamo, l’estremo valore dato al condimento della vita e la poca importanza che spesso si affibbia alla sostanza, al cibo vero e proprio. Sputa in faccia al modo di vivere dell’uomo moderno e ne mette in mostra le malsane abitudini, dipingendo un ritratto meschino e impietoso.

Certo, a me il condimento piace un sacco, talvolta più della sostanza, e di fronte alle riottose verità a effetto di Palahniuk annuisco contrito, (dis)approvo con un amaro sorriso, e passo avanti tirando lo sciacquone. Perché uomo moderno sono, e me ne beo, alla facciazza di Tyler Durden e dei suoi seguaci. Salsine in frigo ne ho poche, in salotto le librerie Ikea abbondano, anche se gli accessori non li compro – però che buone le polpettine coi mirtilli! – e ho la fortuna di non aver mai fatto un lavoro deprimente come quello del protagonista di Fight Club.

Ecco, toh, la notte dormo poco pure io, ma non è che soffra particolarmente d’insonnia, più che altro gradirei molto avere a disposizione giornate da trentasei ore, che il tempo scarseggia. Se poi ci si organizzasse per settimane da dieci giorni, con dei bei weekend da cinque giornate, sarebbe solo ottimo. Ma insomma, ci si accontenta, magari cercando di lasciare un segno da qualche parte, possibilmente senza usare la nitroglicerina.

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