Pagati per giocare

Paid to Play
An Insider’s Guide to Video Game Careers
(USA, 2006)
di David SJ Hodgson, Bryan Stratton e Alice Rush

Pagati per giocare è un manuale, tipicamente anglosassone nella concezione e nell’impostazione, che spiega in maniera divertente e semplice quali possano essere le carriere lavorative nel fantastico mondo dei videogiochi. Diviso in pratiche sezioni a tema, esplora tutti gli aspetti della questione, mostrando vantaggi e svantaggi, doti richieste e comportamenti da sconsigliare, stipendi “medi” e lati negativi delle varie professioni possibili. Si parla di testing e programmazione, stampa specializzata, producer e programmatori, passando anche per il temuto lavoro nei negozi di videogiochi e lo stressante impiego come creatori di guide ufficiali.

Scritto a sei mani da tre professionisti del settore, il libro pubblicato in italia da Multiplayer.it è una lettura piacevole e frizzante, che ogni tanto si impantana nelle tediosità tipiche del suo genere, ma del resto non è necessariamente concepita per essere vissuta “dall’inizio alla fine”. Lo stile è ironico e graffiante, ma nelle oltre duecento pagine si trovano davvero una marea di informazioni e di consigli utili e qua e là si nota anche un certo lavoro di adattamento alla “situazione” italiana.

Bisogna comunque dire che il libro rimane fortemente legato alla realtà americana, in parte per limiti di una traduzione che poteva forse osare un pochino di più, ma in grossa parte perché, obiettivamente, la scena italica è ancora “un filo” meno ricca e interessante. Da (più o meno) addetto ai lavori è comunque divertente notare come certi consigli valgano a tutte le latitudini: il mondo dei videogiochi, per dirne una, è tremendamente piccolo anche al di là dell’oceano e il consiglio di non lasciarsi terra bruciata alle spalle è vivo anche in una nazione da oltre cinquanta stati.

In compenso, a leggere altre cose si finisce per sorridere, quando non sghignazzare, con un filo di consapevole amarezza. Che so, nello scorrere le cifre che a quanto pare si guadagnano occupando le varie posizioni nella stampa specializzata americana o nello scoprire che alcuni editori a stelle e strisce non vedono di buon occhio i giochi regalati dai P.R. ai redattori (nel libro si legge addirittura di giornalisti licenziati per aver accettato copie promozionali!). La perla migliore, poi, è il passaggio in cui si parla di John Keefer, formatosi con vent’anni di carriera nel giornalismo, senza alcun legame col mondo dei videogiochi, assunto da una GameSpy in cerca della credibilità e della professionalità proprie di una persona esperta nella conduzione di una testata giornalistica. Una persona, insomma, capace di formare giovani redattori e di portare in dote una cosetta chiamata etica. Sigh.

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