Dante’s Equation

Dante’s Equation (USA, 2003)
di Jane Jensen

Nel 1999 Jane Jensen aveva realizzato, in versione digitale e con quattro anni di anticipo, Il codice da Vinci. Si chiamava Gabriel Knight 3 ed era un videogioco. Un’avventura grafica, per la precisione. Rispetto alla merda fumante di Dan Brown, il gioco della Jensen aveva il pregio di essere scritto gran bene e, incidentalmente, finì anche per rappresentare uno degli ultimi grandi esemplari nel suo ancora oggi agonizzante genere. Otto anni dopo, la cara Jane sta per tornare sulla scena dei videogiochi col promettente Gray Matter, ma nel frattempo non se n’è stata con le mani in mano e ha pubblicato le “novelization” dei primi due Gabriel Knight e due romanzi: il divertente Judgment Day e questo ottimo Dante’s Equation.

Le prime trecento pagine di Dante’s Equation sembrano, sostanzialmente, una variazione sul modello Dan Brown, con intrighi sociopolitici che ruotano attorno a clamorose scoperte scientifiche, strampalate teorie religiose, pericolose cospirazioni governative e gran girandole di eventi avventuosi. In più, rispetto alla pattumiera di chi sappiamo, hanno il notevole pregio di essere leggibili. Ma non basta: quella che per metà libro si evolve come una storia piacevolissima, ma tutto sommato abbastanza già vista, prende poi un’improvvisa piega fatta di delirio.

La Jensen, infatti, apre improvvisamente le porte a una serie di universi paralleli, in cui le leggi del bene e del male si comportano in maniera diversa rispetto al nostro e nei quali la fantasia dell’autrice statunitense può scatenarsi. Ci si ritrova così in mondi futuristici devastati dal troppo bene, in asettiche e distorte società orwelliane, in mondi selvaggi popolati da creature longilinee e mostri selvaggi, in regni demoniaci nei quali esseri indescrivibili vivono all’insegna del male puro.

Un viaggio allucinante dal quale sembra non esserci uscita e che rappresenta un metaforico specchio in cui i protagonisti osservano la loro anima. Dante’s Equation è uno splendido romanzo del fantastico, che si evolve grazie ai suoi personaggi e alla profondità con cui vengono tratteggiati, che affonda le mani in spiegazioni scientifiche oltre il limite dell’assurdo e le rende intrigante fiaba. È l’ennesima dimostrazione di come sia possibile scrivere ottima narrativa di genere senza scivolare nel patetico, senza limitarsi a far finta di essere intelligenti.

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