L’ultima casa a sinistra

The Last House on the Left (USA, 1972)
di Wes Craven
con Sandra Cassell, Lucy Grantham, David Hess, Fred Lincoln, Jeramie Rain, Marc Sheffler, Richard Towers, Cynthia Carr

Fa quasi impressione che un regista obiettivamente limitato e monocorde come Wes Craven sia riuscito a tirar fuori tre film tanto importanti e significativi, tanto decisivi nel segnare la tendenza di un intero genere. L’ultima casa a sinistra, Nightmare e Scream hanno marchiato a fuoco l’horror che sarebbe venuto negli anni successivi alla loro uscita e simboleggiano un intero decennio a testa (anche se l’ultimo dei tre se la deve giocare con Blair Witch Project, via). E questo, a Craven, non glie lo potrà mai togliere nessuno. A prescindere da qualsiasi considerazione sulla fattura dei suoi film. Senza volerli far necessariamente diventare i capolavori che non sono.

L’ultima casa a sinistra è ancor più significativo se si pensa che è stato il film d’esordio di Craven. Una pellicola povera nei mezzi e nella sostanza, il cui unico obiettivo era di dare un colpo di spugna sulla violenza sfumata e ovattata del cinema di quei tempi. “Exploitation”, la chiamano, l’atto di violenza, anche sessuale, messo in primo piano e rappresentato senza pudori e senza remore. La violenza di alcuni criminali evasi nei confronti di due ragazzine e quella di due genitori impazziti di rabbia, che sfruttano come meglio non si potrebbe l’occasione di trasformare i carnefici in vittime.

Ma anche la violenza della censura, che ha macellato e sfrattagliato questo film a più riprese, al punto che per vederne una versione integrale bisogna farsi un mazzo tanto. E allora non si capisce dove finisca il taglio imposto e dove cominci il montaggio sconclusionato, con questo continuo, straniante e un po’ impacciato alternarsi di momenti comici e drammatici, di musichette da carosello e coltellate nella schiena.

Ci si ritrova così in mano un film delirante, affascinante in quella sua aria lontanuccia nel tempo che finisce anche per renderlo un po’ innocuo, non in grado di lasciarti addosso la sensazione di disagio che t’aspetteresti e che invece si porta tutto sommato ancora dietro Non aprite quella porta. Certo, le persone (quasi) normali di Craven fan più paura dei freak di Hooper, ma nonostante questo il film affonda il coltello nelle budella dello spettatore molto meno di quanto, probabilmente, non facesse trent’anni fa. E, insomma, è vero anche che troppa acqua è passata sotto i ponti e troppe ne abbiamo viste, tanto più che i nuovi alfieri dell’ultraviolenza cinematografica, penso ad Alexandre Aja e, soprattutto, Rob Zombie, sono registi ben più dotati e belli da vedere.

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