giopep in Japan – Ziburi & party

Già che in questo momento mi è tornata la voglia, mi faccio trascinare dall’entusiasmo e proseguo coi raccontini. Questo è il primo post della serie scritto interamente a grande distanza di tempo. Ma proprio grande, eh, l’ho partorito interamente in queste ultime due settimane. Probabilmente ci saranno meno dettagli che nei primi appuntamenti, ma vabbé, è inevitabile. In ogni caso, ho il supporto delle foto, delle guide e di altre piccole cosette accumulate durante il viaggio. E poi chissà, magari mi faccio davvero prendere dalla fregola e arrivo fino in fondo…

Tokyo, 26 dicembre 2006.
Si prospetta un’altra giornata impegnativa, ma parecchio interessante. In mattinata abbiamo la visita al museo dello Studio Ghibli, mentre nel pomeriggio dobbiamo incontrarci con Kazuhisa per una gitarella dalle parti del Monte Fuji. In serata, infine, c’è la cena di fine anno con lui e i suoi amici. Ci svegliamo quindi presto e ci dirigiamo verso la stazione, pronti a partire. Purtroppo il cielo è nuvoloso e la pioggia abbastanza insistente. Il nostro ombrellino cade a pezzi e stupidamente non abbiamo pensato di prenderne uno in albergo. Ci infiliamo così in un negozietto e in qualche modo, più che altro a gesti, riesco a fare capire a un simpatico vecchietto che cosa voglio comprare.

Il signore estrae l’ombrello standard bianco da giapponese medio, lo apre per farmi vedere che è tutto a posto e me lo consegna. Già che ci sono, preso da un impeto comunicativo, riprendo a gesticolare e riesco a fargli comprendere che, se possibile, gli lascerei il nostro scassatissimo ombrello da buttare. In qualche modo ci si capisce e il signore, gentilissimo, prende in consegna il catorcio e ci saluta. Si parte, quindi, in mezzo a una marea di ombrellini tutti uguali, diretti verso la stazione di Tokyo, pronti a zompare sul trenino.

Mitaka, sede del museo, è una prefettura poco fuori città e il viaggio è breve e, come al solito, confortevolissimo. Una volta balzati fuori dal treno, ci infiliamo al volo nello Starbucks della stazione per la solita, inevitabile e abbondante razione di zuccheri. Gestita la pratica, si esce dalla stazione seguendo le indicazioni per il museo che la tappezzano e, dopo esser rimasti a bocca aperta davanti a questo simpatico gattone, si impatta con il muro di pioggia che sta venendo giù. Le indicazioni per raggiungere il museo Ghibli cominciano fin dagli scalini dentro la stazione e conducono verso la fermata dell’autobus, ovviamente decorata a dovere (così come l’autobus, che però non ho fotografato). Un po’ per la scoraggiante coda, un po’ per curiosità, un po’ perché sappiamo che comunque la strada è breve, decidiamo di andare a piedi.

La via verso il paradiso costeggia questa specie di fossato e ci vede percorrerla stretti stretti sotto un unico ombrello (ma comprarne due pareva brutto?), che ci copre a malapena. Eppure, nonostante la pioggia, nonostante i pantaloni zuppi, nonostante, insomma, la giornata potesse essere migliore, è tutto bellissimo e meravigliosissimo. E poi, quando stai passeggiando su un marciapiede come questo, come fai a non sorridere? A un certo punto ci facciamo incuriosire da un parchettino sulla destra e ci gironzoliamo dentro un minutino. Non siamo ancora arrivati al museo, eppure l’atmosfera già comincia a sembrare fumosa e sognante. Vien da chiedersi se la zona si sia ghiblizzata per la presenza del museo, o se il museo sia stato costruito qui perché non c’era luogo più adatto. Ma d’altra parte, ancora non abbiamo visto nulla.

Ebbene sì: svoltato l’angolo in fondo alla via che collega la stazione col museo, si attraversa la strada, si supera un cancello e ci si ritrova davanti questa roba che vedete in foto. Una bella insegna tutta arzigogolata, una costruzione che sembra davvero uscita da un episodio di Conan e un Totorone a far da bigliettaro. E si comincia a sorridere come deficenti, magari facendo caso ai batuffolosissimi Makkuro Kurosuke che ci osservano incuriositi attraverso quell’oblò in basso. Procediamo ridendo come due ebeti, ci mettiamo diligentemente in fila e veniamo accolti dai soliti, servizievoli e adorabili nippoinservienti. Ci viene spiegato che all’interno dell’edificio non è possibile scattare fotografie (e certo, devi comprare il catalogo) e ci vengono consegnati biglietti e bigliettini assortiti. Dopodiché ci si inoltra (e qui smetto un attimo di scrivere ed estraggo il catalogo, che ovviamente abbiamo comprato e mi sarà utile per far tornare alla memoria qualche ricordo in più).

Il primo impatto con gli interni del museo non rende neanche minimamente l’idea di cosa si troverà due passi più avanti. Certo, c’è qualche decorazione a tema, ci sono i bambini giapponesi che ti camminano attorno tutti contenti, c’è la sensazione di stare per entrarci, ma ancora non ti rendi conto. Scendi le scale, svolti a destra e approfitti dei portaombrelli e degli armadietti per appoggiare quel che non ti serve. Leggi gli avvisi e le indicazioni, su cui ne svetta una particolarmente piacevole secondo la quale non esiste, per questo museo, un percorso suggerito. L’idea è di farti entrare in un altro mondo, nel quale puoi divertirti a vagare e gironzolare seguendo il naso, l’istinto, la magia.

Ci siamo, sarebbe il momento di buttarsi, ma alla mia destra noto che le vetrate danno sul cortile interno e mi ci avventuro per gettare un occhio e scattare la manciata di foto che infilo qui sotto. A questo punto già si fa evidente la spettacolare cura con cui ogni cosa, anche la minima stronzata in cortile, è rifinita. Tutto serve a creare un’atmosfera da mondo magico e fiabesco. Ma in realtà, ancora non mi rendo bene conto.



Si entra nel museo vero e proprio e… mamma mia! Cercherò di non entrare troppo nei dettagli, perché è davvero una cosa che va visitata, per capirla, ma qualche cazzatiella la voglio raccontare e per farlo, beh, sfrutto il supporto del catalogo. Appena entrati, ci si trova in una sorta di grossa hall, con aperture, passaggi angusti, porte e porticine, scalinate di vario tipo, ascensori e mille altre cose, tutte minuziosamente decorate e rifinite. Perfino i bagni sono da sogno a occhi aperti.

Accarezzati da una tenue melodia di sottofondo, ci infiliamo in una stanza sulla destra, dove si trova una serie di oggetti, macchinari e diavolerie da esposizione, che illustrano in maniera poetica e affascinante la storia del mondo dell’animazione. Francamente, comincio ad essere quasi commosso per quello che sto vedendo e posso solo immaginare come debba essere l’esperienza per un bimbo lasciato a piede libero qua dentro. Dopo aver vagato a bocca spalancata per quest’area, giocherellando, toccando e pastrugnando tutto quanto, torniamo nella hall e decidiamo di salire, ovviamente non con l’ascensore o le scale normali, ma sfruttando una specie di scala a chiocciola angusta e piccolina, rinchiusa dentro una gabbia.

Al primo piano, fra vetrate splendidamente decorate, maniglie rifinite con gioielli e animalini strani, porte messe lì solo per curiosare, trovano spazio l’area dedicata alle mostre temporanee (a dicembre ce n’era una deliziosa sul lavoro della Aardman Animations) e il negozio. Esploriamo per bene l’esposizione, giocherellando con tutto quel che c’è da toccare, e decidiamo per il momento di schivare il negozio, ben sapendo che prima o poi ci toccherà entrare in quel luogo di perdizione. Al terzo piano, lo shock: un enorme gattobus, peloso e morbidissimo, pieno di bambini che ci si tuffano dentro come disperati. La tentazione di saltarci sopra è fortissima, ma sono costretto a trattenermi.

Mentre vago con lo sguardo perso nel vuoto, noto una porta. La apro, dietro c’è uno specchio. Ridacchiando, vado ad aprire un’altra porta: dà semplicemente sull’altro lato, dove c’è un tizio con il figlio in braccio. Ci guardiamo per un attimo e ci mettiamo a ridere. Sopprimendo il desiderio di saltare in testa ai bambini che giocano col gattobus, usciamo sulla balconata, dove giocherello con degli strani affari e osservo i passanti. Ci inerpichiamo lungo una scala a chiocciola per raggiungere il tetto della costruzione, dove una simpatica inserviente ci fotografa assieme al robot di Laputa. Ma se il robot è l’attrazione principale del tetto, inoltrandosi lungo un sentiero e passando di fianco al cupolone si raggiunge anche questo coso.

Dopo aver scattato una foto dall’alto, decidiamo di tornare giù per la scaletta, ovviamente facendo attenzione alla testa. Torniamo dentro e continuiamo a esplorare l’ultimo piano, scovando una biblioteca che contiene libri per bambini da tutto il mondo e infilandoci poi nella spettacolare riproduzione dello studio di Hayao Miyazaki. Qui dentro si trova di tutto, i libri che usa per documentarsi, statue e oggetti vari, bauli talmente pieni di roba da far paura, disegni, delizie e curiosità. Ci son perfino libroni di storyboard, da Porco Rosso a Nausicaa, abbandonati lì per la consultazione. E ovviamente non manca l’angolino per il piccolo cineasta, in cui giocherellare con obiettivi, pellicole e cineprese.

Siamo tutti a bocca aperta, io, la Rumi, i bambini e i genitori. Una favola, questo posto è una favola, e io non sono davvero in grado di raccontarlo come si deve. Oltretutto il tempo passa, poco oltre ora di pranzo abbiamo appuntamento con Kazuhisa e c’è ancora tanta roba da fare. Torniamo giù al piano terra e ci mettiamo in coda per la proiezione. Nel cinemino interno, infatti, vengono proiettati cortometraggi realizzati appositamente e con un ricambio penso abbastanza frequente (tant’è che il cortometraggio che andremo a vedere non è segnalato nel catalogo). Ovviamente la sala di proiezione è arredata da star male, come bello da star male è il cortometraggio, ambientato su un mondo fuori di testa tanto quanto il posto in cui ci troviamo.

Dopo il film, ci vuole la pappa. Torniamo su, usciamo, passiamo davanti a una finestra da cui due gatti ci osservano, e decidiamo di non fare la coda per entrare nella pasticceria. Ci limitiamo a scrutare i cuochi che preparano torte spettacolari mentre attendiamo il nostro hot dog. Dopo aver consumato, esserci rilassati e aver esplorato ulteriormente gli esterni, è il momento di tuffarsi nel negozio. Ed è il delirio, sia di gente che si accalca sugli scaffali, sia di oggetti e oggettini che escono dalle fottute pareti e ti urlano “comprami, comprami”. A colpi di regali per amici e stronzate da portare a casa per noi, ovviamente, ci riempiamo di sacchetti. Fra gli acquisti effettuati, segnalo un pelosissimo Makkuro Kurosuke, il calendario di Kiki, la deliziosa tazza di Totoro, il già citato catalogo del museo e chissà quali altre cose che adesso mi sfuggono.

E, a proposito di sfuggire, è il momento di farlo, abbandonando questo luogo di perdizione: subito fuori, sotto il diluvio universale, coperti da un tendone, in attesa di Kazuhisa. Kazuhisa che non arriva, probabilmente perché bloccato dal traffico. Decidiamo di provare a chiamarlo da un telefono pubblico (che ovviamente trovo solo dopo essermi spiegato a gestacci con un simpatico vecchietto) ma, proprio mentre tiro su la cornetta, Elena lo avvista. Zompiamo in macchina e si parte, diretti verso la città: come ovvio, il tempaccio sconsiglia la gita al Monte Fuji. In compenso, il traffico sconsiglia la vita. Mi sento a casa, non ci si muove neanche per sbaglio e così decidiamo di fermarci a una specie di fast food, un posto che Kazuhisa sostiene essere molto popolare e in cui fanno cucina asiatica sui generis, con curry sparso un po’ dovunque.

La pappa non è affatto male, la chiacchiera è piacevolissima e Elena si concede anche il lusso del dolce, generando un commento di Kazuhisa, una cosa tipo: “Noi giapponesi mangiamo di fretta e poi fuggiamo, voi italiani ve la prendete comoda, restate al tavolo, vi rilassate, il dolce, il caffé…” Oddio, io in questo sono in realtà molto giapponese, ma vabbé, lasciamo stare. Mentre mi affretto a pagare il conto, compio la tragedia e faccio cadere per terra, sfondandola, la meno peggio delle due macchinette fotografiche a disposizione. E infatti, da adesso in poi, la qualità delle foto (soprattutto in notturna) e dei filmati peggiorerà sensibilmente. Le foto venute meglio, per capirci, sono quelle scattate con la macchina di Kazuhisa.

Una volta usciti dal ristorante, decidiamo di separarci: io ed Elena pigliamo la metro per andare a visitare il Tokyo National Museum e l’appuntamento con Kazuhisa rimane fissato per la prima serata, dalle parti di Ueno. In realtà, una volta giunti a Ueno, decidiamo di fregarcene del museo e infilarci da Yamashiroya, pronti a spendere un’altra svagonata di quattrini in gadget e fesserie. Ne usciamo carichi come muli, pronti a raggiungere Kazuhisa sul luogo dell’appuntamento. Ovviamente fra pioggia, buio e totale perdita dell’orientamento, impieghiamo mezz’ora a fare cinquanta metri, ma alla fine ci becchiamo, e si parte in macchina verso casa Akutagawa, zona Ikebukuro.

Kazuhisa, gentilissimo, ci accoglie in casa sua, la tipica villettina in cui ti aspetti di veder spuntare fuori all’improvviso un bambino pallido e dallo sguardo vitreo o un fantasma di donna coi capelli lunghi e nerissimi. Ci leviamo (non senza qualche impaccio) le scarpe ed entriamo. La temperatura è bassina, e infatti sul tavolino è appoggiata una meravigliosa termocoperta, sotto la quale infiliamo tutti le gambe. Si chiacchiera del più e del meno, un po’ a fatica, ma è normale, con Kazuhisa e la sua simpatica moglie. Kazu si dispiace perché ha un solo pad e non può sfidarmi a Winning Eleven, ma vabbé, sopravviviamo al dolore. Mentre sorseggiamo un the, attendiamo l’ora di uscire e poi, finalmente, si parte, lasciando a casa la donna e dirigendoci verso il luogo del misfatto.

Ci si sposta coi mezzi, quindi recuperiamo tutti i vari sacchetti, che poi depositiamo nei soliti armadietti della metropolitana (grazie mille a chi li ha inventati). E quindi via verso il locale, un ristorante nel quale ci è stata riservata un’intera sala, con due tavolate. Qui ritroviamo buona parte della gente con cui ho giocato a calcetto il 23 dicembre, le rispettive fidanzate e una simpatica figliola (la foto non le rende giustizia), chiaramente più giovane di chiunque altro sia presente, che non si capisce bene da dove sia giunta. Io comunque la stimo, perché a un certo punto esprime in italiano stentato il suo apprezzamento per la mia bellezza (ma probabilmente l’avrebbe detto a qualsiasi occidentale si fosse seduto a quel tavolo).

Ricordandomi di aver letto che a tavola fra giapponesi non bisogna versarsi da bere, ma bisogna farlo per gli altri, mi calo subito nel personaggio e comincio a versare birra a chiunque mi passi davanti, venendo ricompensato di conseguenza. Il metodo funziona: praticamente il bicchiere è sempre pieno e non hai modo di svuotarlo, perché appena lo appoggi sul tavolo c’è qualcuno pronto a riempirtelo. Le bottiglie di birra arrivano a getto continuo e la serata promette malissimo, anche se per fortuna i danni vengono limitati dal cibo. Inizialmente ci si limita a qualche delizioso stuzzichino, ma poi, appena i ragazzi si rendono conto di avere a che fare con delle ottime forchette, si spalancano i cancelli delle vivande. Il ragazzo seduto di fianco a me mi tempesta di domande stile “hai mangiato questo?”, “hai provato quello?” e per ogni risposta negativa arriva un’ordinazione di conseguenza. Burp.

A proposito di ragazzo di fianco a me, trattasi di una specie di Cobra (chi deve sapere sa) giapponese, che tanti anni fa ha vissuto in Germania e per questo parla un buon inglese. Trascorro quasi tutta la serata chiacchierando con lui, mentre Elena fa altrettanto con la ragazza che mi aveva fatto da interprete il giorno del calcetto (non ricordo i nomi, uffa). Oltre a questo, ovviamente, l’alcool favorisce il delirio e in qualche modo si riesce a “conversare” – magari citando nomi di sportivi, o commentando l’arrivo in tavola di una bottiglia di vino italiano gelido (non ricordo quale, Elena potrà sicuramente integrare l’informazione con un commento) – anche con chi non spiccica una parola in inglese. Soprattutto con lo scemo del gruppo, un ragazzo simpaticissimo e stracazzaro. Oltretutto Kazuhisa, l’organizzatore, si è preoccupato di far avere a tutti (ovviamente sul telefonino) un email con un minidizionario italiano-giapponese. Non servirà a molto, se non a generare scene da sit-com con gente che mi dice cose senza senso lasciandomi perplesso, ma il pensiero è delizioso (e comunque trovarsi assieme a una quindicina di giapponesi che ogni trenta secondi alza il calice e urla “ALLA SALUTE!!!” è fantastico).

La splendida serata si conclude con una difficoltosa quest per il recupero dei sacchetti (varie sezioni della stazione della metropolitana, dopo un certo orario, vengono chiuse, e per tornare agli armadietti abbiamo dovuto fare un giro allucinante, non reso più semplice dallo stato alcolico), con gli un po’ tristi saluti a gente che chissà quando rivedremo e con una fuga verso casa, pronti a morire. E la morte viene accolta a braccia aperte, anche perché il 27 sarà l’ultimo giorno pieno trascorso a Tokyo e di cose che vogliamo vedere ce ne sono non poche.







Altre cose
Mitaka
Da quel poco che abbiamo visto (la giornata non si prestava particolarmente alle passeggiate), Mitaka ci è parsa una cittadina deliziosa. Al punto che, in caso di tempo un po’ più clemente, potrebbe valere la pena di dedicare un’intera giornata alla gitarella, così da poter visitare con calma il museo e ciò che gli sta attorno (per esempio il promettente parco Inokashira). Per arrivare, comunque, è sufficiente zompare sulla JR Chuo Line, che si incrocia con la Yamanote in più di una fermata (per esempio Shinjuku e Tokyo). Il viaggio dura una mezzoretta e la linea è coperta dal Japan Rail Pass. Questo, comunque, è il sito ufficiale di Mitaka.

Museo d’Arte Ghibli
Ho seri dubbi che chi segue questo blog non sappia cosa sia lo Studio Ghibli, ma giusto per andare sul sicuro lo dico: è, più o meno, la casa di produzione cui fanno capo Hayao Miyazaki e Isao Takahata, vale a dire due fra i registi giapponesi di film d’animazione più amati e riveriti in assoluto. I giapponesi, perlomeno quelli con cui abbiamo avuto a che fare, “Ghibli” lo pronunciano (e scrivono, se devono usare caratteri occidentali) “Ziburi”. Qui trovate il sito ufficiale (in giapponese). Il Museo d’Arte Ghibli (scritto proprio così, eh, in italiano) è un posto delizioso, che davvero non saprei come altro descrivere. Se passate da Tokyo, una visita se la merita senza dubbio. Occhio, però, perché bisogna prenotare! Per evitare che si crei troppa ressa, infatti, c’è un limite al numero di visitatori ammessi nell’arco di una giornata. Sappiate, quindi, che se avete la sfiga di presentarvi senza biglietto in un giorno molto affollato potrebbe finire male. Comunque, il biglietto si può comprare in più modi, su cui non mi dilungo perché sono ottimamente spiegati qui, con tanto di mappette. Per la cronaca, noi l’abbiamo prenotato in anticipo tramite JTB Italia e ci siamo trovati molto bene.
Il sito ufficiale del museo.
La pagina con le indicazioni per l’acquisto dei biglietti.
La pagina del sito di JTB Italia con le indicazioni per l’acquisto dei voucher.

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8 pensieri su “giopep in Japan – Ziburi & party”

  1. Devo ancora leggere l’articolo (a dirla tutta devo ancora leggere pure l’altro sul giappone, in attesa di un po’ di calma) in ogni caso noto che questi li piazzi nel blog a tutta pagina. Se è per scelta ok, nessun problema. Se invece è per il fatto che le foto in ogni caso vengono fuori a tutta pagina anche se non dovrebbero basta metterle tra dei tag che ora non mi sovvengono. In ogni caso se ti servono vedo di controllare quali tag erano.

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  2. 1-Il vino era un Valpolicella (come è piccolo il mondo!!!) portato in tavola GELIDO. Roba da far rivoltare le budella (tra l’altro era un Pasqua, quindi oggettivamente risciacquo dei piatti).2-Momento topico numero 1: io che intono “Segata Sanshiro” a tavola3-Abbiamo mangiato i baffi del pesce gatto. Erano… deliziosi.4-Momento topico numero 2: io che parlo in giapponese tipo dicendo cose imparate a memoria come “Makkurokurosuke”, “Watashi no namae wa Elena des”. E che cercavo di spiegare alla gentile giapponese la differenza tra la pizza di pizzeria, quella fatta in casa e quella take away. Chiaramente la birra aiutava.bau

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  3. Hahahahhaha, vero, mi ero dimenticato che nel pomeriggio in macchina Kazuhisa ci aveva fatto il minicorso di giapponese, per spiegarci come si dice “Mi chiamo”, “Piacere di conoscerti” e un paio di altre frasette…Fra l’altro, su “Piacere di conoscerti”, ahhahaha, “Mi raccomando, ditelo a mia moglie”.😀

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  4. Ahah, le foto sono troppo classiche. I giapponesi in compagnia di stranieri sono *tutti* uguali.Tra l’altro, come si dice “Piacere di conoscerti”? Qualche cazzata tipo “Mi chiamo” e “Come va” la so, ma quella mi manca.

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  5. Ahh… Finalmente il post sul ghibli museum, stupendo come previsto, non immagini l’invidia,ma prima o poi passerò di là..Grazie per le informazioni, come al solito utili. E speriamo ti venga ancora voglia di scrivere su questo viaggio..Ciao

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