giopep in Japan – Natale fra videogiochi, anguille, alberi e templi

DISCLAIMER: A quasi sei mesi dall’ultimo appuntamento, pubblico un altro pezzetto di diario di viaggio dal Giappone. Questo post in realtà è stato scritto per metà parecchio tempo fa, ma poi lasciato lì a marcire. Siccome ho voglia di pubblicare qualcosa, ma non ho la fregola della recensione, oggi vi beccate questo. Per la gioia di chi non ci sperava più e la disperazione di chi non è interessato. Pur sapendo che, dopo tutto questo tempo, i ricordi si sono per forza affievoliti e qualche dettaglio me lo sarò perso per strada. E con la consapevolezza che questo potrebbe tranquillamente essere l’ultimo appuntamento col diario di viaggio sul Giappone.

Tokyo, 25 dicembre 2006.
La giornata di Natale si propone come super impegnativa, con una tabella di marcia abbastanza massacrante. Vogliamo visitare tanti posti e vogliamo farlo per benino. Sveglia presto, quindi, e colazione abbondante, con la solita dose di nippocaffé e succo di frutta accompagnata dai dolcetti comprati la mattina del 23 dicembre. La prima destinazione di giornata è Akihabara, zona nota anche come Electric Town. In pratica, è il quartiere dell’elettronica, dei negozi di hi-fi, computer, videogiochi ecc. Zompiamo sulla Yamanote e scendiamo all’omonima stazione, scoprendo che in Giappone il mondo apre non prima delle dieci (e in buona parte alle dieci e mezza). Facciamo quindi un primo giretto di perlustrazione, addentrandoci in un’edicola (dove avvisto un numero di Famitsu, che però comprerò un altro giorno). Mentre gironzoliamo, comincio a fare foto a raffica, per esempio a questa pubblicità blobbosa, a palazzi vari e ad altre amenità. Durante questo primo giretto a porte chiuse, avvistiamo un paio di negozi in cui decidiamo di passare dopo l’apertura e, finalmente, incontriamo un Doutor, nel quale ci infiliamo per passare il tempo con una seconda colazione.

Dopo aver consumato il pasto, ci mettiamo in marcia e ci infiliamo in una serie di megastore specializzati in informatica, videogiochi, DVD, hi-fi, CD e via dicendo. Impressionanti i negozi dedicati quasi per intero ai PC: piani e piani di roba, interminabili scaffalate solo per le schede grafiche, modelli su modelli come se piovessero, corridoi di adattatori USB e altre follie del genere. Roba da passarci giornate intere. In mezzo al caos noto la conferma del fatto (riferitomi in precedenza da altri) che a Tokyo l’iPod da 80 giga costa meno di quanto facciano pagare in Europa quello da 60. Meraviglie del cambio favorevole, immagino. Dopo esserci districati nei super negozi da ottomila piani, torniamo in strada e imbocchiamo una via enorme, passando di fianco a una fila interminabile di persone, in coda per non so cosa. Dopo averli scavalcati, ci infiliamo in una sala giochi Taito (ovviamente organizzata su più piani).

Inforchiamo le scale mobili e cominciamo a visitare i vari piani, dove troviamo ampie collezioni di giochi musicali (con tanto di tracklist) completa appesa al muro e tante altre belle sciccherie. Di scala mobile in scala mobile saliamo sempre più, scoprendo una roba che vabbé, probabilmente può incuriosire così tanto solo dei nerd occidentali: il cabinato di Half-Life 2. Non posso fare a meno di provarlo e Elena si mette pure a filmarmi. Una cloche per lo sguardo, un altro joysticckino per gli spostamenti, un pedale per saltare e uno per accucciarsi. Il gioco in singolo è sostanzialmente lo stesso della versione PC, a parte il fatto che richiede l’inserimento di un nuovo gettone dopo ogni livello. E c’è pure il multiplayer, con tanto di supporto per l’online. La cosa più impressionante sono i caricamenti: Half-Life 2 in sala giochi carica, ma più che altro carica tanto. I controlli sono un po’ scomodi, ma alla fin fine si riesce a giocare. Gestita la questione Half-Life 2, proseguiamo la visita, gustandoci il piano dei picchiaduro, dove fra l’altro vedo in azione Virtua Fighter 5, e uscendo poi dalla sala giochi. Fra una foto alla pubblicità di Lost Planet (il cui bundle con Xbox 360 vedo fra l’altro esaurito in più di un negozio) e uno scatto a qualsiasi altra cosa mi capiti davanti, torniamo verso la zona esplorata inizialmente, facendo tappa da Sofmap (altro megastore dell’elettronica), dove mi compro un paio di auricolari.

Si sta avvicinando l’ora di pranzo e abbiamo già deciso di cibarci in un ristorante specializzato in anguilla dalle parti di Ueno. Decidiamo quindi di visitare i due negozi che avevamo avvistato quando era ancora tutto chiuso, per poi fuggire. La prima tappa la vedete nella foto qui sopra: tre piani di negozio interamente dedicato al retrogaming! Game & Watch come se piovessero, scaffali strabordanti di macchine del passato e postazioni di prova, gadget e statue giganti, un ultimo piano interamente dedicato ai cabinati. E ancora, scaffali interi pieni di Famicom, Super Famicom, Mega CD, Atari 2600 e qualsiasi altra cosa, un Virtual Boy bello in mostra da provare al volo e soprattutto giochi. Tanti, tantissimi, a perdita d’occhio, per qualsiasi formato e a qualsiasi prezzo. I pezzi rari (che so, Radiant Silvergun) stanno in vetrina e io mi beo di possedere alcuni fra i più costosi (che so, Radiant Silvergun). Ovviamente non posso uscire a mani vuote e mi accaparro un Famicom d’annata (il primissimo modello, quello con solo l’uscita RF, senza neanche la possibilità di collegarlo in composito). E già che ci sono unisco al tutto un Super Mario Bros. e un Maniac Mansion. Son soddisfazioni!

Una volta fuggiti da qui, ci tuffiamo nel negozietto di bambole che Elena aveva avvistato durante il giro preliminare. Mentre io realizzo un vero e proprio servizio fotografico del posto, Elena tira su un cestello e fa la spesa, comprando una quantità esorbitante di roba.





Dopodiché ci mettiamo in marcia verso la metropolitana, percorrendo un paio di viuzze a caso, passando davanti a un kebabbaro, facendoci regalare gadgettini da belle figliole compiacenti, notando un giganegozio di videogiochi usati (“no, devo starne fuori, e poi tanto non ho console modificate e non capisco il giapponese, no no, via via!”), fotografando di qua e di e deviando verso Kotobukiya, un iper negozio di giocattoli, puttanate e simili. Una roba immensa, articolata su sette piani, dove veniamo assaliti dal vortice del consumismo e ci riempiamo i sacchetti di puttanate e puttanatine (quasi tutte acquistate allo scopo di regalarle, va detto a nostra discolpa). Impressionante, soprattutto, l’ultimo piano, una sorta di mega-negozio dedicato interamente alle action figure e con ampi spazi da showroom. Qui viene scattata la fotografia che apre il post e qui viene realizzato un altro servizio fotografico, che vi propongo per intero.





Dopodiché zompiamo sulla Yamanote e ci dirigiamo verso Ueno, scendendo però alla fermata precedente, Okachimachi. Qui si trova infatti il ristorante dove abbiamo scelto di cibarci: Unagi Ben-kei, specializzato in anguilla (Unagi, per l’appunto). Elena si prende un bel menu, che unisce all’anguilla varie sciccherie che potete ammirare in foto. Io, invece, ripiego sul classico scatolotto con il fondo di riso e l’anguilla spaparanzata sopra. Il tutto è delizioso e servito in un locale molto carino, tranquillo, e gestito da un gruppetto di sciure simpatiche e strapettegolose.

Terminato il pasto, ci rimettiamo in marcia e ci dirigiamo verso il parco di Ueno, vera e propria casa all’aperto per tantissimi senza tetto. All’ingresso meridionale si trovano un sacco di cosette curiose, da questa bocciona alla fontana del ranocchio, fino alla sfilata di rocce firmate da star nipponiche (la prima è marchiata Akira Kurosawa). Ci inoltriamo nel parco, imbattendoci nella statua di Saigo Takamori, il samurai interpretato da Ken Watanabe nel suo filmetto com Tom Cruise e in questa serie di cose delle quali non ricordo nulla. 😀



Proseguiamo inoltrandoci verso il centro del parco, dove ci imbattiamo in questo tempietto, nei pressi del quale cazzeggiamo un po’ in preda al relax e ci gustiamo le bellezze del luogo.

Da qui, imbocchiamo una discesa che ci porta fino a una scalinata diretta verso il laghettone Shinobazu, che occupa la fetta sudoccidentale del parco. Ma subito prima di scendere, veniamo fermati da questo simpatico senzatetto, che parla un ottimo inglese e si vanta di essere uno scrittore di haiku (e mi ferma dicendomi che odia gli americani perché l’hanno rimbalzato all’immigrazione e non indossa niente di americano – io ho addosso un giaccone della Nike :D). Il tizio è davvero simpatico, ci racconta un sacco di aneddoti sui suoi viaggi (probabilmente si è sognato tutto in preda ai fumi dell’alcol) e ci trattiene a chiacchierare per quasi un’ora. Ovviamente, quando lo salutiamo, riesce a vendermi un libretto di Haiku, ma che ci vogliamo fare, quei pochi soldi, tutto sommato, se li è pure guadagnati.

Il sole sta cominciando a calare e le foto con la luce sbagliata vengono un po’ una merda, ma in riva al lago mi concedo di filmare i pennuti di passaggio. Decidiamo comunque di attraversare il lago sul ponte che lo taglia in due, passando di fianco a ‘sto roccione, osservando in lontananza un palazzo orrendo e costeggiando poi l’estremità nord del lago stesso. Qui incappiamo in una di quelle robe proprio da cartone animato giapponese, con la folla di ragazzine e ragazzini che stanno facendo una gara di corsa probabilmente organizzata da uno dei loro ottanta milioni di club scolastici. Urlano e schiamazzano tutti, fra scatti brucianti ed esercizi di riscaldamento. Uno spettacolo delirante.

Dopo esserci fatti due risatine osservando ‘sti scellerati, decidiamo di proseguire costeggiando il parco sul lato settentrionale, trovando la triste conferma del fatto che lo zoo di Ueno è chiuso e rientrando verso il centro del parco tramite una strada che lo taglia all’interno. Qui ci imbattiamo in questo gruppetto di ragazzi, che si allenano salendo e scendendo dalla scalinata di accesso a un tempio, saltellando su un piede solo. E mentre scorrono le note della sigla di Rocky Joe, ci dirigiamo su per la scalinata, decisi a visitarlo, ‘sto tempio.

Trattasi del Tosho-gu, altare di Tokugawa Ieasu (non che me lo ricordi, leggo sulla guida). Il bello di questo posto è che è possibile accedere alla parte interna dell’edificio, solitamente proibita ai visistatori. Lungo il vialetto d’ingresso, si trova una dedica ai noti eventi di Hiroshima e un cartellozzo spiega che quella fiammella che si vede sullo sfondo della foto è stata “prelevata” sul luogo del disastro e portata fino a Tokyo. In pratica, sarebbe accesa fin da quei tempi, alimentata artificialmente.

Proseguiamo ed entriamo nel cortile interno, non prima di aver costeggiato il recinto lungo questo viale ed esserci imbattuti in un altarino con campanaccio. Come dicevo, questo è uno dei pochi tempi che permettono l’ingresso “in profondità”. E così, per la prima volta dopo tre giorni in Giappone, ci troviamo nella situazione di dover togliere le scarpe per poter entrare in un posto.

All’interno si respira una strana atmosfera. Il pavimento è freddo e umido, ma bello morbidino. Le stanze sono piene di cimeli e oggetti affascinanti e gustosissimi da osservare. Purtroppo non è possibile scattare fotografie, quindi dovrete andarvelo a vedere per i fatti vostri. Dopo il giretto, ci avviamo verso l’uscita (notare la Rumi carica di sacchetti: per tutta la durata della vacanza non c’è stato un solo giorno in cui siamo tornati a casa senza neanche un sacchetto :-|). Una foto alla facciata del tempio, una all’uscita del cortile, ed è tempo di dirigersi verso il Tokyo National Museum.

Per arrivarci, passiamo da questo piazzone, in cui ci sono suonatori ambulanti e ragazzine che saltano con la corda. Il museo, però, è chiuso (ma che cazzo, tutto chiuso), quindi decidiamo di avviarci un po’ a caso, seguendo un po’ il naso e un po’ le indicazioni della guida. Vagando più o meno senza meta, passiamo davanti alla biblioteca nazionale della letteratura per ragazzi (o qualcosa del genere, lo dicevo che i ricordi si stanno affievolendo) e finiamo in una bella zona residenziale. C’è una quiete incredibile, le strade sono quasi deserte e si vede passare ogni tanto solo qualche studente, un bambino, un vecchietto in bicicletta.

Proseguendo a spanne, finiamo per imbatterci in questo tempio, dominato da una serie allucinante di buddhi e buddhini dedicati ai giovani virgulti (notare quanto si distinguano quelli di recente “nascita”).




Dopo la visita al tempietto, decidiamo di proseguire verso nord, in direzione Yanaka, dove si trova un cimitero particolarmente famoso per le dimensioni e per il fatto che “ospita” qualche celebrità. Gli spostamenti, però, procedono completamente a caso, all’insegna del “ma sì, da quella parte”. Dopo aver attraversato un ponte che passa sopra ai binari dei treni, ci ritroviamo sostanzialmente nel nulla cosmico. Un dedalo di vie e viuzze, piacevolissimo da gironzolare a caso, ma capace di generare una consistente sensazione di “ok, qui ritroviamo la strada di casa alle due di notte”. E così, dopo un po’ di camminare spensierato, fermo un passante, indicandogli sulla mappetta la stazione della metropolitana a cui vorrei arrivare.

Fatichiamo a capirci (ovviamente il tipo non spiccica una parola di inglese), ma fra gesti e cenni sulla mappa arriviamo a triangolare la nostra posizione e a indicare la destinazione voluta. Il tizio, gentilissimo, dopo aver ansimato un po’ decide di accompagnarci e ci fa strada (con una certa fretta, poverino, chissà dove doveva andare) fino alla stazione della metro. Dopodiché ci saluta, inchini vari, arigato e via verso nuove avventure. Attaccato alla fermata della metropolitana c’è questo benedetto (e davvero enorme) cimitero, che però decidiamo di osservare solo di sfuggita, per poi infilarci nell’ennesimo tempio (notare la statua di Buddha in rame risalente al 1690).

Dopodiché giunge l’ora di prendere il treno e dirigerci verso Asakusa. L’idea sarebbe di girare il posto e poi prendere il traghetto fino alla baia di Odaiba, ma ci arriva subito una tegola in testa: l’ultimo viaggio del traghetto parte alle 17:30 (ovvero dopo mezz’ora). Basta una veloce riflessione per decidere che no, vogliamo girare per Asakusa. Quindi tanti saluti al traghetto: piazziamo dentro gli armadietti a pagamento della metropolitana gli ingombranti e insopportabilmente pesanti sacchetti pieni di cazzate e poi via, verso nuove e incredibili avventure a piedi.

Beh, Asakusa, di sera, è uno spettacolo. Oltre ad essere una zona di negozi e ristoranti, ospita il Senso-jin, noto anche come Asakusa Kannon, una visione spettacolare e affascinantissima. Nello spazio che va dal cancellone al complesso di templi c’è questa interminabile via di bancarelle illuminate quasi a giorno e piene di cazzatielle e leccornie. Ci incamminiamo e, ancora una volta, sembra di essere in un cartone animato, in uno di quei momenti in cui i ragazzini vanno alla fiera, con le bimbe vestite in kimono e le bancarelle coi dolci. Le bancarelle sono tante, i dolci pure, e quando arriveremo in fondo saremo belli pieni di schifezzuole, da quelle specie di pallottine a spiedino prese all’inizio a quelle enormi palle di non so cosa impanate e fritte nella melma. Messa così pare una schifezza, ma ricordate: anche la merda, fritta, diventa buonissima.

Proseguendo notiamo alla nostra sinistra questa via di negozi coperta e quest’altra via decorata di lanterne luminose. Ma si tira dritto, assieme alla folla, verso i templi. Verso questa bella pagoda illuminata, per esempio, piuttosto che verso i buddhini o la statua dedicata ai piccioni. Perdiamo anche un po’ di tempo gironzolando presso un altare un po’ fuori rispetto alla parte “popolosa” e illuminata del complesso di templi. Qui incappiamo in una scena affascinante, con una donna in ginocchio a pregare per chissà che cosa e l’uomo che aspetta in piedi osservandola. Il tutto avvolto in una mezza oscurità.



Mi faccio prendere dal trip e lascio pure io un obolo in offerta, prima di rimetterci in cammino per fare un giro fra i negozi, le luci e i colori della zona. Finiamo così dalle parti di un batting stadium e ci andentriamo in una sala giochi, dove – è inevitabile – ci infiliamo in uno di quei cassoni allucinanti per realizzare fotografie stupide. Questo è il risultato. Da qui tiriamo su verso Kaminarimon Dori, dove spuntiamo davanti a uno Starbucks. Decisamente è il momento di fare una pausa e rilassarsi davanti a una cioccolata calda.

Dopodiché si riparte, via verso la metropolitana, per recuperare i sacchetti, e poi alla ricerca di Sometaro, un ristorante di okonomiyaki consigliato dalla Rough Guide, che però troviamo chiuso. Decidiamo allora di buttarci sul Maguro Bito un kaitenzushi incrociato prima passeggiando, e che secondo la Rough Guide è stato votato dal pubblico come il migliore del Giappone! Entriamo e, dopo un po’ di attesa, ci sediamo, pronti a scofanarci tonnellate di pesce senza il minimo ritegno.

Il locale è frequentatissimo e non siamo certo gli unici turisti occidentali. Al centro ci sono i cuochi, che preparano il sushi afferrando al volo pesci e crostacei vari (e vivi) direttamente da un paio di vasconi che stanno loro a fianco. Vederli che afferrano, squartano, addobbano e piazzano sul piattino nel giro di qualche secondo è un po’ straniante, ma il risultato è davvero ottimo, quindi chi se ne frega?

Dopo esserci riempiti come dei disperati, ci rimettiamo in marcia e torniamo alla metropolitana (dove la Rumi fotografa il manifesto del film di Animal Crossing): l’obiettivo è di passare dall’albergo, depositare i sacchetti e poi prendere la monorotaia Yurikamome, che da Shimbashi porta alla baia di Odaiba, per trascorrere lì la serata. Il viaggio in monorotaia lo accompagno con un’altra ritemprante cioccolata calda, gustandomi il passaggio sopra al Rainbow Bridge e l’avvistamento delle tante luci in lontananza. Elena si diverte a girare qualche filmato, per esempio delle macchine che ci passano sotto mentre siamo in attesa di partire, del viaggio dal finestrino, del ponte che stiamo per attraversare (notare la voce della speaker che annuncia la fermata). Si vede poco per il buio, ma fanno colore.

Una volta arrivati a destinazione, ci troviamo davanti a una specie di mega complesso di centri commerciali. Siamo circondati da coppiette di adolescenti dagli occhi a mandorla, metà dei quali sono in coda per farsi un giro sulla ruota panoramica. Decidiamo che non ne vale la pena e ci dirigiamo a fare un giro nel centro commerciale più vicino, il Decks Tokyo Beach, dove troviamo ai piani alti un posto allucinante, che riproduce una cittadina italiana con tanto di cielo nuvoloso che varia fra giorno e notte (cambiando l’illuminazione di conseguenza). Chiaramente tutto ciò non può che ospitare negozi di moda.

Una volta usciti da lì, ci infiliamo nel Sega Joypolis, una sorta di parco d’attrazione al chiuso, dove si accede a qualsiasi cosa sfruttando schede prepagate da caricare agli appositi distributori. Un mix di giochi da sala iperpompati (tipo Ridge Racer inserito in una macchina da corsa con le immagini proiettate su schermo cinematografico) e attrazioni più modello Gardaland, come la Room of Living Dolls in cui Elena ovviamente decide che dobbiamo tuffarci.

Una volta fatta la coda d’ordinanza, passando davanti a questo bambolotto entriamo (assieme a un gruppo di giovani autoctoni) in una specie di casetta, nella quale ci conduce un tipo che parla giapponese raccontando chissà che marea di cazzate. Poi veniamo condotti in una stanza addobbata da film horror e piena di bambole inquietanti, con al centro un tavolo da otto posti. Ci si siede, si ascoltano un altro po’ di scemenze incomprensibili, si indossano delle cuffie ultra-mega-stereofoniche e inizia lo spettacolo.

Luci spente, buio totale, voce di una (bambola, suppongo) giapponese in là con gli anni che parla in maniera sinistra e minacciosa. Rumori ambientali, raffiche di vento, terremoti simulati e urla. L’effetto multicanale è strepitoso, sembra davvero che la tizia ti stia girando attorno, venga a sussurrarti nell’orecchio, poi ti urli all’improvviso dall’altra parte, isterica e incazzata. Sento un rumore di forbici vicino all’orecchio mentre questa continua a berciare, si accende all’improvviso una luce che si spegne subito e la “sceneggiatura” sembra raccontare di una bambola giovane che si ribella e fa il culo alla vecchia. Ma non ci vuole salvare, dato che poi anche lei comincia a fare la sadica.

Una roba divertentissima, forse resa più efficace dal fatto che non capivo una parola delle (probabili) fesserie raccontate dalle voci, ma davvero “piacevole” come esperienza generale. Esperienza che, una volta conclusa, sancisce sostanzialmente il termine della serata. Il Joypolis sta chiudendo ed è ormai quasi deserto. Usciamo, facciamo un giretto notando una Statua della libertà (la foto è venuta di merda, pazienza) e ci dirigiamo con calma a una fermata della monorotaia, schivando qualche goccia di una gentile pioggerellina.

Una volta arrivati a Shimbashi, ci dirigiamo verso casa, facendo tappa a un combini a caso per recuperare del detersivo. Appena entrati nell’appartamento, io collasso senza dare segni di vita, mentre Elena trova la forza di mettere a lavare un po’ di panni, e riprende anche il tutto con qualche filmato. Del resto, la lavatrice che funziona anche con lo sportello aperto è affascinante, no?

Altre cose
Armadietti
In praticamente tutte le stazioni della metropolitana di Tokyo, in molti altri posti e nella piazza centrale di Yakuza si trovano queste maree di armadietti a tempo/soldi. Ci piazzi dentro la roba, metti i soldi che ci devi mettere, chiudi e ti porti via la chiave. Comodi e funzionali, rappresentano una risorsa preziosissima per il turista dalle mani bucate che non vuole trascinarsi dietro sacchetti e sacchettoni tutto il giorno.

Batting stadium
Li avrete sicuramente visti in un sacco di film o di cartoni animati: degli stadietti al chiuso in cui ci si mette in postazione, armati di mazza da baseball, e si tenta di respingere le palle lanciate da una macchina automatizzata. Pure questi stanno in Yakuza, che non si fa mancare uno stereotipo che sia uno.

Famitsu
A occhio penso che buona parte di quelli che frequentano questo blog sappiano perfettamente di cosa si tratta. Comunque, è la rivista giapponese di videogiochi più famosa e rinomata (o perlomeno come tale la si percepisce al di fuori del Giappone). Nelle recensioni, il punteggio viene assegnato su una scala “teorica” da 4 a 40, e nasce dalla somma dei voti in decimi assegnati da quattro persone diverse. Il sito ufficiale.

Kaitenzushi (o Kaiten Sushi)
Un luogo di perdizione. In mezzo ci stanno i cuochi, con tutto il materiale per preparare sushi e sashimi. Attorno a loro un nastro trasportatore su cui appoggiano i piattini con le pietanze. A seconda del ristorante, o dell’orario, i piattini possono essere tutti uguali o di prezzi diversi (identificati dal colore). Attorno al nastro trasportatore ci si siede e ci si gestisce. Ai camerieri si può chiedere dell’acqua, delle bibite, o magari una zuppetta di miso, ma per il resto è tutto “self”. C’è il distributorino di the “da postazione”, ci sono gli scatolozzi con rafano e zenzero, ci sono i diversi tipi di salsa di soia. Quelli che abbiamo frequentato noi sono anche abbastanza “occidentalizzati”, con foglietti di istruzioni e spiegazioni anglofone su quale salsa di soia usare con che tipo di sushi (io, prima di andare in Giappone, manco sapevo che ci fossero tipi diversi di salsa di soia). Ah, non si spende molto, ma comunque si spende, ovviamente, in relazione a quel che si mangia. Comunque, per capirci, io e la Rumi, che siamo dei noti scofanatori selvaggi, la volta che abbiamo speso di più abbiam tirato fuori 25 euro. Totali, eh! Scheda su wikipedia.

5 pensieri riguardo “giopep in Japan – Natale fra videogiochi, anguille, alberi e templi”

  1. Ciao, ti scrivo per la prima volta ma ti seguo da un pò.. Mi sono letto tutto d’un fiato il tuo viaggio in Giappone, e complimenti, sei riuscito a mettermi ancora più voglia d’andarci..Grazie anche per le preziose informazioni!!

    "Mi piace"

  2. Hehehehhe, ma ti dico, sarei contento pure io di andare avanti.Il fatto è che sono post impegnativi, lunghi, anche perché per farli bene come piace a me devo fare controlli incrociati eccetera. 😀Del resto non mi piacerebbe tirarli via.Comunque, almeno il prossimo devo farlo: checcazzo, è quello sul giorno in cui siamo andati al museo dello Studio Ghibli e all’alcolicissima festa di fine anno dei nostri nippoamici.🙂

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.